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Archive for luglio 2010

L’ora della libertà
La costruzione politica e mitologica del più grande partito italiano è andata in pezzi. La legalità è come una bomba nel mondo chiuso del Cavaliere. Fini ha scelto il terreno più proficuo per mettere psicologicamente e moralmente in minoranza la sua potenza, dimostrando la solitudine dei numeri e la debolezza dei muscoli
di EZIO MAURO

L’IRRUZIONE della legalità ha dunque fatto saltare per aria il Pdl, mettendo fine alla costruzione politica e mitologica del più grande partito italiano nella forma che avevamo fin qui conosciuto, come l’incontro tra due storie, due organizzazioni e due leader in un unico orizzonte che riassumeva in sé tutta la destra italiana, il suo passato, il suo futuro e l’eterno presente berlusconiano.

Tutto questo è andato in pezzi, perché la legalità è come una bomba nel mondo chiuso del Cavaliere, dove vigono piuttosto la protezione della setta, l’omertà del clan, il vincolo di servitù reciproca di chi conosce le colpe individuali e il destino comune di ricattabilità perpetua. Trasformando la legalità in politica, Fini ha scelto il terreno più proficuo per mettere psicologicamente e moralmente in minoranza la potenza del premier, dimostrando la solitudine dei numeri e la debolezza dei muscoli. In più, si è posizionato su un terreno elettoralmente e mediaticamente redditizio, dove può nascere una cultura di destra-centro che provi per la prima volta a parlare insieme di ordine e di regole, di moralità e di Costituzione.

Il rispetto delle istituzioni, la fedeltà alla Carta sono infatti l’altro grande fattore di rottura. Dalla semplice, ma insistita regolarità costituzionale con cui il presidente della Camera ha interpretato il suo ruolo e con cui ha segnato ogni suo intervento è nata una cultura politica che è rapidamente e inevitabilmente diventata antagonista rispetto al populismo berlusconiano, alla continua forzatura istituzionale, al primato della costituzione materiale basata su una concezione sovraordinata della leadership “unta” dal consenso popolare, e dunque suprema, libera da ogni separazione e bilanciamento dei poteri.

Sono queste due culture – una tutta prassi, imperio e comando, l’altra alla ricerca di uno spazio costituzionale, europeo e occidentale anche a destra – che non potevano più convivere. Disegnato il perimetro di una nuova destra-centro, Fini si è fermato ad aspettare l’inevitabile, che doveva accadere ed è accaduto. Preannunciato dal pestaggio mediatico sui giornali di famiglia e di altre famiglie asservite, un pestaggio con cui il Cavaliere annuncia sempre il suo arrivo in zona di guerra, ieri si è giunti di fatto all’espulsione, parola che non viene pronunciata nel documento del Pdl solo per un finto pudore di vocabolario, e perché ricorda troppo da vicino la pratica autoritaria del “centralismo democratico” comunista, che anche in Italia non tollerava il dissenso e cacciava i dissidenti.

È un pudore inutile, per due ragioni. La prima è che gli intellettuali e i giornali cosiddetti liberali in Italia sono strabici, e in questi anni sono riusciti a tollerare ogni sorta di sopruso ad personam: dunque ingoieranno questa repressione autoritaria del dissenso senza nemmeno ricordare quel che dicevano quando la minoranza del Manifesto fu cacciata dal Pci. La seconda ragione, è che il documento politico parla comunque chiaro, anzi chiarissimo, per oggi e per domani, fino alla parole con cui il premier rivuole indietro la presidenza della Camera, come se le istituzioni fossero cosa sua. Nessuna distinzione ideale, culturale, politica, organizzativa e soprattutto morale – dice quel testo – è possibile nel cerchio magico del berlusconismo, che giudica automaticamente “incompatibile” chi non la pensa come il leader, senza nemmeno rendersi conto dell’enormità illiberale di questa scelta. L’unica cosa che conta è l’invulnerabilità politica del Capo, anzi la sua intangibilità, nel culto sacrale dei sottoposti. Nella sua debolezza patente, spacciata per prova di forza, il Cavaliere pensa che una volta cacciato Fini il cerchio del potere tornerà a chiudersi su di lui virtuosamente come accade da quindici anni, cingendogli il capo davanti alla nazione prona e riconoscente.

Purtroppo per Berlusconi, le cose non stanno così. Questi ultimi tre mesi dimostrano che i numeri dei dissidenti sono sufficienti già oggi per farlo ballare a piacimento alla Camera, e domani al Senato. Fini ha già detto che non vuole ribaltare la maggioranza, dunque tecnicamente terrà in mano la sorte del governo ogni giorno, acquistando un rilievo evidente come attore politico e non solo come soggetto istituzionale. Ogni volta che vorrà, manderà a bagno il Cavaliere, nelle acque per lui meno salutari: la legalità, la moralità, la libertà d’informazione, l’economia, il federalismo e inevitabilmente il sistema televisivo, con il controllo totale della Rai da parte del padrone di Mediaset.

Tutto ciò, naturalmente, a condizione che il presidente della Camera sappia far politica da solo, in mare aperto, reggendo alle bastonature quotidiane che la fabbrica familiare del fango berlusconiana (sempre aperta) infliggerà a comando: con il risultato inevitabile di portare al pettine politico e parlamentare quanto prima la vergogna e la dismisura del conflitto di interessi, con buona pace dei liberali che da anni fingono di dimenticarlo. Ma Fini ha un obbligo in più: non può fermarsi, come tocca alle formazioni corsare, deve andare avanti, tessendo una politica e una cultura che se restano fedeli alla Costituzione possono essere utili alla repubblica. Vedremo se saprà farlo.

Già oggi, nel giorno dell’espulsione, due risultati politici sono chiari: il primo è il destino della legge bavaglio, sintesi delle pulsioni illiberali del premier – contro la legalità, contro l’informazione, contro un’opinione pubblica consapevole – e ormai apertamente disconosciuta dal suo autore: “Avevamo fatto un bel cavallo – ha ammesso il Cavaliere – ci ritroviamo un ippopotamo”. Il fatto è che quel cavallo serviva al leader e ai suoi uomini di vertice per scappare alla vergogna degli scandali che li inseguono, a suon di intercettazioni legali, ed è stato fermato in piena corsa dalla protesta dei cittadini, dei movimenti, dell’opposizione parlamentare, di questo giornale, ma anche dalla tenuta dell’asse istituzionale tra Fini e Napolitano. Il secondo risultato politico è una conseguenza: la rete larga di opinione, di istituzioni e di politica che ha detto no al sopruso berlusconiano rende di fatto impossibile il ricorso da parte del Cavaliere all’arma fine di mondo, le elezioni anticipate.

Indebolito nel presente, bloccato nel futuro, il premier vede andare in frantumi anche l’epopea eroica con cui racconta il suo passato. Ciò che viene meno dopo la rottura con Fini è infatti lo stesso mito fondativo, l’epica primordiale dell’uomo che con l’alito creatore dà vita alla destra, indicandole nello stesso tempo il frutto proibito del dissenso, mentre ammonisce terribile e paterno: “Non avrai altro dio all’infuori di me”. Da oggi, il creatore del Pdl torna ad essere una creatura politica come le altre, mentre anche a destra comincia finalmente la stagione inedita del politeismo, che porterà per forza al rifiuto del vitello d’oro: è solo questione di tempo.

L’unica soddisfazione, misera, è per l’istinto padronale di Berlusconi, che non misura la partita in termini di politica, ma di comando. Il Capo è appunto un uomo solo al comando, circondato dai Verdini, i Dell’Utri e i Brancher, che gli devono tutto e a cui lui deve di più, come dimostra l’intreccio esoso delle servitù incrociate, all’ombra degli scandali che circondano il fortino in cui è rinchiuso il governo, senza politica. L’unica politica, l’unico collante, l’unica ragione per rimanere in piedi è ormai il federalismo, un’ideologia altrui, che Berlusconi accetta per placare Bossi: inquieto ogni volta che deve spiegare alla sua gente gli affari, i favori, le manovre segrete della P3.

È un conto alla rovescia, oggi che nel popolo berlusconiano è cominciata davvero l’ora della libertà.

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quasi mai…

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Lui gioca con la voce…ed è leggero come l’aria e forte come un pugno…

poterti dire… buonanotte, buongiorno, buonpomeriggio, ehi ciao!, ci vediamo dopo….

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Un sogno che si avvera.
Quello mio, tuo, nostro e di Birgitta Jonsdottir, deputata anarchica (può un’anarchica essere deputata???) islandese.

E’ riuscita a far passare un decreto legge che è rivoluzionario.
Rivoluzionario come quei 300.000 islandesi che sfidano intemperie indicibili confidando nella clemenza della Corrente del Golfo.

art LaRepubblica LEGGI!!

“Se documenti sottratti per un interesse pubblico saranno immessi in Internet da un server con base in Islanda, la giustizia dell’isola non potrà impedirne la divulgazione, tentare di scoprire chi li abbia rivelati, dare seguito a condanne comminate da tribunali esteri in base a leggi contrarie alle norme islandesi. Ancora: se uno Stato o un privato si ritenesse diffamato e ricorresse davanti ad una corte straniera, la società islandese proprietaria del computer (il server) che ha immesso in Rete carte segrete non solo non potrà essere intimidita con la minaccia di quei processi dai costi esorbitanti che stanno costringendo all’autocensura molto giornalismo occidentale, ma sarà autorizzata a rispondere con una contro-citazione davanti ad una corte dell’isola, dichiarandosi vittima di una minaccia alla libertà d’espressione”.

Ci sono rischi in una scelta del genere.
Non ultimo, quello di credere a tante cose false, dare linfa vitale a complottismi inutili, e magari rivoltare quell’arma per sfidare omuncoli di tutto il mondo, rivoltarla contro noi, ovvero coloro che vogliono solo “sapere come stanno le cose”

Wikileaks, pirati, hippy del cyberspazio…
tutti nomi, concetti, sogni…
L’Islanda pulsa…
Su, sopra tutti noi..
Come un faro..nella notte…

Dicono che i blog dovranno notificare, certificare, controllare.. tutte parole che vogliono bloccare, intimidire, impaurire..

Se dovesse essere necessario…so dove andare adesso…

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Per molti, purtroppo troppi, non è una notizia sconvolgente. Anzi, non frega un bel niente. E magari hanno pure ragione, nel lungo periodo.

Però la notizia c’è. E le conseguenze pure.

Hosni Mubarak, il Presidente egiziano, è in fin di vita.
Così riporta il Washington Times ( http://www.washingtontimes.com/news/2010/jul/18/egyptian-leaders-health-on-radar-of-us/) citando fonti dell’intelligence USA.
La malattia del leader ottantaduenne  sta prendendo il sopravvento.Si stima al massimo un anno di sopravvivenza.
Dal Dipartimento di Stato USA (il nostro Ministero degli Esteri) dichiarano che “sappiamo che sta morendo ma non possiamo dire con sicurezza quando avverrà”; il paragone con Fidel Castro è fulmineo.

Nella capitale egiziana la situazione è “effervescente”. Gli addetti ai lavori sono al corrente di tutto, ma nessuno ne parla, o perlomeno ne parla apertamente. La popolazione è tenuta all’oscuro da media controllati dalle autorità, ma le manovre politiche non sono passate inosservate agli occhi degli osservatori internazionali e dei corpi diplomatici presenti nel Paese.

L’Egitto è un Paese di primo piano nello scacchiere geopolitico mondiale.
Alleato degli USA (ma con delicati equilibri interni che non rendono scontata l’alleanza) e potenza di primissimo piano in Medio Oriente, è interlocutore di Israele, dopo numerose batoste e qualche rivincita in tante guerre negli ultimi 65 anni.
Paese in bilico tra arabismo, islamismo e progressismo, è attore imprescindibile nel gioco della stabilità del Mediterraneo.

La lotta alla successione di Hosni Mubarak, salito al potere nel 1981 dopo l’assassinio di Anwar Sadat, è ormai aperta.
Il figlio del Presidente, Gamal, inizia a comparire sempre più spesso sui media e nelle manifestazioni pubbliche.
L’intento di Hosni è portare suo figlio Gamal allo “scontro” elettorale (settembre 2011) con il candidato meno popolare, per facilitarne la riuscita ed assicurare la successione.
Ma le insidie non sono poche.
A cominciare dai Fratelli Musulmani, il partito islamico da sempre presente nella scena politica dell’Egitto moderno.
Senza dimenticare un personaggio di nome Mohammed El Baradei, Nobel per la pace nel 2005 ed ex-presidente della AIEA (l’Agenzia atomica dell’ONU), che sta approntando una campagna elettorale sull’ormai consolidato modello Obama.

Le insidie sono molte.
L’Egitto è un Paese troppo importante per essere lasciato a se stesso. Ma anche sufficientemente forte e grande da poter decidere di accattorciarsi su se stesso.
Gamal riuscirà a diventare Presidente?

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And I am not frightened of dying. Any time will do; I don’t mind. Why should I be frightened of dying? There’s no reason for it—you’ve gotta go sometime. 

I never said I was frightened of dying

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