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Archive for ottobre 2010

“Savagely brutal anal gang-rape. Fabled punishment for trespassing on the tribal land of a fictitious African tribe”.

Questa è una delle definizioni dell’espressione da oggi destinata molto probabilmente a riempire le pagine dei giornali, i talk-show serali e riempire le bacheche di molti giocherelloni su Facebook e su altri social networks.
Berlusconi va a letto (così si pensa) con molte donne. Ultimamente va in Russia ogni due settimane, perchè in Italia ormai non può più trombare, troppo sputtanamento.
Sinceramente io non mi scandalizzo.
Mi scandalizza più il fatto che ci sia ancora il rischio concreto che questa persona riceverà una grossa somma di voti da parte di miei connazionali alle prossime elezioni.

Qui non si parla di PM, di giornali e telegiornali di sinistra, non si parla di comunisti eversivi.
Siamo stonati. Non pensiamo più alle persone. Pensiamo solo ai fatti. Ma non i fatti “fatti”. No i fatti sono le notizie.
Cioè le cose che ci vogliono far sapere e/o le cose che raccontano versioni parziali ed incomplete di faccende secondarie.

In questo 28 ottobre (sic!) il mio augurio è di destarci. Di aggiustare l’Italia, di salvarla.
Ah, l’Italia siamo noi.

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Divani in pelle nera.
Saranno stati 7. Forse 8.
Erano belli che consumati, con “rughe” bianche per il tempo e per le “sedute”.
Mi ricordo bene, noi, bambini o poco più. Disposti come un mazzo di carte lanciato in una stanzona.
Con gli occhi sul televisore Mivar enorme nel 1989, che oggi sembreresti Filini per vedertelo.
Ricordo la finestra che sembrava bianca, un pò per il cielo di dicembre di primo pomeriggio, un pò per l’ombra che c’era nel salone.
Ricordo l’albero di Natale bianco nell’angolo. E la speranza di trovarci un regalo di lì a poco.
Il 23 dicembre era fenomale. Cartoni animati dalle 8 del mattino ad oltranza. Sino a sera!
Immagino soltanto la goduria dei nostri genitori guardare i nostri occhi stupiti davanti ad una notizia del genere.
Le mamme in cucina, a preparare per la sera, ad aspettare che qualcun’altra tornasse da lavoro ed a parlare dei viaggi in mente e della casa da finire da arredare.
Noi coccolati dal torpore, non solo una sensazione termica, ma proprio spirituale. Ovatta. Ovatta intorno a noi..
Così incoscienti. Così ignoranti. Così perfetti.
Ricordo bene l’attesa del Natale. Sapevamo che sarebbe stato stupendo, ogni anno era stupendo. A prescindere.
Non c’era la speranza della cosa perfetta, della serata giusta. No. Si aveva la certezza che sarebbe stato così.
E magari se non lo era per i nostri genitori, noi bimbi, così ingenuamente predisposti e magari avversati dalla situazione oggettiva, lì noi a gioire della vita.
Ricordo il balcone, la città sembrava tanto grande e tanto piccola. Contemporaneamente.
Ricordo che nonostante fosse pomeriggio, potevi fare cose che normalmente non potevi, o meglio, non ti facevano fare. Giocare con i cugini (nel mio caso solo sacrosante cugine); disegnare sulle lavagne di plastica per ore; vedere tv e giocare a carte (sette e mezzo uber alles).
Quanto mi piaceva la gioia che avevo addosso. Mi pioveva. Mi circondava. Mi sorreggeva. Non potevo essere triste. Non potevo essere infelice. Scontento sì, come tutti i bambini. Ma impossibile essere triste. La mia famiglia lì.
Il Natale alle porte. L’abbraccio di un padre. Lo sguardo della madre. Le voci conosciute e gli odori di casa.
L’albero bianco spelacchiato lì, sempre nell’angolo. Gli occhiali da vista anni ’80. I vestiti improponibili anni ’80 (leggi enormi maglioni a bande larghe rosa e verde pistacchio con calzamaglie rosse!). I capelli anni ’80. Anni ’80.

Una vita fa. La mia. La tua. La nostra…
Se ci pensi, se ognuno ci pensa, quelle persone siamo noi. E nessun altro.

Non so perchè  mi sia venuto questo pensiero.
Forse dovrei ripensare a “quello che ero” per sapere “chi potrò essere”.
Forse succede perchè mi capita di vedere in bianco e nero.
Tutto dentro o tutto fuori. Di giudicare, di decidere, di precludere, di evitare, di fare in modo netto, “preciso”, perentorio.
Purtroppo uno le esperienze se le mette sulle spalle. Le cose capitano. Oh mio capitano!
Invece da piccolo, da ignorante, da incosciente, da perfetto, non vedi bianco e nero. E non vedi le cazzate delle sfumature, del grigio, del neretto, dello scuro, del grigiochiaro.
No…vedi solo tutto per quello che è.. vedi solo tutto a colori…

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Leggo sul Corriere.it lo studio fatto a Syracuse (USA, not Sicily).
Interessanti anche le risposte della dott.ssa Stephanie Ortigue…..

Ecco perchè molti tirano su di cocaina.
Ed ecco perchè molti non si innamorano…non se ne accorgono!

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ci nascondiamo di notte,
siamo i cattivi pensieri,
come è profondo il mare..

Babbo, caccia ste mosche non mi fanno dormire e mi fanno arrabbiare..

Non c’è più lavoro…
Dio sta cercando di farci del male..di farci annegare..
come è profondi il mare..

Innalzò il povero innalzò per un attimo il povero
ad un ruolo difficile da mantenere
poi lo lasciò cadere
a piangere e a urlare
solo in mezzo al mare
com’è profondo il mare

Certo
chi comanda
non è disposto a fare distinzioni poetiche…
Il pensiero come l’oceano
Non lo puoi bloccare
Non lo puoi recintare
Così stanno bruciando il mare
Così stanno uccidendo il mare
Così stanno umiliando il mare
Così stanno piegando il mare

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lo spillo /W

Penso alle spiagge.
Al tramonto.
Col sole rosso di rabbia. Rabbia di dover andare via ancora una volta.
Coi colori che si confondono, si fondono, si mescolano.
Pennellate finemente piazzate davanti agli occhi.
Penso alle onde che lavan via le impronte di vecchi, di solitari, di amori, di bambini.
La sabbia è nera.
L’acqua sembra oro.
Mi sembra di vedere te.
Bella.
Bionda.
La tua pelle è tesa e rosa..
Un lungo vestito bianco. Sembra quasi tu stia danzando, sospesa..
Mi sorridi, con la bocca, con la faccia, con le mani che agiti veloci, con gli occhi…
Occhi..
Maledetti occhi…
Quegli occhi che avevano paura l’ultima volta li scorderò. Non sono i tuoi, erano di qualcun altro..
“Non ho paura di andarmene, è solo che non voglio lasciarvi, sto bene con voi”.

Penso alle spiagge.
Alla voce del mare, che grida la notte e canta di giorno.
Penso all’orizzonte. Alle linee, ed alle curve.
Qualcuno fa rimbalzare pietre sulla specchio d’acqua, ora calmo.
Riempio i polmoni, le nuvole che si rincorrono, gli schizzi, ora, delle onde.

Luci fredde. Neon verdognoli.
Squallidi pavimenti lucidi.
Letto sollevato.
Tu.
Principessa nella tua fredda stanza..
Su quel letto.
Quel fottuto letto del cazzo.
Tu che stavi su quella spiaggia.
Che ti vorrei strappare da quella odiosa cornice.
Darti tutto il caldo che ho. Tutto.
Tenerti stretta. Strettissima, sul petto..
E’ come se tu fossi davanti a me, e non riuscissi a prenderti per un spillo.
Che piano mi entra in petto…
Abbasso gli occhi, mi vergogno, per tutto.
Che questa è la ricompensa?
Che questo è il destino?
Le notti non sono diverse dai giorni.
Le ore tutte uguali.
Il dolore troppo forte.
Mi struggo. Come direttori d’orchestra che vogliono la perfezione.
Come il saperti non qui ogni volta che ti penso.
La notte è intorno.
Tinte scure.
Avrei voluto toglierti un pò di freddo.
Avrei voluto toglierti un pò di dolore.
Avrei voluto toglierti un pò di angoscia.
Anche solo un minuto…

Il lungomare.
Maglioni a dolcevita color caramello.
Lunghi capelli castano-cenere. Riga al centro e ciocche sull’ovale.
1970. Minigonna a quadrettoni. Viso pieno di vita e povero di anni…
Tu, con mia madre.
Belle.

Moriamo tutti.
Alcuni dicono che si vive e poi si muore.
Altri dicono che si nasce soltanto, poi è solo un morire quotidiano..

Penso solo che si è. Per un pò.

Spero che la notte si dilegui…
che le stelle tramontino…
e che all’alba, tu, vinca.

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Gloria a te..
Quale tu sia
solo uno, solo o in compagnia

Gloria a te ogni volta
siamo, saprai, figli tuoi
ma consumiamoci uno o due alla volta
yeah yeah che è un peccato morir…

Yeah yeah che l’anima mia va a questa bocca di sole
che mi toglie le parole
Yeah…

Gloria ai tempi d’oro
io vi vorrei rivedere almeno prima di fare centouno

Gloria, siamo fiori
fa’ che s’innamori!

Vola da lei, io non so volare
dille che sei felice in mano
e che è un peccato morir…

Ai baci della luna
questa vacca di vita
che in avanti all’incontrario va
Yeah yeah all’anima mia!

è un peccato morir….

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Passi nel buio.
La strada schiacciata dal buio.
Le foglie che rivivono un’ultima volta sotto le scarpe.
Fumo di sigarette, sputato come quel dolce amaro che ti ritrovi ad ogni boccone.
Amaro.
Il bavaro alzato gli dava un tono, ma solo lui se lo sentiva.
La strada vuota.
Ombre che si stagliano, la luce che fa puzzle strani, il vento che se la ride.
Non riusciva a capire dove aveva sbagliato.
Prese l’esempio di quel suo amico.
Ci pensava spesso paragonando il tempo che ci aveva realmente passato insieme, ma tant’è, perversi modi di pensare, portano gli uomini a ritenere “amico” (con tutto quello che può comportare) qualsiasi persona che conoscono da più di un tot di tempo.
Gli era capitato un fattaccio qualche mese fa. Si era fatto i fatti suoi e non aveva fatto mancare il suo supporto a lui direttamente. Se chiamato in causa, lo aveva difeso davanti ad altre persone.
Si era ripreso, ed era contento per lui.
Poi, come fa certe volte il sole, sparì. All’improvviso. Senza dire niente. Senza lasciare detto nulla.
Non capiva dove aveva sbagliato.
Si era anche sposato, senza dire nulla.
E mentre ci pensava, camminava su quella strada schiacciata dal buio, dove le foglie rivivevano un’ultima volta sotto le sue scarpe. Si sentiva un pò come quelle foglie.

Si sentiva una certa secchezza dentro.
E fragilità.
Spalle al muro.
Lasciato lì.
Senza senso.

Una volta si sentì dire che non poteva avere amici.
Rise.
Amaro.
Di spalle, fissò il vuoto.
Forse era vero.
Forse non c’era un perchè,
forse era quello il motivo per cui stava camminando da solo per quella strada schiacciata dal buio,
dove le foglie rivivevano un’ultima volta sotto le scarpe..

Nei miei occhi
indisposti e mascherati
come nessuno sa
il viso nasconde
il serpente ed il sole.
Nella mia disgrazia
caldo bollente
e puzzo estivo.
Il cielo sembra morto,
chiama il mio nome
fra la crema e le spine
Ti sentirò?
Grida ancora…

Balbettando
freddo e umido
ruba il vento caldo
stanco amico.
Sono passati i tempi
per gli uomini onesti…

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