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Archive for febbraio 2011

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Quante volte, in primavera, quando il primo caldo mi consente di avventurarmi nelle regioni dell’interno, m’è accaduto di volgere le spalle all’orizzonte del Sud, che racchiudeva i mari e le isole note, a quello dell’Occidente, ove in qualche posto il sole tramontava su Roma, e di sognare d’inoltrarmi in quelle steppe, oltrepassare i contrafforti del Caucaso, verso nord, o verso gli estremi confini dell’Asia. Quali climi, quale fauna, quali uomini avrei scoperto, quali imperi, ignari di noi come noi di loro, o tutt’al più informati della nostra esistenza grazie a qualche mercanzia, giunta loro attraverso lunghe serie di mercanti, rara per essi quanto lo è per noi il pepe dell’India, il chicco d’ambra delle regioni baltiche?

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And i never wanted anything from you
Except everything you had and what was left after that too, oh
Happiness hit her like a bullet in the head
Struck from a great height by someone who should know better than that

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Ci sono momenti in cui la misura è piena, l’acqua scivola ai bordi del vaso ed il buio cala come alla fine dello spettacolo fa la tenda su vecchi assi di legno un pò impolverati.
E’ tutto all’improvviso, come ON/OFF. Tic, tac! Nessun preavviso, nessun sentore. Forse hai un pensiero, ma non puoi, e mai potrai, credere che ci sia qualcuno o qualcosa dietro.

Si dice che Dio ha creato tutto, quindi ha creato il male. Dunque Dio è malvagio.
Si dice che non esiste il freddo, ma esiste la mancanza di calore.
Si dice che non esiste il buio od il nero, ma esiste la mancanza di luce.
Si dice che non esiste il male, ma esiste la mancanza di Dio.

Io penso che queste sono solo stronzate. Perchè non hai il tempo di pensare a queste cose quando tutto scivola via.
Cercare appigli.
Frenare, nuotare contro, saltare giù, sparare alla cieca. Insomma, resistere. Lottare.

Devi lottare sempre. Non devi fermarti. Non lo fare.

Scudo.
Coprirsi dal mondo che c’è fuori, tenersi protetti sul petto. Che niente può succedere.

Prendo colpi. Perdo colpi.
Ormai mi stanno affettando l’anima, e so già che non mi rimarrà niente.
Ma se devo cadere, cazzo almeno un braccio, una mano, un mignolo, lo voglio portare con me.
Non rimarrà niente..
Ma si deve resistere.
Resistere.
Lottare, dire no, non abbassare la guardia, la testa, le spalle.
Non ha un senso questo resistere. Ma se tu trovi un senso a tutto il resto, allora ti porto a fare un giro potente di rum.

Dire di no è l’unica libertà che abbiamo. L’unica vera libertà. Le conseguenze non le possiamo controllare.
Vaffanculo le conseguenze.
Resistere.
Resistere.
Insieme.

Da soli non è possibile.

Le cose capitano.
Shit happens.
La felicità è davvero a momenti e te la godi quanto un orgasmo. Pochi secondi.
Poi è un continuo rodersi.
Fai il buono?
Ti succedono cose brutte.
Fai il cattivo?
Ti succedono cose brutte.
Fai un cazzo?
Ti succedono cose brutte.

Le cose capitano, noi non possiamo fare molto.
Possiamo solo fare in modo tale che un giorno, quando si parlerà di noi, si dirà: “ehi quello ha fatto una brutta fine.. però cazzo se ne ha fatto mangiare di pane duro!!”

A molti non interesserebbe/interesserà questo modo di vedere le cose.
Ma sai che ti dico?
Non me ne frega un bel niente di quello che possono pensare.
Il senso è che se, cazzo, devo fare una brutta fine….bè… allora me la vivo come voglio io.
E allora resistere…resistere….resistere…

Solo insieme si può.
Soli siamo niente.

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Mi perdo.
Non mi era capitato mai.
Vedevo bene la strada che avevo davanti.
Sapevo quali passi fare, quando farli, come farli.
Poi non so bene cosa è successo.
Ma ho incominciato a perdermi, a perdere le persone per strada.
A perdere alcuni punti focali, a cambiarne tanti altri.
E la via che avevo davanti, l’ho persa. Via nella boscaglia, su per le colline con il fieno che brucia, giù nei dirupi, nuotando nel gran bel mare blu di tanti occhi di tante donne e uomini che nella vita mi sono capitati.

E’ capitato qualcosa di brutto.
Oltre la strada, ho perso qualcuno.
Qualcuno per sempre.
E non faccio altro che pensarti ogni giorno. Io non mi capacito ancora in realtà.
Ma tant’è…

Mi sono ritrovato spalle al muro.
Al buio e solo. E non sentivo le voci delle persone che mi cercavano e di quelle che volevano aiutarmi.
Poi non so bene cosa è successo.
Ma ho incominciato a scrollare di dosso quella rete che mi imbrigliava…
Ho dato parecchi calci in giro.
E le mani hanno iniziato a fendere pazzamente l’aria..

Quando ho visto che non c’erano strade segnate, disegnate, battute, pensate, immaginate ed azzardate…
allora ho deciso di andare avanti. Comunque.
E sempre.

Non so il motivo di tutto questo.
So soltanto che devo andare avanti..

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Assistiamo in questi giorni ai fatti d’Egitto.
Li leggiamo sui giornali, li vediamo nei telegiornali, ma cosa più forte ,ed immediata, li seguiamo su internet.
Nonostante il digital divide, possiamo tranquillamente affermare che tutti seguiamo la rivoluzione in atto in Egitto.
Si, la rivoluzione. Ovvero quando un popolo scende nelle piazze e nelle strade a manifestare contro un sistema di governo che lo opprime e lo comprime.
Non solo in Egitto, ma anche in Tunisia, in Algeria, in Albania e nello Yemen, solo per citare i sollevamenti popolari dell’ultimo mese. A dimostrare che il mondo, apparentemente statico e flaccido (non la parte del corpo di qualcuno che abbiamo sentito nominare ultimamente), fuori della finestra è sveglio e fermenta.
A dimostrare a questa zona di mondo fatta di gente che invecchia, che i giovani ci sono.
Si, i giovani, quelli che fanno le rivoluzioni.
Dato che mi ha colpito non poco è quello di Google.

Ogni regime che si rispetti (rispetto per un regime??) tende ad assicurarsi due cose: il monopolio/arbitrio della forza e il monopolio dell’informazione (chiamiamola anche censura se volete). Perchè un regime per quanto forte ed organizzato sarà sempre una minoranza all’interno di una comunità di persone, e controllare le informazioni cui questa ha accesso non solo è sufficiente ma necessario per l’esercizio del potere.
Il governo di Mubarak la settimana scorsa ha iniziato a  chiudere le porte della Rete, escludendo di fatto l’Egitto dalla Rete internet mondiale.

Nonostante tutti i provider fossero stati disattivati, Google, in collaborazione con Twitter, è riuscita a creare un sistema con il quale gli utenti, attraverso la voce ( e chiamando ad un numero internazionale ) riuscivano a comunicare con l’esterno.
In poche parole, una società quotata in Borsa, di un’altra nazione (vabbè gli USA, ok) ha deciso non solo di  intromettersi nelle vicende di uno Stato straniero, ma di non rispettare una chiara decisione maturata dal potere vigente.
Ora, al di là del fatto che abbia fatto bene o no, che sia giusto o sbagliato, la mossa di Google mi fa riflettere non poco.

In primis, penso al diritto internazionale. Nonostante non sia un soggetto di diritto internazionale, Google si è comportata de facto come un soggetto di diritto internazionale, aiutando gli insorti. Come? Non fisicamente, ma nell’esercizio di una funzione che intrinsecamente ha aiutato gli egiziani a ribellarsi e mantenere il nebuloso status di insorti: la comunicazione con l’esterno.

Della Tunisia, dell’Algeria, dello Yemen e dell’Albania non sappiamo quasi più nulla. Perchè si è interrotto quella concatenazione di eventi, quella successione di cause-effetto che l’opinione pubblica mondiale provoca se stimolata.
Dopo che il mondo ha smesso di interessarsi di questi paesi, non se ne è saputo più nulla, e per gli italiani, i francesi, gli australiani ed i brasiliani in questi paesi tutto è fermo.
Della serie: comunico ergo sum.

In Egitto no. Dell’Egitto si parla, si continua a parlare. Certo, politicamente, storicamente e strategicamente non ci sono paragoni tra il paese dei Faraoni e quelli citati prima, ma sempre di eventi importanti si tratta.

Bene. La funzione di Google è stata quella di mantenere alta l’attenzione. Ha aiutato gli insorti a continuare a ribellarsi.
Notate come gli egiziani scrivano i loro striscioni di protesta in inglese. Lo fanno perchè devono comunicare con l’esterno.
Google ha svolto gli stessi compiti che prima gli Stati svolgevano autonomamente, aiutando gli insorti contro il potere costituito.

Questo può essere un precedente molto interessante. Certo la consuetudine è così lontana dall’essere formata/ dal formarsi. Ma nella nostra epoca, dove il tempo si sbriciola facilmente e consumiamo chili di informazioni ogni giorno, forse un giorno, dovremo considerare anche Google & co. come soggetti internazionali.

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