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Archive for aprile 2011

Touch me – The Doors

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http://tv.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/i-gladiatori-lo-spot-dell-europride-roma-2011/67090?video=&ref=HREV-3

Ave Cesare! Rotti in culum te salutant!!

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A16

Stracci bagnati in mezzo alla carreggiata.
Una scarpa blu con i lacci grigi, ricordo di un bianco diluito dal tempo.
Ancora stracci bagnati sul letto d’asfalto, tra monti, pale eoliche e massi lasciati soli.
Un autobus parcheggiato sulla corsia d’emergenza, un chilometro dopo.
Rallento per capire un attimo.
Metro dopo metro, sotto quell’autobus prende forma l’informe massa che nascondono le ruote.
Un ragazzo, penso.
Ricoperto di sangue, il busto nudo, gli arti scomposti, e la testa inclinata indietro.
Chi era?

Non lo so.
Ho cercato notizie, ma nessuno ne parla.
Sembra quasi che non sia successo nulla, e che nessuno sia morto ed esistito.
Chi era??
Un immigrato in cerca di fortuna, verso la Germania?
Ho pensato che doveva essere legato sotto l’autobus.
Non poteva essere stato investito, si sarebbe capito un chilometro prima.
E sicuramente l’autista si sarebbe fermato molto prima.
Chi era??
Dove andava?

Nessuno ne parla.
Per nessuno è vissuto.
E’ morto per niente.

E questo vuoto che c’è ora, come lo spiego?

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Una volta, ancora per molto tempo dopo che m’ebbe lasciato, pensavo ad Anny.
Adesso, non penso più a nessuno; non mi curo nemmeno di cercare parole. Tutto scorre in me più o meno svelto, non fisso nulla, lascio correre.
La maggior parte del tempo, in mancanza di parole cui attaccarsi, i miei pensieri restano nebulosi. Disegnano forme vaghe e piacevoli, e poi sprofondano, e subito li dimentico.
Questi giovani mi meravigliano: prendendo il caffè raccontano storie precise e verosimili. Se si domanda loro che cosa hanno fatto ieri non si turbano: vi mettono al corrente in due parole. Io , al loro posto, mi metterei a balbettare. E’ ben vero che da tanto tempo ormai non v’è più nessuno che si occupi di come impiego il mio tempo.
Quando uno vive solo non sa nemmeno più che cosa sia raccontare: il verosimile scompare insieme agli amici.
Anche gli avvenimenti, li si lascia scorrere; si vede sorgere bruscamente gente che parla e se ne va, ci s’ingolfa in storie senza capo né  coda: si sarebbe pessimi testimoni.

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E’ difficile avere un blog.
Difficile quando vuoi tenerlo aggiornato su cose utili.
Difficile quando vivi poco.

Si.
Sto vivendo poco.
Diciamo che siamo al limite della sopravvivenza.
Tant’è.

Oggi sono andato in un posto che ho frequentato qualche anno fa.
C’erano le solite segretarie che parevano invecchiate di dieci anni. C’erano frotte di nuovi ragazzini che mi fanno pensare a quanto più vecchio sia ora e quanto più scemo potevo sembrare da fuori.

Fuori un estraneo sole d’aprile ad illuminare l’Altare.
Dieci motociclisti su moto celestine scortavano una decina di auto enormi seguite da una Van con uomini incappucciati all’interno ed il bagagliaio posteriore aperto. Con orrore ho visto all’interno un mitragliatore su di un treppiedi puntato su chili e chili di carni inermi.

Ho preso lo scooter, direzione : OltreTevere.
Ho svoltato immediatamente prima di San Pietro e mi sono andato a rintanare sul Gianicolo. Tipo “Nido delle Aquile”.
Ho fumato due sigarette sul cornicione occidentale, quello che dà direttamente sulla basilica incastonata da Monte Mario.

All’inizio non c’era nessuno, tranne passanti inebetiti da quel bazar di storia e pietre che avevano sotto i piedi e gli occhi.
Guardavo sotto. Dalla strada vedevano una figura scura seduta su un cornicione 10 metri sopra di loro.
Loro mi guardavano come un tossico od un disperato.
Io mi vedevo come Damiel in “Il cielo sopra Berlino”.
Incorporeo. Astratto.
Un tutt’uno con la Camel Light che sputavo dalle narici.

Una famiglia americana stritola ciottoli sul selciato, tra palme e querce.
Uno dei figli sorride mangiando gommose, tenendo stretto il pacchetto delle caramelle appena tolto dalle mani della sorellina che già piange.
Il papà scatta quattro foto. Ha la maglietta della Dave Matthews Band di un blue sbiadito, come i capelli che vanno diradandosi.

Nel frattempo io sono ancora incorporeo.
Non mi sfiorano. Non li sfioro.
Li faccio però miei, scolpendoli qui, ora.

La nonna infastidita, il mendicante incazzato, la mamma arrapata.
Tutti lì a recitare le loro parti.
Io sono già via, come il fumo della mia Camel Light…..

Ho una vertigine improvvisa guardando giù. Metto i piedi per terra.
Tutta in faccia la verità in un istante.
Io sono incorporeo.
Come Damiel….

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Mercier ha una barba d’un nero rossiccio, profumatissima, ed ogni volta che muoveva la testa mi faceva respirare uno sbuffo di profumo. Poi, d’un tratto, mi svegliai da un sonno di sei anni.
La statuetta mi parve sgradevole e stupida e sentii che mi annoiavo profondamente. Non arrivavo a capire perchè mi trovavo in Indocina. Che cosa facevo lì? Perchè parlavo con quella gente? La mia passione era morta. Mi aveva sommerso e trascinato per anni; ora mi sentivo vuoto. Ma c’era di peggio, dinanzi a me, posata con una specie d’indolenza, v’era un’idea voluminosa e scialba. Non so bene che cosa era, ma non potevo guardarla, tanto mi accorava. Tutto ciò si confondeva per me col profumo della barba di Mercier.
Mi sentii traboccante di collera verso di lui, e risposi seccamente: – Vi ringrazio, ma credo d’aver viaggiato abbastanza; adesso bisogna che rientri in Francia.
Due giorni dopo prendevo il piroscafo per Marsiglia. Se non sbaglio, se tutti questi segni che s’affollano sono precursori d’un nuovo capovolgimento della mia vita, ebbene, ho paura. Non già che la mia vita sia ricca, o greve, o preziosa. Ma ho paura di quello che sta per nascere, che sta per impadronirsi di me… e trascinarmi, dove? Dovrò ancora andarmene e lasciare tutto in asso, le mie ricerche, il mio libro? Che debba risvegliarmi, tra qualche mese, tra qualche anno, stremato, deluso, in mezzo a nuove rovine? Vorrei vederci chiaro, in me, prima che sia troppo tardi.

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L’altro ieri è stato molto più complicato e c’è stata quella serie di coincidenze e di equivoci che non so spiegarmi. Ma non ho alcuna intenzione di divertirmi a metter tutto questo sulla carta. E’ certo, infine, che ho avuto paura o qualcosa del genere. Se sapessi soltanto di che cosa ho avuto paura avrei già fatto un gran passo.
Il curioso è che non sono affatto disposto a credermi pazzo, anzi vedo chiaramente che non lo sono: tutti questi cambiamenti concernono gli oggetti. O almeno è di questo che vorrei essere sicuro…

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