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Archive for maggio 2011

G. N. G.

La sigaretta bruciava silenziosa.
Dietro il fumo vedevo gli occhi di un amico, un sognatore nato, un cercatore nato.
Sempre a rincorrere palloni, amici, ragazze.
Scazzato il giusto, da lasciarsi dietro tutto e tutti senza dire niente.
Si grattava la barba e mi parlava.
Le sue parole erano cariche, pesanti. Sia di noia, sia di speranza.
Chissà dove si ficcherà mai nel mondo?” – pensavo.
Il rammarico è sempre stato quello di non aver vissuto abbastanza la vita, gli amici.
Sempre, di essermi perso qualcosa.
Ma poi… riflettendo bene… una sbronza, un viaggio, una lite erano si importanti. Sicuramente.
Ma la certezza della sua amicizia, del suo essere presente, di saperlo vibrare sulle mie stesse corde, mi ha fatto
passare questo rammarico. O meglio, lo ha sanato.
Le vite degli altri prendono inevitabilmente strade diverse dalle tue.
A me piace pensare che le nostre strade si siano incrociate, e da allora a poca distanza stiamo percorrendo quello che abbiamo davanti.
Non lo vedo da due anni, non lo sento da mesi.
I contatti sono minimi.
Se lo avessi ora davanti, lo abbraccerei sinceramente e lo coglionerei as usual.
Non ho fratelli.
Non glielo ho mai detto, ma lui ci va abbastanza vicino.
Perché io penso che se lo chiamassi, lui ci verrebbe qui.
Perché se gli dicessi che mi sento giù e che magari non ho capito un cazzo della vita, con i suoi occhi sgranati mi direbbe di lasciar perdere, che non è così. E che se anche non è così, il fatto che me lo dica lui, mi rincuora come poche persone possono permettersi (ho usato 4 parole che iniziano per “p”).

Vedi, ora ti dico che sei uno stronzo.
E sto sorridendo pure io con la stessa faccia di cazzo che hai.

Le partite in via Fratelli Bandiera, le evasioni a Valenzano in bici, all’università dalla via vecchia, i cicchetti al Demetra, la scuola, i sogni, il gradino da salire, la mia seduta di laurea, le scampagnate a Cassano, il parco, l’Inghilterra di merda, le Peroni, le serate in discoteca, Molly, il locale, le vittorie, le sconfitte, l’amaro ed il dolce, i compleanni in casa, le foto di tuo padre, gli abbracci, i compiti a casa e le palle di carta, lo skatebord sulla rampa, la Rover, i panini di tua madre, il Chelsea e l’Arsenal, il Real ed il Barcellona, le tue fughe, il cagatone incombente, il tasso alcolico bizzarro, Ligabue e gli esami, seguire Matteucci dalle 14 alle 17, le sigarette introspettive, il sentirsi soli ed incompresi…

Amico mio…che vuoi che ti dica.
Ste cose le sapevi già.
Te lo dico per ricordarci chi siamo.
A noi che non ce ne frega all’apparenza, ma ci teniamo a tutto.
A noi che non diamo a vedere, ma ci mandiamo male.
A noi che tutto è fermo e noi rotoliamo giù, nel cielo…..

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cos’è il tempo?

L’asfalto nero.
Nuovo e pulito, con le linee bianche ben definite a dirti dove andare.
Cielo e strada si guardano. Noi in mezzo.
Ti parlo di mondi non visti, con l’aria un pò stanca mi ascolti.
E’ la fine di un maggio che ha visto splendere più soli, e brillare più stelle.
L’auto continua ad andare.
Corre.
Scivola sulla strada come le gocce sul vetro che iniziano a cadere da un cielo così nero così sereno.
L’aria frizzante ci ricorda che è ancora maggio.
Quando tutte le speranze di un’estate migliore ci volano intorno come il polline che ancora puoi trovare nell’aria.
Quando il freddo è passato, ma la notte incombe.
L’autostrada scorre sempre…
Vediamo ora una collina. Aguzza. Come le montagnette che disegnavamo all’asilo.
Come per magia, case chiese pietre, rosa, grigio e crema.
Nuvole la circondano, come un Isola che non c’è.
Si nasconde agli occhi come un’amante voluttuosa.
Inebetiti andiamo, meraviglia negli occhi!!
Bramosia di amarla.
Entriamo da porte di pietre antiche, luci calde sopra di noi, immersi nelle nuvole.
Come un sogno.
Le pietre bagnate che hanno vinto l’asfalto e si lasciano calpestare riflettono migliaia di colori.
Poche le luci. Tanti i colori.
E’ magia.
Come sangue nelle vene ne percorriamo le strade.
Sali e scendi. Angoli stretti. Palazzi a strapiombo su piccolissime piazze.
Vedi la piazza?
Vedi il teatro? E quel ristorantino? La Bucaccia?
Andiamo!
Ne assaporiamo i sapori, udiamo i suoi rumori e gioiamo delle sue bellezze.
Troppo poco il tempo.
Cos’è il tempo?
Nulla.
Cos’è il tempo?
Nulla.
Chiudo gli occhi. Il freddo mi cinge in un duro abbraccio.
Mi scatti foto e ti rido.
Di gioia. Vera.
Cosa ci mancò quella sera?
Niente.
Ero lì.
Con te.
Non volevo essere altrove.
Non volevo essere con nessun altro.
Vedi? Ti dico essere.
Io sono. Con te.

E domani…. lo sarò di nuovo.
Devo aspettare. Ancora un giorno.

Cos’è il tempo?
Nulla.
Cos’è il tempo?
Nulla.

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Uno spazio enorme, pieno di buio e caldo.
Sopra la luna, come un’odalisca, tra veli e fumo.
Decine di rettangoli giallo/crema, giallo/arancio, giallo/ebbasta. Gli uomini sui balconi a fumare sigarette, con le donne a fare capolino, in un trionfo di contrasti scuri. Qualche uccello sfida la notte, e canta. Vuoi sia ignaro, vuoi sia felice, vuoi se ne fotta. Mi accorgo in tempo di stringere troppo, troppo forte la ringhiera.
Non posso vedere le dita piene di sangue pressato, ma le sento infreddolirsi in più punti.
Non riesco a lasciare la presa.

Fare il *****, non ti permetterà di avere il tuo tenore di vita!
Una frase così, una freccia scoccata nel cielo, che disegna archi colorati finendo oltre la vista, nel bosco.
Tenore di vita…
Vita?
Qual è il senso?
Sto gridando.
Non mi ascolta.
Lo sto cercando.
Non si fa trovare.
Ho strattonato la ringhiera.
Sono giovane e forte. Potrei staccarla. Vuoi la ruggine, vuoi la rabbia.
Sento vibrarla.
Rimango impassibile.
Il corpo si fa attraversare dalle onde oscillatorie, un solo sussulto che si perde come quei rettangoli giallo/crema, giallo/arancio, giallo/ebbasta che pian piano si mischiano al buio.
Stavo cercando di capire cosa fosse questa cosa.
Questo mostro. Questa incombenza.
E’ la mia onnimpotenza.
Totalmente onnimpotente.
Di decidere, di fare, di dire, di essere.
E’ finita la stagione dei sorrisi facili.
Mi sento scivolare dentro.
Un sottile strato di cellule, te la chiamo pelle per farmi vedere ancora, è quello che rimane a definirmi.
Dentro è uno schifo ormai.
Dentro io sto mutando…
Un piccolo serpente, che cambia pelle e striscia via.
Cosa vuoi fare?”
Cosa sono?
Chi sono?
Ma tu sai che cazzo vuoi fare almeno? Se non lo sai tu, chi cazzo lo può sapere?”
Credevo di potere tutto. So di non essere niente.
Tu. Tu che leggi.. Immagina tutto quello che vuoi.
Io ne voglio di più, come minimo il doppio.
A me non basta.
Io ho bisogno.
Io necessito.
E’ tutto così troppo poco, così tutto troppo inutile.
Non so nemmeno io il senso.
So che sono onnimpotente, io l’ostacolo, io il problema.
E’ questo che mi attanaglia, mi inchioda, mi violenta, mi spinge giù.
Abissi inenarrabili.
Luoghi ameni e terribili.
La superficie è sempre più lontana, ed il fiato sempre meno.
Ma la fine non è vicina.
Una lenta agonia, un torpore vomitevole. Come il caldo letto di una puttana triste, che apre le gambe a piacimento e ti toglie tutti i pruriti dallo stomaco.
Ho provato a gridare.
Ho lasciato la bocca aperta.
Ho sgranato gli occhi.
Ho lasciato perdere.
Ho acceso una sigaretta.
Mi sono caricato questa nuova consapevolezza, lo catalogata, l’ho lasciata lì dove l’ho trovata.
La sto fissando da un’oretta.
Domani dovrò iniziare a studiarla, ingoiarla, metabolizzarla, ficcare da qualche parte.
Fare spazio, eliminare il vecchio, l’inutile.
Convivere, trascinarsi, sopravviversi.
Non aspettando più quell’impeto che solo io sapevo potere.
Trascinarsi.
La coperta di Linus.
No io sono Charlie Brown.
Un perdente.
Che non si arrende.
Ancora.

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Bevve anche quella sera il veleno di saperla non sua in ogni momento in cui la pensava.
Se avesse avuto tutto l’oro della California, non sarebbe cambiato nulla.
Come i fiumi vanno in mare, e gli uomini si sopravvivono, lui era destinato a non averla.

Violini suonano.
I colori sono rosa ed azzurro.
Caldo di felpa davanti al mare di settembre, con jeans e piedi scalzi, seduti su sdraio inclinate sul mondo.
Col vento ad accarezzare l’anima.
E l’acqua nera, verde e bianca.
La freschezza di quella pelle. Liscia come i violini che suonano.

Ancora le mani.
Radici che cercano terra da invadere, facendosi strada inesorabilmente.

Non parlò.
Glissò.
Sentì però le vene pulsare. E sentì il suo respiro rincorrere le onde.
Fu naufragare.
Dolcissimo naufragare.
Brividi esplodevano in ogni dove.
Soccombere al pensiero, arrendersi, fu miele caldo da mangiare.

Immaginò le labbra.
Un tuffo voluttuoso.
Talmente proibito, da fregarsene di una seconda cacciata dall’Eden, ben conscio di quello che la prima aveva potuto comportare.
Era possibile bruciare inestinguibilmente?
Un fuoco freddo, di quelli soli.
La sua dannazione.
Il suo veleno.
Il suo sorriso.
Il suo punto di partenza.
E di arrivo.

Galleggia su un mare argentato da luna, stelle e fresco.
L’orizzonte è un pensiero, dove il mondo potrebbe andare giù a cascata..
se vedi bene, in certe notti, lo puoi ancora vedere sorridere mestamente, proprio lì, al confine tra terra e cielo.
Né da una parte, né dall’altra.

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Sono solo in mezzo a queste voci gioiose e ragionevoli. Tutti questi tipi passano il loro tempo a spiegarsi, a riconoscere felicitandosene che sono della stessa opinione. Quanta importanza attribuiscono, mio Dio, a pensare tutti quanti le stesse cose. Basta vedere la faccia che fanno quando passa in mezzo a loro uno di questi uomini dagli occhi di pesce, che sembrano guardare al di dentro e coi quali non si può più assolutamente trovarsi d’accordo.

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Il caos fuori.
La pace dentro.
Il mondo è fatto di pelle ed ossa.
Io sono aria e fresco.

Corri corri corri corri corri corri.
Dammi la mano.
Via, di lì.
Su quel prato!!!
Saltiamo sulle nuvole…. cadiamo nel cielo.

TUONI!
solleviamoci sulle punte sopra quella pioggia..
(fruscio di abiti)

CADUTA VERSO BASSO !!!!!!!!
(mi sento piccolissimo)

ad un centimetro mi fermo…..
la pioggia ora è sulla mia schiena.
ancora un tuono….

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