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Archive for luglio 2011

Odi, Phyllis, che tuona: odi che’n gelo
il vapor di lassù converso piove;
ma che curar dobbiam che faccia Giove?
Godiam noi qui, s’egli è turbato in cielo.
Godiamo amando, e un dolce ardente zelo
queste gioje notturne in noi rinnove:
tema il volgo i suoi tuoni, e porti altrove
fortuna, o caso il suo fulmineo telo.
Ben folle, ed a se stesso empio è colui,
che spera, e teme: e in aspettando il male,
gli si fa incontro, e sua miseria affretta.
Perisca il mondo, e rovini: a me non cale,
se non di quel, che più piace e diletta;
chè se terra sarò, terra ancor fui.

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So della caducità della vita, della sua unicità, della sua specialità.
Che tutti passiamo da due porte, in un gioco, uno scherzo di tempo, un granello di clessidra, dove non si ripassa dal “Via!”

Quante persone ho amato?
Quante ho voluto avere con me, stringere in petto…
quante ho dovuto lasciare andare?

 

stai con me….
respira…soltanto….

 

si sbaglia, si perde, si prendono, qualche volta si vince
alla fine siamo solo uomini, un po’ di stelle ed un po’ di fango.
Domani posso essere morto, ma non toglierà nessuno quello che sono stato.
Quello che sei stato.

stai con me….
perchè tu… sei…

Te l’ho mai detto che ho bisogno di te?
E te l’ho mai detto che è te che voglio?
Probabilmente sono solo un folle….
e questo e molto altro lo so soltanto io…
chiaro come questo cielo che è oro
e che sa…con tutto quell’oro….non essere te..
Mi basta vederti.. o saperti vicino…
che tutto quello che dai, mi dai…
non lo chiedi indietro…
che se neanche svuotassi me, i fiumi e le buche di tutto il mondo…
non potrei farci nulla

….te l’ho mai detto che ho bisogno di te?
e che è te che voglio?
sono solo un folle..
queste cose sono mie
queste ossa e questo fiato…

non posso farci nulla…

ma tu… tienimi con te…
fino a che staremo per andare dall’altra parte…

 

 

facciamocelo insieme sto viaggio

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Tu.. tu riesci a dire
tutto quello che voglio sentire
tutto quello che mi fa morire

Tu.. mi fai tremare
come in bilico
su di un filo statico

Tu.. sai sentire
i mie mille respiri
anche se siamo a km

Allora portami al mare
a dicembre se ti pare
allora fammi sentire
tutto quello che hai da dire
allora portami a ballare
fammi sentire
quale musica
ti piace ascoltare

Tu.. che non mi vedi
perché decidi che non ti conviene
che la distanza alla fine fa bene

Tu.. sai guardare
come cicala
come se fossimo l’unica cosa

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La riva scoscesa del fiume più piccolo che va nel fiume più grande.
Poco fuori la città, vicino ad un ponte che calpestarono in tanti.
Erba sporca di umido ed infestata da ogni genere di animale.
Rigoglio del fiume.
Plumbeo il cielo.

Lasciala andare”.
“Non posso. Non ci riesco”.
(sorriso del primo)

E’ sempre stata qui. Non andrà via adesso, e poi non si può mai dire”.
(silenzio dell’altro)

Un ramo immerge la punta nell’acqua al ritmo di una vecchia puntina di un vecchio giradischi.
Foglie secche schiacciate da qualcosa.

“Non posso vederti in questo stato; ti lamenti per niente. Lei è qui, non se andrà“.
(l’altro finalmente toglie gli occhi dal fiume più piccolo che va nel fiume più grande e fisso guarda il primo)
Ma sto andando via io”
“Ma…”
“E non so se tornerò mai, io”.

Nessuno prima di allora l’aveva vista così la faccenda ingarbugliata.
Il primo allora imitò l’altro.
Posò il corpo sulla riva scoscesa.
Piegò le ginocchia e le congiunse sotto il mento, le braccia intorno agli stinchi.

Il fiume continuò a scorrere.
Il ramo ad immergersi.
Le foglie secche ad essere schiacciate da qualcosa.
Sul ponte passò qualcuno.

Il sospiro dell’altro era carico come le nuvole.

 

Passò molto tempo così.
A ripensare a tante e tante cose.

Poco prima che il sole sparisse dietro una linea, fregando le nuvole, la sua bocca si inarcò in un sorriso.
Sereno……..
Sereno che non vuol dire felice, contento.
Solo sereno.

 

 

sussurrò alcune parole….
mi è stato detto che, più o meno, corrispondono a queste :

 

“nella provvisorietà, la perfezione”
 
 

Il fiume continuò a scorrere.
Il ramo ad immergersi.
Le foglie secche ad essere schiacciate da qualcosa.
Sul ponte passò qualcuno.

 

 

Niente di più provvisorio.
Niente di più perfetto.

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Tutte quelle cose che non vuoi affrontare, da cui non vuoi farti graffiare e sfiorare
ma che pensi in continuazione (e pensi …. e pensi…. e pensi…. fantastichi)
la mente lavora, la testa ci sta tutta, così profonda…
oh.. stai affondando, eh?

Pensa a tutto quello che fai ogni giorno, giorno per giorno, ti rimane tutto?
Che strada stai prendendo?
Riempiti i polmoni, trattieni l’aria, lascia andare il peggio e tieniti il meglio…
che questa è la vita.

Tu vuoi l’amore, la prova che c’è
che vuoi essere tenuta su un palmo
e ti ritrovi ad ingoiare lo schifo che sta in giro…
penso che sia una cosa inaccettabile, così triste e disgustoso..

Senti l’aria sopra di te,
il cielo una piscina blu
riempi l’aria di te e di amore
col buio come un momento tra la luce delle stelle

Senti quel cielo come una coperta
fatta di pietre preziose e falsi diamanti..
Guarda cosa ti disegna la luna
e dove ti dice di andare…

vai via di qui….
che non è rimasto niente
né qui, né lì.

Sentiti persa
guarda di nuovo la luna
guarda le onde sulle rive lontane
che aspettano solo.. solo… soltanto il tuo fottutissimo e cazzuto arrivo.

Sogna quello che gli altri uomini osano solo sognare
deridili, non sono tuoi rivali e mai lo saranno.
Sogna tutto quello che vuoi
non sarai rivale di nessuno…
nessuno.

Meritiamoci quello che solo noi possiamo,
non qui, non lì.
Noi che tutto possiamo e niente abbiamo.

Non siamo di qui noi.
Ma tu, allora, cosa stai dando?

Cosa stai dando??

 

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Le linee della carreggiata si susseguivano.
I fari illuminavano un triangolo di autostrada davanti la moto.
Correva Will in quella notte che si faceva giorno.
L’aria, frizzante e pura.
Le montagne, scure ai lati.
Il cielo, un susseguirsi di colori intensi.
Un blu intenso, il viola prugna, il pesca, il pompelmo.
Anzi il limone.
Pensò a quel sapore. A quale arcano corrispondesse.
Era tra la vita e la morte.
Tra un sole nascente ed una luna, seppur piena, costretta a cedere ai capricci della sua storica  antagonista.
Poche auto a quell’ora della notte.
La sveglia era stata nel cuore del buio, quando molti dormono, e molti si spingono contro i portoni di legno massiccio.
Un allarme fastidioso e la voglia di dormire, di vivere, di sentire che bussava prepotentemente alle tempie.
Girarsi, rigirarsi, straziare le lenzuola.
Prendere, e partire.
Nessun limite, nessuna impostazione, nessun premeditazione.
Prendere, partire.

Mangiava la strada la moto, un Ronzinante di metallo con benzina al posto del sangue.
Sfidando pale eoliche e brandendo la spada contro greggi di pecore.

Il sole che s’alza dalle vette torreggianti la lingua d’asfalto.
L’abbazia nera, il cielo a tavolozza di pittore.
Fermarsi nel paesone, con il cane zoppo ed il vecchio inopportuno.
Il cassiere che fa finta di ascoltare.
I tre ragazzi dietro il bancone a pensare cosa abbiamo fatto “gli altri” qualche ora prima, mentre loro dormivano per essere lì a servire cappuccini e cornetti scongelati.
La gente che ancora dorme, e tu che tutto questo sonno non lo hai.
Rotolare verso sud, senza toccare fondo.
Ed ancora strada, strada, strada.
Chilometri.
Pensando e cercando.
In realtà niente. Ma tutto qui è.

Sapere che devi tornare.
Non sapere cosa trovare.
Cercare così tanto.
Non essere trovato.

L’aria che si fa calda, il vento che alliscia il pelo al mio Ronzinante.
Sancho che fine ha fatto?
Cadere a gambe all’aria nel cielo.
La paura di essere dimenticato.
La voglia di non lasciare.
E tutti gli interrogativi che ti puoi fare in una giornata.

Sentirsi solo.
Sentirsi bene.
Le colline che si fanno gialle.
Le famiglie felici nelle station-wagon.

L’anima che si sente stretta tra quattro ossa ed un po’ di liquido rosso, che è più scuro che vivo.
Urlare.
Che il vento porti via le parole.
Avere un’idea.
Lasciarla cadere come polline ad aprile.

Mettere gli speroni nelle costole di Ronzinante, piegarsi sul lato, completare la curva, sfrecciare in salita.
Col cielo davanti.
La luna trasparente.
Il sole accecante.
Credere di non avere più l’asfalto sotto le ruote.
Capire che è tutto un trucco.
Crederci.

Io che ora scrivo.
Seduto perfettamente sulla poltrona.
Eppure credere di essere ancora inclinato sulla curva.
Capire che è un trucco.
Ma crederci comunque.

Avere iniziato in terza persona, e finire in prima.
Sentire la vita.
Stringere le dita.
Non darla per vinta.
La strada è tanta.

 

 

Awaiting your arrival

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slapping your face

Voglio rendere le mie storie senza tempo.
Schiaffi improvvisi.
Come schiaffi, provocare dolore, piacere, rabbia e sorpresa.
Il tempo di capire, che già la mano è sparita.

Storie.
Migliaia di storie.
Scollegate, all’apparenza.
Sto scrivendo, cercando di, un libro.

Ho qualcosa da dire.

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