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Archive for agosto 2011

non ho sbagliato a digitare sulla tastiera,
non mi è caduto un tronco di pino sulla keyboard,
non mi sono addormentato sui tasti,

non ti sto prendendo per il culo.

Esiste.
E se sei cittadino…
devi saperne pronunciare il nome entro i sei anni.
E scriverlo entro i trentasei.

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it’s saturday, stupid

Ehi!
Guarda qui.
Che vedi?

Io nero e pesche.
Seta e scogli.
Caldo umido.
E paura.

Nebbia che non si dirada.
Castelli di sabbia ed aria di piombo.
Anelli stretti.
Grida silenziose.
Pruriti senza mani.
Puzzo di chiuso.

Farfalle come foglie.
Bonsai sulla strada.
L’asfalto vecchio con toppe.
Mille teste su mura antiche.

Cappelli da cowboy e uomini sospesi su gru gialle.
Corridoi di neon.
Supermarket smarriti in campagne enormi.
Labbra su una bottiglia di birra.

Riflessi su un bicchiere di vino.
Capelli raccolti in un fiocco rosso.
Foto di un campo di grano in bianco e nero con una bimba vestita di rosso (col rosso che si vede).
Cupole del colore del cielo.

Mare d’oro.
Nuvole d’argento.
Cielo cobalto.
Terra carbone.

Tramonti sul mare.
Le reti dei pescatori.
Le corride di San Sebastian.
I treni veloci.

Le guerre passate.
La vita e la morte.
Le stelle bugiarde.
Le isole maledette.

Tu.

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Le donne possono essere amiche meravigliose. Assolutamente meravigliose. Ma prima di tutto, perché l’amicizia abbia una base, bisogna che di una donna tu sia innamorato. Io avevo Brett come amica. Non avevo mai pensato al suo punto di vista. Ottenevo qualcosa per niente. Ma questo ritardava soltanto la presentazione del conto. Il conto arrivava sempre. Era una delle cose meravigliose su cui potevi contare.
Pensai di aver già pagato tutto. Non come paga e paga e paga una donna. Nessuna idea di giusta punizione o di castigo. Un mero scambio di valori. Tu davi qualcosa e ricevevi qualcos’altro. O lavoravi per qualcosa. In un modo o nell’altro pagavi per tutto quello che ti capitava di buono. Io avevo pagato la mia parte per un sufficiente numero di cose che mi piacevano, e di conseguenza me l’ero passata bene. O pagavi imparando o con l’esperienza o correndo rischi o con i soldi.
Godersi la vita significava imparare a spendere bene i propri soldi e sapere quando ci si era riusciti. Potevi sempre spendere bene i tuoi soldi. Il mondo era un buon posto per fare acquisti. Sembrava una bella filosofia. Fra cinque anni, pensai, sembrerà stupida come tutte le altre belle filosofie che ho avuto.
Ma forse non era vero. Forse, man mano che andavi avanti, imparavi realmente qualcosa. Non m’importava che cosa fosse il mondo. Volevo soltanto sapere come viverci. Forse, se scoprivi come viverci, imparavi anche che cos’era.

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You may win or lose
but to be yourself is all that you can do

 

 

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Pietre inutili che messe insieme dipingono con bellezza intensa il verde delle montagne, specchiandosi in strisce d’acqua trasparente.
Nella terra dei santi e dei maiali, vortici di farfalle e branchi di api fendono l’aria di montagne silenziose.
Dove le strade, timorose, chiedono il permesso per passare ed i rumori sono silenziosi.
La gente è dura come le pietre, con visi di pietra.
Anche gli arcobaleni sono di pietra.
I muri, verticali vertiginose su vuoti fatti di verde compatto.
Dove le madri perdono i propri figli.
Dove le mogli perdono i propri mariti.
E diventano orfane.
Consegnandosi ad un eterno, più eterno con loro.
E dove gli uomini, si chiedono se c’è un “di più” e con la terra sotto i piedi ed il cielo sulla testa scoprono mondi lontani eppure sempre così inutili.
In mezzo alle montagne, i cavalli sono re e padroni incontrastati. Giganti bruni, con portamento regale e pieni di una libertà che fa invidiare l’uomo più libero del mondo.
Tutto si arrende a qualcosa di superiore. Niente di religioso.
La bellezza scelse una casa.
La terra dei santi e dei maiali.
Un fazzoletto di terra, in uno stivale sgualcito e consunto.
Dove il mare non può fare niente e la terra trema per far sentire la sua presenza.
Non c’è un senso, un limite, una direzione.
Si potrebbe pensare ad un cerchio.
Dove tutto è perfetto.
Dove tutto è equidistante.
Ed in equilibrio.
Dove morte e vita non sono in guerra ed il brutto è stato cacciato ad imperitura memoria.
Nella terra dei santi e dei maiali, puttane e monache non si contano.
L’orizzonte non è in vocabolario ed il cielo è più vicino.
I santi sono passati di qui, perché qui c’è la scorciatoia per il loro paradiso.
E le stelle stanno zitte senza far nulla. Sono di mondi così lontani che nulla possono.
La loro menzogna qui non arriva, e vengono derise da notti in cui nessuna scappa, intrappolate da un buio così nero da rubare la scena della loro luce.

In quel paese di quel santo, ad esempio, tante porte che sembran cento…
Con la pietra a forma d’uomo in mezzo alla gran piazza, la mano a mezz’aria e lo sguardo oltre.
I maiali danno tutto. Tutto quello che possono. Dalle ossa al sangue.
Si danno senza problemi, perché sanno che quello è il loro.

Nel paese delle rose e delle api, invece, non ci sono scuse che tengano.
Devi avere gambe e fiato. Guadagnarti ogni metro in silenzio.
Soffrire senza fiatare, perché chi ha sofferto riposa ora tra muri di vetro ed un piede inarcato.
Accetti il prezzo da pagare inconsapevolmente.

Due mondi volle unire una città.
Dopo essere stata spaccata da una semplice roccia, ricucì lo strappo con un lungo ponte, prendendosi rivincita e vendetta.
Volle fare di più.
Quei mondi li riunì.

Piccole gocce escono da una parete di roccia.
Pietre bianche sono levigate da un rigolino d’acqua fredda come le ombre nelle viscere della gran montagna.
Pochi metri, e le gocce sono miliardi.
Un fiume nasce così, dicono.

Nella terra dei santi.
E dei maiali.

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I corpi attaccati.
La pelle che si scambia il sudore.
Ogni goccia lascia cicatrici che straziano di piacere.
I fiati si incrociano come correnti in praterie immense che l’occhio non riesce ad abbracciare.
Il ritmo muove le gambe con i corpi sempre vicini.
Pericolosamente vicini.
“Tu sei pericoloso”
Lui che non ascolta e gli sorride quel tanto vicino che solo farfalle e proiettili possono passarci.
Lei che pende dalle sue labbra e che vuole baciarlo.

Negroni sbagliato e Mojito.
I colpevoli hanno nome.
Un esempio di malagiustizia.
Dare la colpa agli altri, nascondersi vigliaccamente per non prendere di petto la tempesta.
Rifugiarsi nei porti, sicuri.

Le barche che hanno crepe non rischiano il mare.
I marinai che soffrono a terra.

Camminare in punta di piedi sulle pozzanghere.
Volteggiare a mezz’aria con salti ripetuti e giravolte continue.
Gli occhi di lei sono un concentrati solo su un obiettivo: la bocca di lui.

“Hai caldo?” – la stuzzica come un pianoforte che urla dal piacere.
“Sto morendo di caldo” – mentre si guarda nello specchio e si aggiusta i capelli.
Di passaggio le dice “allora spogliati” sorridendo senza guardarla e facendosi vedere nello specchio.
“Spogliami tu”
Le parole che sono lazzi che vogliono catturare e fruste che vogliono lasciare il segno.
Corre veloce lui, non si fa prendere. La prateria è grande.

Ancora il ritmo.
Ancora i corpi attaccati.
Ancora i fiati che si incrociano, si allacciano, si annodano a pochi millimetri da bocche che sono baratri diretti a mille inferni bollenti allettanti in un mondo fatto di ghiaccio e blu.
I muscoli tesi e le facce slacciate colle sensazioni amplificate da mille desideri.

Il crescendo della musica.
Il crescendo della musica, ancora un po’.
Come un gradino in più, come un passo in più oltre il limite per vedere fin dove ci si può spingere, come lo sporgersi da un balcone.
“Tu sei pericoloso”
Non sentire.
“Stai lontano da me” e sentire tutta la forza del mondo attirarti.

Stop.
La musica finisce di colpo.

Con un rumore di pellicola in sottofondo, la scena si chiude con un turbamento inspiegabile, un feeling possibile ed una lieve attrazione.

Lo strazio del piacere.

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