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Archive for settembre 2011

Suonano alla porta.
Ho una porta blindata. Color bordeaux.
Non mi aspetto nessuna visita.
E’ un lunedì di fine settembre e piove, od almeno starà piovendo da qualche parte.
Sto comodo in poltrona.
Non mi voglio alzare.
Ancora un driiiin.

Apro.
Non ci credo.
Di tutte le teste di cazzo che potevano venire a trovarmi, mi capita un coglione.
Robbie Williams.
Il cantante.
No l’attore.
Quello è Robin. Williams. No quello di Batman.
Vabbé….

(mi tengo impegnato stasera)

Occhi da figlio di ‘ndrocchia, giubbotto nero da motociclista e canottiera bianca. E’ un po’ piccola, escono peluria e tatuaggi.
Spero non sia voluto, l’effetto è pessimo….

“E tu che ci fai qui?” gli faccio.
Fa la faccia da scemo e scimmiotta se stesso facendo i passetti che lo contraddistinguono.
Al mio sopracciglio alzato torna serio.

“Mi fai bere qualcosa?” – mi dice.
E’ tutto così paradossale che gli dico che può entrare.
Insomma, potrebbe essere anche un sosia, un truffatore, uno squilibrato (o sono io questo?).

Dopo aver chiuso la porta, mentre lui si siede sul divano ed io vado al frigo in cucina, la domanda sorge spontanea.
“No Robbie, davvero, che cazzo ci fai qui?”
“Ho sete”.
“E sti cazzi?” penso.
Prendo due Peroni. Ghiacciate. Ne ho un’altra sul vano superiore vicino ad una busta di fagiolini.
Il tempo di stapparne una che lo sento canticchiare mentre sfoglia un mio libro.
Sfiga vuole che sia una sua canzoncina.
Per inciso, non mi piace la musica di Robbie Williams.
If I have hurt you, your revenge will be so sweet…” questo il verso.
Gli passo la bottiglia.
Un “cheer” brandendo le bottiglie in aria senza farle toccare.
Lui inizia a scolarsi la bottiglia, sempre seduto.
Io con la spalla destra al muro, abbastanza scomposto.

“Sai come si chiama sta canzone?” mi dice.
“No” – presumo che un qualche cazzotto dato in qualche tempo ed in qualche luogo abbia dato meno fastidio di sta risposta.
“Come undone”.
“Aahhh” – annuisco muovendo la testa.
“Sai, una volta a Knebworth sono venuti per tre giorni 125,000 persone ad ascoltarmi”.
Se voleva fare colpo, non ci stava riuscendo.
“Non ho mai provato tante emozioni in una sola volta..”
Lo stuzzico: “forse solo quando ti hanno rapito gli alieni….”
Non capisco bene ma sento un “shit” ed un “fuck”.
Il Lord non si voleva fare capire.

Inizia a parlare.
Na macchinetta.
Mi racconta di come ogni volta a questa canzone, ringraziava la città, la nazione, poi ad un certo punto prendeva una ragazza dal pubblico, le cantava qualche passo stando abbracciati e poi se la baciava.
Mi racconta di come una di queste tremava come una foglia e stava quasi per svenire. Oppure un’altra era completamente eccitata, dicendoglielo nell’orecchio e dimenticando un microfono in diretta col mondo.
O di quella che sul palco gli palpò il culo e lui le strizzò le tette. A fine concerto, dice, se l’è trombata pure.

Lui parla.
Io mi domando che cazzo ci faccia qui. Sul mio divano. Con la mia birra.
Vuole qualcosa di forte.
Penso se sia come Ally McBeal o quell’altro telefilm dove il protagonista è un’artista od un avvocato (non ricordo) e si sogna le cose più assurde.
Fatto sta che anche l’Amaro Lucano inizia ad abbassarsi nella sua bottiglia.

“Robbie, serio, che stracazzo ci fai qui?”
“Ehi, e che cazzo…. sto qui, no?”
“No!”
“Stavi facendoti troppi viaggioni inutili, stavi sbarellando e sono venuto qui”
“Spero tu possa renderti conto dei chili di cazzate insensate che stai sparando”
“Sei tu che mi stai parlando”
Cazzo. Ho Robbie Williams in salotto?

“Ma come sei arrivato qui? Chi ti ha detto che stavo sbarellando? E poi.. mica stavo sbarellando!!!”
“Fai troppe domande, troppe seghe mentali…rilassati dude!”

Finisco la Peroni.
Lui si fa un altro cicchetto di amaro.
“Senti un po’, Robbie, quante donne hai avuto?”
Mi ride in faccia: “qualcuna”
Gli sorrido di rimando.

Ho una pop-star del cazzo nel mio salone.
E l’unica cosa che mi preoccupa e che si sta finendo l’alcool.

“Il tempo di una canzone e me ne vado”
“Mi risparmi il live e magari la vediamo su Youtube?”
“Sei proprio un full of shit”
“Robbie, non mi piace la tua musica..”
Ora fa la mimica con la faccia di chi sta per piangere e sbatte gli occhi; il labbro inferiore si è materializzato.
Non è che è ricchione?

“Robbie, non è che tu e Gary… niente niente? (slappandomi il lobo con l’indice)”
Mi ride in faccia.
Mi fa sentire sta cazzo di “Come Undone”.
Effettivamente se la bacia una che gli tocca il culo.
Effettivamente prende per il culo Knebworth.

Sembra contento mentre vediamo il video su Youtube.
Ci fumiamo una sigaretta sul balcone.
Gli dico di quello che penso.
Si fa serio.
Mi dice delle cose.
Non lo ascolto.
Mi da na pacca sulla spalla. E se ne va.
Torno sul balcone.
Non esce nessuno.
Vado per le scale.
Non c’è nessuno.

Ok, un’altra mia fisima.

aggiornamento 23.55

sono passati venticinque minuti.
Dal piano di sopra sento indistintamente “Come Undone” uscire da autoparlanti che possono essere di un pc.
Dopo un po’ indistinti scricchiolii di letto.

Probabilmente prima ha sbagliato porta.
Però….
hai capito a Robbie Williams?
No l’attore!

 

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Un tempo aveva pensato di poter conquistare Londra.
Si era immaginata un carosello di salotti letterari, riunioni politiche, festicciole amene, idilli agrodolci lungo gli argini del Tamigi. Si era messa in testa di formare una band, girare dei documentari, scrivere romanzi, ma due anni dopo lo smilzo volume di poesie non si era rimpolpato e, da quando era stata manganellata durante le manifestazioni contro la riforma fiscale della Thatcher, non era più successo niente di buono.
La metropoli aveva vinto (e dire che era stata avvisata). Come in un party sovraffollato, nessuno aveva notato il suo arrivo e nessuno si sarebbe accorto della sua partenza.
Ci aveva provato, però, con tutte le forze. L’idea di una carriera nell’editoria si era riproposta. Stephanie Shaw, la sua amica, aveva trovato lavoro appena laureata, ed il lavoro l’aveva trasformata. Niente più pinte di scura per Stephanie.
Emma aveva scritto ad editori, agenti letterari, perfino alle librerie, ma ciccia. C’era una crisi in corso e le persone si aggrappavano ai loro posti di lavoro con feroce determinazione. Emma aveva pensato anche di ripiegare sull’insegnamento, ma il governo aveva congelato le borse di studio, e la retta lei proprio non poteva permettersela. Restava il volontariato, magari per Amnesty International, ma l’affitto di casa e gli spostamenti divoravano lo stipendio mentre il Loco Caliente divorava tutto il suo tempo e le sue energie….

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Forse ho esagerato.Scusami se ti ho fatto arrabbiare.La cosa principale è che ti penso sempre, tutto qui.Dex ed Em,Em e Dex.
Dirai che sono un inguaribile romantico, ma sei l’unica persona al mondo che vorrei vedere in preda alla dissenteria.
Taj Mahal, 1 agosto, mezzogiorno.
Non mi scappi!
Un abbraccio
D

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Elia

Riflettevo poco fa…
Sulle mie angosce, i dubbi, le ansie, le enormi paure.
Pensavo ai sacrifici, alle implorazioni che faccio a …
Rinsaldando patti che io e […] abbiamo fatto. In realtà l’ho fatto e vertiginosamente spero che venga rispettato…. che […].
Riflettevo… su quante cose accadono, quante non possiamo cambiare, quante subiamo, quanto veleno facciamo..
e mi domandavo quanto ne valga la pena farsela da queste parti, abitando le nostri pelli, in compagnia di ossa (rotte a volte) e fiato…
pensavo se vale la pena vivere (non sto pensando al suicidio tranquilla :D). è un pensiero ampio…che abbraccia tante cose, più di quanto un occhio può vedere sino ad un orizzonte….
pensavo se vale la pena far vivere qualcuno, metterlo al mondo

molte ansie, davvero… tante e troppe.

poi ho pensato….che ….. la vita è bella…
che la felicità c’è…..che possiamo essere felici ogni volta che lo vogliamo.. per una cazzata o per un qualcosa di importantissimo.
basta volerlo….

basta solo volerlo, non ci vuole niente…

ripensando a quanto ti ho appena detto… voglio dire a te…e ad Elia….che la vita è bella…..
che siamo fortunati tutti per il solo fatto di potercela vivere…
che non vedo l’ora di vederlo Elia, di vedere i suoi occhi e toccare le sue mani…. la felicità c’è…
ed Elia…..bé …. sarà  fenomenale almeno quanto i suoi genitori..
perché già fa stare bene le persone…

F.R.

 

 

 

 

 

Mi vengono un po’i brividi..
Leggerti stasera mi fa desiderare di raccontargli i pensieri che gli hai dedicato ancora prima che possa ascoltarti..
credo che la tua riconoscenza verso la vita e l’elogio alla sua bellezza siano segnali del tuo stato di coscienza davvero alto..
credo che tu stia percorrendo l’evoluzione che porta il pensiero a raffinarsi,
e che veramente la scrittura sia una sorta di processo di igiene mentale..
è questo processo che ti porta a scoprire il valore ultimo e profondo delle cose..
perché nell’affermare che la vita è bella sto scorgendo tutte le tue considerazioni più profonde, e tutto l’attraversare il male di vivere, l’infelicità, la gioia,i sorrisi e le lacrime..
e scoprire di dover arrendersi perché la bellezza è qui, sta in tutto questo..
ci costa un po’ troppo spogliarci e togliere i veli
l’infelicità è un porto sicuro
ma è più difficile rischiare di essere felici..
non so esprimerti quanta vicinanza sento..
è come se fossi qui
le tue parole mi riempiono di gioia

V.T.

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The stars, the moon, they have all been blown out
You left me in the dark
No dawn, no day, I’m always in this twilight
In the shadow of your heart

And in the dark, I can hear your heartbeat
I tried to find the sound
But then it stopped, and I was in the darkness,
So darkness I became

I took the stars from our eyes, and then I made a map
And knew that somehow I could find my way back
Then I heard your heart beating, you were in the darkness too
So I stayed in the darkness with you

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il sabato del villaggio

Le stazioni di servizio sono piene di auto lucide e vecchie.
Con navigatori satellitari che costano più dell’auto.
Grosse macchine che non possono essere mantenute e dieci euro di rifornimento.
Li vedi fare benzina, tutti che si rallegrano, pronti per la serata.
Una birra passa tra gli occupanti, ci sarà anche del fumo dentro quella Punto scura.
Di sicuro non manca la speranza della “serata della vita” come ogni sabato accade.
Uscire.
Uscire per darsi un senso che altrimenti non c’è.
Come un branco di gnu che corre senza sapere il perché.
Molti si danno pacche sulle spalle, altri si pavoneggiano, alcuni non dicono quello che faranno per darsi un tono.
Tutti alla ricerca della serata perfetta.
O quasi.
Poi la domenica ci si sveglia con l’odore del ragù e magari un padre che suona un pianoforte o, molto più probabilmente, poltrisce davanti ad una tv.
E ti rendi conto che era una bugia.
Ed allora pronto a sopportare (pochi) una settimana intera prima di un altro sabato.
Altri inconsapevolmente pensano che dopo il sabato ci sia la domenica e poi il lunedì.
Non pensando che sono sabati domeniche e lunedì in meno….
vissuti sbattendosi per niente e vivendo per meno.

Morti già morti.
Neanche il tempo di accorgetene.

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Robin, who?

Ho l’arco teso.
La freccia splende d’argento e voglia.
Ma è buio oltre gli occhi.
Dove mirare?

Il braccio fa male.
Il gomito è premuto dai muscoli e brucia tutto quello che separa la mano dalla testa.
Lancio qualche freccia.

Forse un bosco?
Sento il sibilo, che presto si perde tra grilli e foglie al vento.

Devo colpire.
Ma come?
Ho gli occhi spalancati e l’adrenalina galoppa.

Poi inizia la stanchezza e la disperazione.

Quel mostro di ghiaccio non lo vincerò facilmente.
Che impresa vana!
Lo immagino irridermi tutto grigio e bianco e indaco mentre schiva i miei dardi.
Penso mi prenda in giro.

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