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Archive for gennaio 2012

Una luna blu mi illumina.
Sento un vento di speranza, in un mare di vuoto, aggrappandomi a note e sprofondando in terreni melmosi e puzzolenti.
Tra crema e spine, dolce e dolore, alti incredibili e bassi indicibili, flutto a mezz’aria, costantemente ovunque e da nessuna parte. Scivola. Scivola il tempo nelle mie vene, nei miei occhi, non considero il mondo, giro a 4000 km/h e non me ne accorgo. Dall’altra parte del mondo è giorno, qui un buio pesto e l’alba troppo lontana.
“Yes Sir…”
Il freddo è nelle ossa e tocca il cuore con le sue dita ghiacciate; una stretta terribile che tronca il fiato, lo spezza in mille parti che tagliano anche l’anima. Esausto. Incapace di smettere. Tiro avanti, come la goccia che cade per terra.
Vivo. Mi dico.
Sopravvivo. La verità.
Io so che il mio pugno racchiude un universo. Questa la menzogna che mi raccontavo fino all’altro ieri.
Ieri poi ho cambiato postazione, mi sono seduto, ed ho guardato il mondo da tutt’altra parte. Non ci sono stati avvisi, avvisaglie, gabbiani che volano via. Niente. E’ successo solo che mi sono seduto. Ed ho cambiato prospettiva.

Una pianta, cui viene messa un po’ d’acqua, che perde qualche foglia.
Vorrei suonare la chitarra.
Ho mangiato una zuppa.
Puzzo di cloro, i capelli sono sulle guance, non rasate, e le braccia nude.
Le dita vanno più veloci dei pensieri e le devo inseguire, ragguagliare, sgridare, legare, imbrigliare, punire….
Sfrego i polpastrelli.
Nei polpastrelli ci sono più nervi che sulla schiena.
Però se ti pugnalano alle spalle senti più dolore di quando ti pugnalano un dito, od un polpastrello.
Le spalle non entrano neanche più in questa maglietta.
Vedo il muro. Bianco.
Robert Plant spacca i timpani, il mio viso illuminato solo dal monitor.
Canto a squarcia gola, sforzandomi, sento le vene ispessirsi.
Mi sento il fiato infinito, come se i polmoni fossero montagne d’inverno e la gola un’arma micidiale.

Sono su un cavallo nero, una strada che costeggia il mare, il cielo è grigio, il vento freddo.
Ho l’umido addosso, non me ne curo.
Le briglie salde in mano, la destra.
Avanzo lento, ogni zoccolo affonda sul terriccio.
Ho tutto il mare davanti.
E lo sfido…
Di slancio giù dal cavallo….
Nudo, in mare.
Le braccia vanno insieme, le gambe mi spingono veloci tra spume bianche e vene blu e nere; muovo il bacino come se volessi fecondarlo tutto, e mi sembra quasi di respirare l’acqua.
Fanno male i muscoli, spingo di più.
Mi manca l’aria, insisto con la testa sott’acqua.
Rompo il mio Essere in migliaia di pezzi inutili, che si ricompattano ad ogni onda, in ordine sparso…
Sono un tutt’uno col mare, le mie braccia lunghissime spostano onde intere, e le mie gambe hanno squame argentee che riflettono un cielo cupo.
Sono un messaggero, di morte. D’amore. Di vita.
Di tutto.
Di niente.
E volo in acqua… gridando per i mari che la terra è uno schifo, e che sto bene lì dove l’acqua gioca a fare il cielo, cambiando colore, forma ed odore..
Come fai a spiegare l’odore del mare?
E quel suo blu?
Lascio scie dorate dal sole sotto le nuvole.
E sono costretto ad inseguirlo.
Cerco un’isola.
Un’isola dove io posso essere.
Cerco la parte che manca,
che non è piccola,
non è inutile,
non è finita e finta,
non è me.

Veloce, velocissimo, sono una freccia di carne ed ossa, argento e fiato, che infrange e violenta un mare indifeso, così piccolo per me, uno scherzo da superare in un niente. Geme il mare, respira il mare, si gonfia e si sgonfia, disegnando montagne d’acqua e buchi bagnati. Mi lecco le labbra di sale, e mi fermo per un attimo.
Il cielo è nero, e tutte le stelle dell’universo si riflettono intorno a me. Mi sento sospeso tra due mondi, che si fondono proprio dove io mi trovo….
I miei sono gesti rallentati, ponderati, battiti d’ali di farfalla che incendiano interi pianeti come capocchie di fiammiferi.
Il mio cuore pompa acqua, e sento il battito .
Chi volevo essere?
Chi sono?
Che significato ha darsi l’aspettativa di essere qualcuno?
Io sono comunque pur non essendo.
Io sono dunque tutto essendo niente.
Io sono tanto vivo quanto morto.
Sono solo cosciente.
Di me.
E di quello con cui mi relaziono.
Il resto solo cazzate.
Il mio cervello è meno evoluto di quanto possa pensare, ma è la coscienza a mietere vittime.

Le lacrime sono un concentrato di acqua, elettroliti e l’epifora è un evento psicofisiologico.
Le lacrime in realtà non esistono.
Sono solo acqua ed elettroliti.
Le chiamiamo lacrime perché suona meglio di “acqua ed elettroliti”.

Perché si pianga poi non lo so.

Come sono finito in una lacrima non lo so.
Né posso spiegarlo.
Ma se hai avuto l’accortezza di seguirmi, hai solo visto quello che volevi vedere,
in realtà io sono dietro di te,
attaccato,
nel mezzo dell’Atlantico,
inseguendo il sole che scappa ad Ovest
cercando io, la mia isola.
Messaggero del niente.
E tu…
stupido lettore
che stai seduto sulla tua stupida sedia….
non vedrai mai niente tranne quello che vedi.

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il mare sta urlando fuori,
è sul balcone,
tra i vetri,
nelle tende.
Urla..
peggio di un lupo,
e sento la sua rabbia,
quasi mi cerca,
come volesse uno scontro.

La notte è buia ora.
Il mare è nero,
Io sono solo un punto.
Dove tutto converge.

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paurosamente

Tutta questa storia nasce dal rumore di una foglia caduta in un fiume fermo.
Una tenda che sbatte e si ribella alla sbarra di ferro, fomentata dal vento.
Da un aereo che ha tagliato un mare bianco di nuvole.
Dalla condensa sul vetro di un treno.
Dal cloro che respiro direttamente dalla mia pelle.

In nessun posto,
in nessun cuore,
nelle mani di nessuno,
io sono.
Nello spazio ed oltre lo spazio,
nel tempo ed oltre il tempo,
velocemente immobile
corro senza meta,
senza senso,
perdendo pezzi,
non lottando sufficientemente.

Vorrei…
rompere le macchine fotografiche,
che non regalano più l’emozione di una foto appesa al muro.
Volare ancora,
per un ciao, un graffio,
il caldo del letto,
la calma nel petto,
la pace col mondo,
lenzuola rosse come arance
e fresche come more.
La tua mano sulla mia schiena,
che semina,
che stuzzica,
che corre,
dirti che è tutto ok,
mischiare la pelle,
il fiato,
lo sguardo,
perdendomi.

Tu…
che cadi…
che sbatti…
che sbandi.
Paurosamente.
Che vuoi calma, e gridi..
che vuoi finire, ma non torni..
che puoi aggrapparti, ma non tendi le mani..

Vieni in questo giardino,
guardati il sole andarsene,
metti con me il fuoco
e raccontami le tue storie,
le tue vite,
dove sei stata,
cosa hai visto,
cosa hai dovuto sopportare.

Non ho paura,
con te no.

Aggrappiamoci a noi stessi,
che tutto scivola,
scivolerà via,
subdolamente senza dire niente,
come l’ombra a sera,
come il vento di agosto,
come i baci rubati,
come gli eco,
come la marea…

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Collo, petto, spalle, fianchi
facile da prendere, potresti avermi in quattro mosse
fammi un’offerta, dammi un giorno, un pezzo,
prenditi tutto, dimmi qualcosa,
resta una settimana.

Ti prenderò a pezzi
come tutto d’altronde,
naufrago sin dal principio
sott’acqua ci sono stato, respirandoci.

Io penso di non sapere più dove finisci tu e dove inizio io..

 

Questo è il nostro spazio, come aria aperta
pezzo per pezzo, prima di restare solo
schiacciati, prima che ci spezzino, prima che ci perdiamo,
tienimi dentro, tienimi tutto,
nel tuo spazio.

Sono cera bollente
entrerò
lasciami sistemare
dobbiamo sigillare la cosa
non posso aggiustarla, cambiarla, reimpararla
devo tenere quello che ho,
preservami.

Non guardare dove non c’è niente

Cera calda, mi hai lasciato con uno splendore
non lo avrei dovuto sapere se fossi stato lasciato indietro?
Sono la tua seconda pelle.
Sei la mia seconda pelle.

Non so più dove finisco, non so più dove inizi.
Non puoi farmi uscire,
continua a farmi entrare…

I can’t let it out,  I still let you in


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I must admit
I can’t explain
Any of these thoughts racing
Through my brain

It’s true
Baby I’m howlin’ for you

There’s something wrong
With this plot
The actors here
Have not got

A clue
Baby I’m howlin’ for you

Mockingbird
Can’t you see
Little girl’s
Got a hold on me

Like glue
Baby I’m howlin’ for you

Throw the ball
To the stick
Swing and miss and a

Catcher’s mitt
Strike two
Baby I’m howlin’ for you

 

 

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Non so più cosa pensare.
Parole vuote che girano a vuoto su vuoti pensieri in una testa vuota.
Una vita vuota.
Una stanza vuota.
Un letto vuoto.
Le vene vuote.
Le mani vuote.
La bocca vuota…..

Sono una luce nel buio. A volte.
Altre sono un punto buio nella luce. Più spesso.

Ci spegniamo senza colpo ferire, dormiamo più del dovuto, rischiamo meno del necessario, diciamo sì e lasciamo orme su spiagge che verranno spazzate dal maestrale violento o da una dolce marea.

Abbiamo avuto un dono, di viverci.
E per cose che non abbiamo deciso, decidiamo di viverci così… a metà.

Il mio tavolo di legno ha una ferita profonda in lungo, con strisce chiare e venature intermedie.
Eppure non me ne fotte niente.

L’anno scorso ero un altro.
Che domani non si riconoscerà in ieri.
E’ un ricambio continuo.
Poi ci ripenso. Non siamo noi a cambiare. E’ solo il tempo a farlo.
Noi siamo quello che siamo e moriamo come siamo nati.
Non mi frega più di quello che c’è dopo, per quel mi riguarda sarà uguale al prima.

Sono devoto solo all’oggi.
Un dio bizzarro, capriccioso e presuntuoso.

Forse è solo un sogno.
Che a volte è un incubo.
Sento il mare che preme sui vetri.
E le stelle sembrano stanche.

Forse è solo sonno.
Forse è solo amore.
Finirà che è solo vita.
Sta cosa insulsa cui nessuno più bada.
Come fossimo infiniti, come fossimo smisurati, come fossimo dei.

E lo siamo….
del niente e dell’aria fritta.

 

Ho paura…di me e di tutto quello che ho.
In ogni caso sento cose che non avevo mai prima d’ora provato.

Mi facevo più solitario,
più indipendente,
per essere libero
e mi ritrovo schiavo,
schiavo e pezzente.

Senza senso….
le mie mani sono tese, rigide e meccaniche.
Non biasimarmi.
Io mi sfido tutti i giorni.
Perdendo.

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And if it looks to me like you in your reflection
Plan to add your own fight to this dimension.
Then tell it that this ain’t no free-for-all to see,
There’s only three
It’s just you and me against me.

 

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