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Archive for marzo 2012

Tra lenzuola bianche
mi risveglio,
un mattino biancospino
luci rosse impresse forti in menti
spaccate da atroci tormenti.
Onde chiare,
stanze vuote,
sotto chiavi d’ottone.
Paure amare
ferite di zenzero
mani di grano
affanni caldi soltanto stringono
di umidi ricordi
e tragedie di carne.
Lingue di zucchero,
miscele infuocate
su acque fredde dicembrine
con voglie non capite,
con vite non vissute
pensieri inauditi
e dita violente
che premono lo stomaco.

Ancora.

 

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quello che mi spaventa
è pensare che siamo nati per
morire.
una sensazione che mi
fa violenza dal risveglio
fino alle ultime ore della notte.
io penso, vivo, agisco in
funzione di un fatto tale
per cui così non sia.

un dono.
maledetto od a culo che sia.
intendo sfruttarlo.
spremerlo.
mandarlo su di giri.

lasciarlo così su di un comodino,
no.

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Camminava per la città Guglielmo.
Più grigia del solito, più umida del solito, più sporca del solito.
Eppure luccicante con quelle pietre bagnate e le luci soffuse dalla pioggia.
La sentiva addosso, scivolargli nelle ossa e nel sangue.
Assorto nei suoi pensieri, tra una boccata e l’altra di Merit, testa bassa e mani in tasca.

Fu all’improvviso, come sempre.
Come quando ti colpisce un fulmine, pensò.
Come quando ti sparano alle spalle, pensò.
Come quando t’attacchi alle labbra di qualcuno, pensò.

Ritrovò Ofelia; passeggiava svelta come un leopardo dall’altra parte della strada.
Tacchi neri, gambe nude, trench sul ginocchio, allacciato in vita e col bavaro alzato, capelli a caschetto e ciuffo sull’occhio.

Bloccò il traffico involontariamente guadando la strada in obliquo. Tre bestemmie lo sfiorarono appena, senza curarsene. Un paraurti addirittura sbatté contro il polpaccio. Lui fisso con lo sguardo su di lei. Come i leoni sulla preda.

La prese per un braccio, bruscamente.
Lei si voltò, neanche un’emozione…

La città era grigia.
Lei era grigia.
Tranne gli occhi, di ghiaccio.
Tranne le labbra, di sangue.

Il resto era tutto un grigio, un regno dimenticato dai colori.

“Che cazzo ci fai qui?” masticò Guglielmo stringendo il braccio.
Sembrava non sorpresa.

La trascinò in un vicolo.
La pioggia aumentò.

Mollò la presa del braccio e la incastonò nella rientranza di una parete.
Sembrava una statua.

“Tu… tu… dovresti essere morta, Ofelia!”
Sorrise Ofelia.
Come mai prima.

“Vero Guglielmo. Se fu vero, vero è anche che sono rinata”.
“Non capisco”.

Gli occhi di Ofelia erano ghiaccio, ma caldo. Profondi come il cielo.

Ho attraversato gli inferni dell’anima, dove il buio diventava l’unica cosa calda che sentivo, implorando che la notte scendesse presto solo per essere avvolta ed annullata. E nell’inerzia mi sono fatta travolgere passivamente dalla corrente della vita, lentamente trasportata dalle acque, come nel fiume prima di annegare. Ma il mio non era l’ultimo viaggio, perche nel mio silenzio mi sono ritrovata a scrutare ciò che accadeva attorno e dentro me. E’ stato un modo per capire dove sono e dove vorrei arrivare, la possibilità di racchiudere in un cassetto in fondo all’anima un amore lontano nel tempo e nello spazio e fare posto a qualcun altro. Ad un uomo che nel frattempo gravitava attorno a me. E sono stata io a tendergli la mano, ad accoglierlo per prima“.

“Ma Amleto?”
“Me ne fotto di lui, Guglielmo. Me ne fotto. Ha ucciso mio padre, ha ucciso me. Non so più niente di lui, e niente più importa”.

“Non posso lasciarti andare Ofelia, tu sei qui per vendicarti”.
Non hai capito niente.. Mi riscopro una donna che ha ritrovato la fame, che vuole mangiare lentamente e a volte con foga. Che vorrebbe bere dalle mani di chi amo più di quella foglia che cade o di me stessa, riscoprire se stessa nei suoi occhi … una donna che vorrebbe offrire le sue mani al mondo, che a quel mondo si è donata”.

Ancora una volta sorrise Ofelia.
Accarezzò dolcemente Guglielmo e svanì dal vicolo.

Fu sogno?
Fu desto?

Fu che smise di piovere, che una storia era finita dove un’altra era iniziata.
Guglielmo scrollò le spalle.
Ad Amleto non avrebbe detto niente.
Ammesso che fosse ancora vivo.

Poi sorrise.
E capì quello che Ofelia gli aveva detto.

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Fragile.
Mi ritrovo rannicchiato in un angolo, coi brividi a svuotarmi le ossa ed a scuotermi tanto da avere la nausea.
Ogni tanto mi prende la paura.
Mi stana, mi trova e mi mangia a piccoli pezzi dolorosi.
Come buttare dell’acqua in un vaso pieno di sassi e sabbia.
Impregna tutto, riempie tutto, cancella tutto.
Forse la verità è che non riesco ad essere felice.
O meglio.
Ho paura di essere felice.
Quasi fosse una colpa, quasi non sia giusto.
Un’ombra che mi segue anche di notte, quando dormo, quando mi circondo di gente.
Ed allora devo volare, staccarmi da terra, lasciarlo giù quel fantasma dagli occhi rossi e la bocca vuota.
Solo scrivendo, io volo.
Sono queste dita che sbattono sui tasti a farmi saltare sulle pozzanghere, ad innamorarmi, a fantasticare, a dolermi.

C’è sempre qualcosa che non ho fatto, come avrei dovuto, potuto, voluto.
Una pigrizia che è una coperta per l’anima, un annullarmi ogni secondo, un ritorno continuo al punto di partenza.

Ed allora. Entro in mondi pieni, dove i colori si respirano e le labbra si toccano..
Fragile io.
Anima vagabonda, in un mondo così grande.

Animula vagula blandula…
piccola anima smarrita e soave
compagna e ospite del corpo
ora t’appresti a scendere in luoghi incolori,
ardui e spogli
ove non avrai più gli svaghi consueti .
un istante ancora
guardiamo insieme le rive familiari
le cose che certamente non vedremo mai più…
cerchiamo d’entrare nella morte a occhi aperti…

Adriano

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Nino

Nino ha cinquant’anni.
Ma ne dimostra settanta.
Ha la barba di tre giorni, il viso bruciato dal sole della campagna e gli occhi tristi.
L’ho visto sulla sua Atala nera, tutta arrugginita, tutta sgangherata, con due raggi della ruota posteriore mancanti.
Un piede sul pedale, l’altro per terra. Leggeva lo spazio riservato agli annunci funebri, proprio sul ponte che divide in due il paese. Tra una boccata e l’altra, il fumo della sigaretta si perdeva nei capelli grigi, a spazzola.
Triste Nino.
Avvilito Nino.
Non riconosce più quelli che gli stanno intorno, e sempre più solo pedala sulle strade asfaltate.
Mi è sembrato che facesse una conta, non so di che tipo, ma l’immaginazione è ridotta a poca cosa.

Così solo Nino.
Eppur così forte.
Ha ripreso a pedalare, forse parlando da solo, a dirsi che non è giusto, che la vita è ingiusta, che tutto è schifo.
Ma pedalava.
Andava avanti.
Senza sapere dove.

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Oggi ero a pranzo a casa dei miei genitori.
Per miracolo mia nonna ha deciso di salire due rampe di scale ed unirsi a noi.
Un evento che diventa sempre più raro e che sempre più cerco di vivermi maggiormente.
Non parla molto, passa il tempo con una mano sull’orecchio ed un braccio in grembo.
La vecchiaia la sta vivendo sulla sua pelle, che è piena di segni, di linee, di crepe.
Vederla nel tempo mi fa capire quanto stia diventando più piccola, quasi si consumasse.
Abbracciandola sento le sue ossa sulla mia carne.
Una sensazione un po’ terrificante.
La degenerazione senile delle sue retine sta avendo ripercussioni importanti sulla sua mente.

E’ marzo.
Una macedonia che neanche i macedoni si sognano attiva le mie endorfine, che dal risveglio sono tenute su un’isola segreta dai postumi di una nottata arrivata ai limiti dell’alba.
Tra un granello di zucchero, una fragola affettata ed un pezzettino di banana, decido di giocare con mia nonna.
Di stuzzicarla.
Complice con mio padre, facciamo domande.
Sul suo passato.
Sull’uomo di cui porto il nome.
Non Guglielmo.
Ma Francesco.

Ed ecco mia nonna rinascere.
Vivere di nuovo.
Ecco capire che la pelle che è martoriata di segni profondissimi, di vite vissute, sia a difesa di quell’universo che sta dentro, che neanche per un attimo sia stato scalfito dalla morte, dal dolore, dalla sofferenza.
Ecco mia nonna ridere.
Con una luce negli occhi che non so descrivere.
Una leonessa, una regina guerriera, indomita.
E l’amore.
L’amore per mio nonno.

Mi è rimasta impressa la storia di un viaggio in Sicilia, in auto, per pochi giorni, fino a Trapani, passando per Palermo.
Di quando in una stazione di servizio, mentre mio nonno in attesa del rifornimento attendeva paziente ma sorridente, lei sgattaiolò giù per una scala di pietra per finire in un podere e prese di nascosto un limone in “un mare d’arance”.
Immagino il suo gesto, così naturale, così spontaneo, così lontano dal male che vedo giorno per giorno intorno a me..
Una purezza, una nitidezza così forte che mi sto emozionando ora.
Mi ha raccontato di essere stata beccata dal proprietario e spaventata ha lentamente sporto la mano aperta col limone poggiato equilibrio sul palmo per restituire il maltolto. A quella vista, il proprietario si è messo a ridere forte ed ha riempito l’auto di Francesco e Celeste di arance e limoni.
Li immagino ridere mentre tornano a casa, con la macchina che profuma di terra ed agrumi ed è piena di quei colori intensi.

Mia nonna rideva a tavola mentre raccontava la storia.

Mia nonna è ancora innamorata di mio nonno.
Mio nonno è morto trentatré anni fa.
Più tardi, nel pomeriggio, al telefono combattevo con un fantasma grigio che mi ruba metà del cielo ogni tanto.
Un fantasma grigio che mi ha detto che “niente è per sempre”, che “non c’è stabilità”, che “siamo destinati a finire”.

Non ho detto niente.
Ho lasciato scorrere, come sempre.

Ho pensato a mia nonna che rideva a tavola, prima di tornare nella sua espressione contrita.
Ho pensato a loro, alle arance, ai limoni, alle risate, agli occhi che brillavano.

Ho pensato che mia nonna è ancora innamorata di mio nonno.
Ho pensato ad un uomo che non ho visto, ma che conosco, e di cui porto il nome.

Ho pensato che l’amore, qui, è tutto.
Tutto qui.

 

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Chiudo la porta, allungando il braccio, impugnando il pomello tondo di ottone consumato.
Un raggio di luce taglia la stanza col parquet sporco di polvere e solo un letto in fondo alla stanza.
Tu davanti.
Due ciocche sulle guance, la pelle perlata e labbra scarlatte come sangue.
Una bretella scesa da una spalla, una gonna a fiori, bianca, i piedi nudi.
L’estate fuori.
L’inferno dentro.
Una goccia di sudore disegna una ruga di domani.
Tamburello sulla coscia, nervoso.
Tu davanti.
Occhi pece, ed il respiro in tempesta.
Di ansia, di paura, di terrore, di sconforto, di niente, di tutto l’universo.
Di voglia.
Accenno un passo,
le assi scricchiolano, una catena tiene il polso,
ritorno indietro di un passo, che è un chilometro.
Non posso superare quel raggio di luce,
risucchiato in un vortice nichilista, il risultato.
I tuoi occhi implorano di abbandonare nell’ordine: la stanza, l’edificio, il quartiere, la città, la regione, lo Stato, il continente.
Ma è tutto il resto che mi implora, invece, di attraccare, di buttare l’ancora, di placare le ansie dei miei marinai
che da troppo solcano mari cattivi ed acque torbide.
Un’altra bretella va giù.
E con tutto il silenzio del mondo, il fruscio del cotone che sfiora la pelle
mi rimanda brividi persi in notti medievali.
Accenno un passo,
le assi scricchiolano, due catene mi tengono i polsi,
ritorno indietro di un passo, che è due chilometri.
Come serpente, come peccato, come paura,
attorcigli i fianchi e prendi in mano i bottoni della gonna,
ed ogni sganciamento mi fa saltare quattro battiti.
Batto i denti e sento le gambe appesantirsi
con farfalle nello stomaco a giocarsi
diamanti senza luce e veleno in circolo
E va giù la gonna.
Come un albero,
come un generale in battaglia,
come un palazzo,
come tutto quello che non devi, ma che vuoi più dell’acqua,
più dell’aria,
più del sangue.
Guardi, dentro in posti che non conosco
chiamando a te qualcuno che non sono
una parte arcana e celeste che in qualche tempo
ti doveva essere appartenuta e che ora
dopo mille guerre,
rivuoi….
Accenno un passo,
le assi scricchiolano,
ritorno indietro, troppo lontano.

Sollevi lenzuola chiare,
ti immergi nel letto
uscendone dall’altra parte
come spuma di mare a marzo
talmente invitante eppur così ghiacciata.

Ti vedo muovere tra le stoffe,
sfrusciandoci contro,
peggio delle onde,
peggio dei corpi dei giovani amanti
peggio di mani che si intrecciano
peggio di urti tremendi che tutto scuotono.

Ed ansimi…
ancora…
che vuoi sapere di non saperti mai più sola,
che nessuna Circe ti si parerà contro,
che paura non avrai,
e che le notti saranno calde e stellate.

Muta, urli con tutto il resto.
Rompo la catena che mi tiene,
in mille pezzi, cascate di ferro
mille tuoni e gabbiani che scappano.

A rallentatore muovo milioni di atomi
d’aria, pelle, rabbia, vuoto.
A rallentatore riempio milioni di spazi,
infinitesime distanze che ci tengono lontani
slaccio i miei muscoli
volando su assi che traballano
atterrando con la grazia di un singolo petalo
su un letto cremisi
scalfendo la tua roccia
aprendo il tuo cuore
soffiandoci dentro il caldo nascosto…

Nei tuoi labirinti, trovo Dio.
 

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