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Archive for luglio 2012

La pigna

Una pigna appesa al ramo. 

Le pigne fissano quel punto che è giù, sotto di loro.
Da quando nascono.
Lo fissano sempre, senza perderlo di vista neanche per un minuto. 
L’albero le lascia andare, quando pesano, quando sono grandi.
Le lascia al loro destino. 
Alle loro voglie.
Al richiamo di quella terra sporca e bagnata sotto di loro,
a quel momento in cui sono angeli di legno che scendono dritti da cieli di ferro battuto
giù verso la terra,
angeli di legno caduti in terra,
un bacio di un attimo,
un attimo prima della fine,
che tutto in un attimo
può esserci un’intera vita.

Io sono una pigna.

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senti che manca qualcosa.
senti che manca quella scintilla.

la gioia si è offesa
che tutto qui è sospeso
tutto in attesa.

 

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Il sole scende dietro palazzoni grigi in lontananza, con la strada polverosa che scorre sotto e lamine di un cantiere mai finito infuocate dall’oro ed il rosso di un’aria rinfrescata dal grecale.

Giulia in giardino si sfiora le gambe.
Abbronzate e piene della sua età.
Oggi Giulia non vola, non andrà né a Milano né a Delhi.
Rimane in giardino, tra ortensie, prati e cespugli inclinati dai venti di mare,
tra alberi spelacchiati, pigne in bilico sui rami e zanzare voraci.

Con tocchi delicati sfiora la sua pelle,
e guarda oltre il giardino,
oltre le lamiere,
oltre i palazzoni,
sotto un angolo dei tetti, in un corridoio di aria inondato da un sole furioso.

I capelli sulle spalle la solleticano
e sembra quasi sorridere.

Spensierata Giulia,
si sfiora le gambe.
Abbronzate e piene della sua età.

Sullo scalino che porta in cucina
da piccola ci ha sognato un mondo intero,
fatto di pirati ed eroi dalle armature scintillanti,
con donne piene di coralli e fiori bianchi
e bimbi leggeri correre su acque bianche di spuma e conchiglie.

Dietro le persiane verdi
si nasconde da avide voglie
e nuda si veste d’aria e speranza,
sposa acqua e legno
si immerge in pensieri limpidi
e pianificando allontana le labbra
aprendosi in sorrisi radiosi
che vedo nell’ombra.

E’ una sfida,
che vincerà
che non perderà
che suderà
e lo farà con tutta la grazia della farfalla
e la pazienza del bruco.

Scende la sera
come un avvoltoio
plana sui mattoni caldi e picchia in terra sul selciato.

Liscia come una perla di Tahiti
ripensa alle collane di fiori
agli sguardi dei mendicanti di Delhi
e dei giovani avvocati di Milano
e poi fissa me
attraverso le fessure verdi
come una tigre tra le foglie

Sorride Giulia,
oggi prenderà nessun aereo
e felice coi piedi fortemente fissati sulle nuvole
volerà come non mai.

Brava Giulia…
brava…

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I piedi degli uomini spezzano erbe secche ed alzano polvere gialla.
Corrono contro la mia stanza bianca,
e sento il cuore battere come un carcerato contro la sua gabbia d’ossa.
Sotto chiave,
sotto osservazione,
sotto sopra.
Io perdo.

Sento il cuore.
Due tonfi.
Gli uomini sempre più vicini,
con le facce distorte,
con le lance in mano,
con gli scudi di cuoio cotto dal sole,
e le facce dipinte di bianco.

Urla.
Tribali.
Dal cuore più nero del posto più nero.
In una notte senza luna
fatta apposta per gli sciacalli
e le iene .

Sotto sforzo,
sotto controllo,
sotto vuoto.
Io perdo.

Le tue parole sono uomini,
che combattono nel mio regno
di grano duro ed argilla bruna
che fan man bassa di quel poco che c’è
e tutto menano in aria.

Sento le urla concitate
di quegli uomini che mi hai lanciato contro
contro cui ora combatto e mi batto
respingendo i fendenti
protetto da guerriere ombra
che dalla terra arida mi soccorrono.

E’ un bagno di sangue
di sudore
di liquori odorosi
di dolori sconosciuti che
laceranti
si infilano
sotto pelle
sotto mani
sotto l’ombelico.
Io perdo.

Cado in terra,
con la tempia appoggiata,
con lo sguardo fisso,
come un fesso
vedo fessi che si menano per me.
I tuoi uomini, le tue parole,
le mie guerriere, le mie paure,
che lottano
senza quartieri
senza rispetti,
senza motivi
a noi noti
se non per il sol fatto di esserne portatori.
Ignoti.

Lanciami l’attacco finale
porterò le braccia in alto
e in spirale di seta rosa
ci faremo risucchiare
da prati fatti di solo grano e rose.

E libererò il cuore dalla sua prigione di ossa.
E tu
stanca e sfinita
godrai soddisfatta
di quel tutto che c’è.
Troppo, forse,
anche per te..

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Cicale.
Un mare di cicale.
Un tappeto di margherite.
Il basilico secco.

I pensieri di qualcuno
che si allacciano ai miei,
sentire spingersi verso il basso,
un’attrazione letale, fatale, immorale,
verso il basso,
verso il fondo.

Una scandalosa resa.

Guardo in fondo al cielo,
verso il mare.
Nulla si muove.
Il maestrale è promessa di domani,
che battaglie muove dove le nuvole nascono,
dove la sera capita che ti possano mancare un po’ troppe cose,
tutte insieme

Sento le sue braccia che ci circondano,
incontrando me, nient’altro che me.
Scintille bianche,
l’amore è un’altra cosa.

Tutta la tenerezza di una fusione
con la carica erotica
rossa e piena
fitte allo stomaco
e gola vuota
da riempire con aria tua.

Una colpa non c’è.
E’ una lotta.
Di pugni.
Di baci.

Di accenni.
Di sospiri.
Di forti spinte che si fermano su cigli di burroni rosa
umidi e così invitanti.

Ficchi le dita nei miei muscoli
dita bianche e rugginoso fastidio..

Infrangi il tuo petto contro il mio,
tumulto di velluti
e mi dici di lasciarmi andare

…di lasciarmi perdere
…di diventare nuvola
…di piovere sulla tua terra.

Che il maestrale è promessa di domani
e battaglie muove già, dove le nuvole nascono,
dove la sera capita che ti possano mancare un po’ troppo cose,
tutte insieme.

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Eléna

Premeva contro la parete fatta di pietre irregolari, aguzze, lisce.
“Sbrigati” – sembrò dire, con un filo di voce così fragile, così vibrante.
Thiago era imbambolato.
Non se lo aspettava.
Quell’essere buffo, che lo faceva morire dal ridere, era diventato una pantera dagli artigli molto pericolosi.
Ed era lì. Che lo braccava.

Una lotta di braccia e mani, di camicie sfilate dai jeans e da mani che come valanghe ricadevano sulla pelle.
Con vigore più forte, con voglia implacabile.

“Sbrigati” .
Thiago era stordito.
Non vedeva più nulla, l’orizzonte era una linea dimenticata da qualche parte, ed Elena era ad un soffio dalle sue labbra.
Bramavano, l’uno dell’altra.
Toccandosi in punta di lingua e di dita. Pizzicando corde bianche.
Un graffio su una A ed una I intrecciate dietro il collo di lei.
Che persa, affoga in un mare cobalto
tra spuma bianca e gabbiani in festa.

Il mondo intorno, un mondo blue ed elettrico,
fatto di alcool e notte densa
scivola giù, come una tenda,
come un vestito.
Stramazza di netto come un albero, in un sol colpo.

Si tengono a vista, combattono e si scontrano,
Elena e Thiago.

Trovano un divano.
Un regno di voglie intrecciate a desideri insani,
di cosce pronte a sforzi inumani
di schiene arcate,
di sguardi neri,
di denti che non sorridono
e fiati che si annidano nei pensieri delle notti che verranno,
pensando a cose così basse eppur capaci di far andare così in alto.

Lo tiene stretto Thiago,
che non vuole sentirsi sola,
almeno quella notte,
almeno quell’ora.

Lo vuole sentire Thiago,
perché la scusa che si muore
regga abbastanza per nascondere
la paura.

“Nati per morire.
Con la vita che è un brivido,
che vola via…..”

“Cosa?” – chiede Thiago.

Si meraviglia di quel che ha detto,
si sposta una ciocca ebano dagli occhi neri,
spalancati e sorpresi come da un colpo al fianco.

Apre la bocca,
e lo bacia come se fosse acqua nel deserto,
socchiude gli occhi,
appoggia la testa sul petto,
il suo cuore batte e gli dice che la vita c’è
e quella notte sola non sarà.

“Niente..non volevo dirti niente, sciocco”.

“Stammi vicino e tienimi stretta..”.
Avrebbe voluto gridarglielo.
Senza saperne il perché.
E senza saperne il perché,
non glielo disse.

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Passeggia Franca.
Tutta sola sul corso del paese.
Con la chioma corvina ed i riflessi blue dei lampioni.
Sola Franca.
Ha 43 anni e cammina in mezzo alla vita.
Modula i passi, uno dietro l’altro.
Non sente più gli occhi addosso, le voci di giovani madri
che contente l’additano.
Non sente più i coltelli degli occhi degli uomini,
che bramosi l’aspettano all’angolo e sputano porcherie
da bocche squamose e putride.

Cammina Franca,
tra le serrande abbassate,
su tacchi di legno e la borsa stretta sulla cinta,
lo sguardo corrucciato
e la pelle che si stanca giorno dopo giorno.

Mi saluta con la voce rauca,
e lo sguardo che mantiene una scintilla di un fuoco
evidentemente non estinto.

Piccola Franca,
nel suo essere così donna,
così fragile,
così lontana,
così vogliosa di essere abbracciata
da qualcuno che non voglia solo il suo corpo.
Ma anche il suo tempo.

Accende ancora una Philip Morris.
La vedo allontanarsi nostalgica come i treni
dei film in bianco e nero.
Nessuno però è alla stazione a rincorrerla fino a che
la banchina lo permette.

Piccola Franca,
che all’angolo già l’aspettano gli uomini-pesce

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