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Archive for novembre 2012

Centinaia di uccellini prendono il volo da tutti gli alberi intorno.
Le nuvole corrono veloci su Needle Park.
Geoffrey attraversa il vialetto di selciato che taglia il parco in due rettangoli più piccoli, con tutte le foglie ingiallite e profumate e le ringhiere nere e lucide di ferro.
Ha un impermeabile di fattura e scarpe tirate a lucide con le stringhe dure e nuove, capelli ingelatinati e la mascella serrata.
Cammina spedito. Col bavaro alzato e gli occhi fissi sulla panchina sotto la statua di bronzo.
Lexy è lì che lo aspetta.
Lexy. Ed i suoi capelli biondi lisci e lunghissimi.
Gioca apparentemente con un tablet, le gambe snelle e nude accavallate. La gonna lascia poco all’immaginazione.

“Il verdetto?” – pronuncia a mezza distanza Geoffrey, senza nemmeno salutarla od aspettare di esserle vicino.
Lexy scuote la testa piano, prima a sinistra poi a destra.
Geoffrey avanza per il vialetto, superandola senza nemmeno fermarsi, tentennare, guardarla, parlarle. Continua per il vialetto fino ad uscire dalla parte opposta di Needle Park. Le mani sempre in tasca. La mascella sempre serrata.
Appena uscito, Lexy, che lo ha seguito con la coda dell’occhio, ripone il tablet in una borsa nera in pelle, la posiziona sulla spalla ed inizia a schiacciare i sassolini con un vertiginoso tacco, percorrendo il vialetto nel senso opposto.
Di quell’incontro, se così si può definire, sono conservate da qualche parte non meno di dodici scatti ripresi da due postazioni differenti. Era così che lavorava l’FBI, con le precauzioni di non farsi fregare una seconda volta da uno dei peggiori killer che avesse mai messo piede negli Stati Uniti.
Robert Gallmore in persona seguiva l’operazione.
Ripensare a come si era arrivati a quel punto gli provocò un brivido intenso tanto da fargli scrollare le spalle.
E ripensare al motivo di tutto quello che era successo e che ancora doveva accadere lo spaventò oltremodo.
Geoffrey era lì.
Per lei.
Per l’unica donna che avesse amato.
Per l’unica persona che non avrebbe ucciso.

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Mi sento scivolare dentro.
Perdo la presa da tutti gli appigli che mi hanno tenuto su.
Ho freddo e gli occhi gonfi, un viso imbronciato e nessuna voglia di muovermi da dove mi trovo.

E penso a te.
Al caldo.
Alle risate.
Alla curva dolce della tua immagine che spezza paurosi tagli sulle tele che mi sovrastano nere e cariche di poco di buono.

T’amo.
Te lo dico senza “i” perché il fiato è mozzato dalla mia lingua così grossa in questa gola così piccola.
Un lieve sibilo che straccia veli e romba in cielo.
Che tutti lo sentano.
Che tutti ne vibrino e ne temano.

Un rifugio, un approdo, una meta, un pellegrinaggio, un andirivieni, una calma ed una tormenta.
E’ il non volere niente altro.
La sazietà.
Il completamento di quella mela tranciata.
La necessità di vedermi, nei tuoi occhi.
Di sentire il tuo contatto.
Di sentire la tua pelle.
Le tue mani scavarmi e farmi riaffiorare dalla polvere di questi trent’anni.
Manchi come aria.
Nel petto.
Un vuoto che mangia.

Devi tornare.

E lo devi fare subito.

Domani è tardi.

Di domani non v’è certezza…………

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Fissavo la calotta cranica di quell’uomo.
Non potevo non fissarla.
Il disgusto era tale che non potevo evitare di guardarlo.
Diradati ciuffi di peli nero corvino, lucidi per il sebo, sparigliati.
Il trench beige stretto dal laccio in vita, poggiato sopra un abito blu che doveva puzzare.
L’essere a favore del vento mi ha evitato di sentirlo anche dentro il naso.
Un piccolo borghesuccio di mezz’età, che prega la domenica in chiesa con la moglie obesa e le lenti dei suoi occhiali completamente sporchi.
Lo osservo. In realtà lo schifo.
Il vento, sempre a favore, è fresco, tendente al gelido come le pietre alabastro e la porta di legno scuro da dove arriva.
Dall’alto due raggi si spaccano per terra, come il filo di un ragno, sospesi ma duri tagliano lo spazio, netto diviso.
Superato lo shock del borghesuccio, subisco il colpo di sua moglie.
Un porco omeriano dalle sembianze umane, con il cappotto al contrario, lo smalto attecchito sulle unghie vecchie ed un vago odore di stantio e naftalina. Quella donna non viene scopata dal crollo del muro di Berlino, da quel borghesuccio democristiano del marito che gli sta accanto.
Il quale richiama la mia attenzione con una telefonata nel bel mezzo della funzione religiosa cui laicamente e stoicamente stavo assistendo.

Ritorno sui due raggi, sperando che devino direzione, diventino laser, polverizzino quei due esseri davanti a me.
Loro non c’entrano.
Col mondo, con me, con la bellezza, con gli occhi delle donne, col profumo di vaniglia e le albe di montagna.
Sono vomito di una società dell’amore, dell’amore cinico, dell’odio.
Pustole fastidiose.

Ancora i due raggi.
Quanti bambini ci avranno fantasticato?
Quanti si saranno “inciotati”?
Cosa avranno immaginato?
Cosa avranno pensato di quella luce? Da dove arrivava? Come arrivava?
Perché arrivava?

Mentre abbozzo un “da Dio” due figure minime parlano da dietro un tavolo di pietra, con una candida tovaglia e due candele accese posate sopra. Hanno visi scavati, occhi scavati, barbe scavate, voci scavate. Mi distolgono da Dio, dai bambini, che poi alla fine sono la stessa cosa.
I due fratelli si scambiano il turno per parlare. Piccoli, apparentemente non curati, denutriti. Infingardi eppur innocui.
E nonostante tutto mi appaiono superbi, vetusti, miseri giganti che vogliono condurre un gregge di sperduti che padroni non vuole ma solo sentirsi apposto con la merda che hanno dentro.
Le persone muoiono ed io devo assistere ed ingoiare a tanta di quella merda che mi pare cioccolata ora.

I due fratelli parlano, sembrano crederci. Dietro di loro vedo un terzo fratello con una montatura di metallo nera che lo incupisce, le gote rosse, il pizzetto ispido, la pelata che si ferma su due mazzette di capelli sopra le orecchie ed una pancia enorme. Un altro porco che non riesce neanche a giungere le mani, quasi fossero cariche negative che si respingono ed “haivoglia” a spingere.

Cerco di capire cosa vogliono, potrebbero anche convincermi fossi ubriaco coi miei amici Negroni, ma poi ecco la scintilla di tutto: “Chinate il capo, per la benedizione”

Ecco la rabbia.
Di chinare il capo.
A chi?
“Chinate il capo”
Manco le puttane.

Respiro, stringo il banco che porta la donazione dei coniugi Roberta e Domenico e tengo il capo ritto.
E vedo una massa di gente, anzi i loro colli che escono da sciarpe, bavari, camicie inamidate.
Un branco di pecore.
Che china la testa, non per paura ma per noia, per abitudine, per mancanza.

Guardavo i due fratelli che godevano.
Che si prendevano beffe.
Finti amici, finti fratelli lì a tirare collaudati tranelli.
Ho provato pena.
Tranne per i due bastardi davanti.

Ho fatto tutto, tranne andarmene in pace.

Mi domando perché gli uomini, le pecore credano che per parlare con Dio debbano andare in chiesa.
Questi “cristiani” commettono blasfemia, ridicolizzano il loro Dio ad un mezzo mago che possono incontrare solo in chiesa ed al caso con una preghiera fatta a casa od in un ascensore. Ma dopo c’è il bisogno di andare in chiesa manco fosse un esattore delle tasse.

Sono uscito dalla chiesa, ho respirato a pieni polmoni.
Ho visto persone inutili girarmi intorno.
Poi ho visto dei bambini.
Ci ho giocato, mi sono tuffato nei loro occhi tondi e spalancati ed ho ringraziato Dio.
Per aver dato a tutti la possibilità di essere lui seppur per così breve tempo.

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