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Archive for dicembre 2013

Apro gli occhi. 
Lei è sul letto. 
Nuda. 
La pelle bianca come porcellana. 
Liscia e fresca. 
Ho i brividi solo a guardarla. 
I suoi occhi. 
O Dio mio. 
I suoi occhi. 
I suoi occhi sono neri come le notti senza luna, come le speranze vanificate da giorni 
che stancamente si ripetono tediando gli uomini, invecchiandoli ed uccidendoli. 
Uomini. 
Quanti uomini t’avranno guardato?
Stupidi. 
I suoi occhi. Sono un richiamo primordiale, mi ci sento nudo davanti,
quando mi spogliano e mi fanno vorticare dentro, verso di lei.
L’ho spogliata su un pavimento di legno, sotto un soffitto di legno,
sopra un letto di legno. Le ho strappato via le mutandine nere 
e sganciato il reggiseno che soffocava i suoi seni duri. 
Mentre l’appoggiavo sul letto, con il piumone simile ad un cielo 
di dicembre,
ho visto la sua pelle soffrire il freddo e l’emozione del mio corpo caldo.
Bianca come il latte. 
Ho tolto tutto di me, 
e sotto di me, immobile lei. 
Le labbra serrate, 
gli occhi fissi,
la posa plastica,
Cristo vorrei essere un pittore e non un coglione che scrive…..
Sacro e profano,
giorno e notte,
fango e neve,
bestemmia ed amore,
tutto si fonde in lei. 
Io, perdendomi in lei, 
mi sono ritrovato.
Inerme e debole,
come un dio,
come un re,
che riprende possesso delle sue terre.
Oh si. 
Cantano gli angeli. 
Cantano gli uccelli. 
E’ gioia quella che sento in cuore e che mi scorre sotto pelle. 
Lei è sul letto, 
dal tetto, scende la luce, un raggio del sole, la polvere lo disegna. 
Apre le gambe, con la grazia di tutto il mondo, con la verginità di una bambina. 
Lo fa con me per la prima volta. 
Lo fa con me per davvero la prima volta. 
Perché prima era solo un aprire le gambe. 
Ora invece è amore. 
Un amore che va oltre la semplice dichiarazione a voce. 
E’ amore che lega le vene, la pancia, il fiato, i pensieri, il cuore ed il culo. 
Tutto! 
E’ un possesso di tutto. Un insieme di tutto. Un borioso impeto,
un capriccio di mille universi
tutti su un misero letto che tutto questo, poverino, DEVE sopportare. 
Perché non ci sono storie a lieto fine. 
Ma il delitto sarebbe se questa storia non ci fosse. 
Perché siamo tutti gli uomini e le donne che ci hanno preceduto,
che hanno fallito,
che non hanno tentato,
che non erano all’altezza,
che non potevano,
che non volevano, 
che non capivano, 
siamo tutti gli stupidi,
gli innamorati,
gli arrapati,
gli incazzati,
i perdenti,
i giusti,
i vogliosi
tutti quelli che hanno fallito
dove noi riusciamo.

Dove tutto è troppo
noi riusciamo.

Quando tutto è impossibile, lento, esasperante,
la disperazione è già nella colazione
ed il tormento allieta giornate lunghe tre autunni,
noi riusciamo.

Perché lei, su quel letto,
era tutte le donne del mondo.

I capelli fili di tela che tessuta sul mio cuore
facevano presa ad ogni colpo che davo.
Le sue gambe aperte
erano ciò di più lontano dal semplice sesso. 
Un ritorno all’origine
un bisogno della testa, del cuore e della pancia.
Gridare in silenzio,
scopare con gli occhi,
nutrirsi di fiati
e bere… bere… bere tutta la vita, dall’ombelico in giù.

Le sue gambe andavano al di là del semplice contatto,
la sensazione più incredibile che avessi mai provato,
snodabile e capace di subire la mia ira
orgogliosa vestale
tradita dai gemiti soffocati
e dagli occhi imploranti di gloriosi “Ancora!”. 
Oh non soffrirai più la fame
foss’anche dovessi tu cibarti di me…

Le serrai le mani con le mie, 
la ribellione soffocata in un secondo,
e tra le sue gambe
io entrai. 
Forse Alessandro ebbe una simil gloria a Babilonia. 
Ma più nessuno l’avvicinata 
com’io su quel letto illuminato da una semplice finestra sul tetto.

Inferno e Paradiso,
loro stessi,
si son placati 
e teso gli orecchi
verso la Terra,
quella stessa terra che hanno devastato con stupide logiche di Bene e di Male. 
Noi riusciamo perché siamo al di là del Bene e del Male. 
Lontano da stupidi limiti
siamo inni alla vita
pura e dura. 
Gli schemi si infrangono sulle corazze dorate 
che un potentissimo Nonsochi
ci ha dato in dono. 
Se pur in guerra tra noi,
abbiamo scelto di unir le forze. 

Non senti quanto alto diventa il mio dono?
Non senti le mie parole qui lette arrivarti in testa senza io far voce al tuo orecchio?
E non vedi i miei occhi scrutarti tra queste righe?
I limiti sono invenzioni che gli dei ci instillano in ogni alba e ad ogni tramonto
per paura, loro stessi, di vedersi superare dalle loro piccole creature. 
I limiti non esistono.
Possono mettermi migliaia di chilometri,
montagne e fiumi tempestosi,
oceani… fors’anche stelle e mondi interi.
Ci basterà chiudere gli occhi. 
Ed in meno di un baleno,
essere di nuovo sul letto. 

Gli altri non arrivano,
dove noi riusciamo..

E piangerai di gioia 
e dirai “basta”. 

Allora con un bacio,
sarò tuo. 
Sarai mia. 

Dove noi riusciamo…

 

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più

Esce di casa Zoe.
Il portone dà su un portico, in centro a Bologna.
Cammina veloce Zoe.
Guarda per terra, le pietre tagliate.
Gli archi riflettono la luce del meriggio
dopo la pioggia di maggio.
Cammina veloce Zoe.
Ride.
Sorride.
Alla vita, ai giorni, a quello che sarà.
Cammina veloce Zoe.
Tra le ombre dure degli uomini deboli
coi cappelli in testa e le mani in tasca.
Gli uomini dagli occhi a pesce,
squallidi come sono loro sanno essere.
Cammina veloce Zoe.
Quanti sguardi hai tenuto addosso Zoe?
Quanti ti hanno accoltellato alle spalle?
E quanti t’hanno voluta?
Quanto hai dovuto sopportare Zoe?
E come fai a sorridere così? Le tue piume dove sono?
La tua forza da dove nasce?
Cammina veloce Zoe.
Il vento l’accarezza,
la corazza è dura e resistente.
Tiene testa Zoe.
Perché lei è questa.
Sorrisi e lacrime,
occhi dolci,
sogni nascosti,
verità indicibili,
storie dense,
sangue fluido,
mani che toccano,
mani che pregano.
Prega Zoe. Prega di nascosto la sera nel letto, la luna nel cielo.
Sogna Zoe. Con gli occhi aperti, coi pensieri sciolti.
Vive Zoe. La vita sua. Non più quella degli altri.
Vorrei non dovesse tenere testa più al mondo intero.
Vorrei che riposasse i piedi.
Vorrei godesse della vita, dei sapori, dei rumori che ancora non conosce.

Quanto hai dovuto sopportare Zoe?
Zoe.. getterà la maschera. Finirà la recita.
Dovrà dire quel che vuole.
“Non avere stupide paure”.
Perderai, perderò, perderemo.
Senza cattiveria.
In pace.
Che la vita è questa.
E’ prendere una rete matrimoniale un giorno, in un centro commerciale.
E costruire castelli di carta.

Quanto hai dovuto sopportare Zoe?
Ti aggrappi agli oroscopi.
E le stelle ce le hai dentro. 
Che scoppiano. Un fuoco incontrollabile che tutto prende e tutto travolge.

Non ti conosco Zoe.
Forse in quello che dici c’è poco di quello che pensi.
Ma sento, che tu,
sola non sei.
Più.

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Osservate con quanta previdenza la natura, madre del genere umano, ebbe cura di spargere ovunque un pizzico di follia. Infuse nell’uomo più passione che ragione perché fosse tutto meno triste, difficile, brutto, insipido, fastidioso. Se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza, la vecchiaia neppure ci sarebbe. Se solo fossero più fatui, allegri e dissennati godrebbero felici di un’eterna giovinezza. La vita umana non è altro che un gioco della Follia.

 

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sottosopra

Mi dicono che devo trattenere la mia scrittura.
Non farla girare a mille e millemila giri. Che porta a spompatura.
Vero. Io mi annoierei a leggere di uno che spinge a mille e millemilagiri.
Ma tu…. tu… tu puoi capire davvero come si sente chi è qui che scrive?
Ho una tigre tra le mani, che ruggisce tanto che fa paura pure a me.
Non è domabile.
Non vuole padroni.
Non vuole consigli.
Corre forte, a volte.
Graffia e morde altre.
Spesso sonnecchia.
Ma non la stuzzicherei molto.

Se chiudo gli occhi.
E faccio partire la musica…

… io vedo Lei.
Scende delle scale in pietra.
Tre scalini.
I piedi indossano scarpe aperte con tacco allacciate sul dorso del piede.
Il colore è nero.
Scende lentamente, i capelli sono dietro l’orecchio sinistro e le arrivano sul seno.
E’ vestita di luce e bellezza. E mi fa godere come se fosse la prima volta che vedo.
Ride, sorride, mostra i denti, come la tigre. Ma dolce è. Dolce come la vita che gusti con le dita.
All’improvviso, in quella che sembra una stanza, bella grande e bella arieggiata,
vedo uomini, caterve di uomini, che devono averla amata, desiderata, scopata, perduta, lasciata, fatta soffrire o che ci hanno sofferto, insomma tutti questi Re, Papi ed omuncoli, ebbene si,
tutti, abbassare la testa, inginocchiarsi e rimanere chini.
Lei passa tra loro.
Non se ne cura.
Viene verso di me.
Io dall’altra parte.
Che rido.
Che mi ride.
Che non esiste nulla.
Che non si capisce più dove mi trovo.
Che il mondo è solo un sottosopra.
“Save me…..”
Viene verso di me Lei.
Tutto si dissolve.
Prima le mani, poi i corpi, poi la bocca e gli occhi.
Tutto si unisce.
Tutto sparisce.

Bisogna essere folli.
Bisogna avere la scintilla che Cristo in persona ci deve avere dato.
Sprecare è l’ingiustizia.
I chilometri sono una convenzione per piccoli uomini ottusi con gli occhi a palla come pesci piccoli.
Mettessero tutto il mare del mondo, tutti i muri ed i no.
Voglio vedere come si può fare.

Bisogna essere folli.
Bisogna osare.

Poi, vuoi la musica, vuoi la notte,
a me piace pensarla così.
Che mi sento un Dio,
uno stupido Eros con la sua Venere di oggi.
Che domani non esiste
e ieri non lo ricordo nemmeno.

Io sono.
Io penso.
Io voglio.

Il resto non conta.
Il mondo è sottosopra.
Io naufrago nel cielo e volo per i mari.
Il mondo è sottosopra.

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il bacio

L’allarme della banca strillava nella notte.
La piazza era vuota, solo qualcuno passava velocemente, col vento freddo ed il Natale alle porte.
Rapidissima l’ombra sul muro, passi sicuri e svelti.
Verso l’incrocio, la strada in salita, il cavallo di ferro alle spalle.
Cisco aveva preso, che brutto dire rubato, quello che doveva da quel posto.
Ora l’allarme gridava a tutta Downtown quello che era successo.
Ora tutti lo avrebbero cercato.
A Downtown in molti sono buoni, pacati, giusti, retti, innocui, saggi.
Cisco non aveva niente da condividere col quel posto. Ma da bravo figlio di buona donna aveva imparato a nascondersi, a camuffarsi.
Correva, assorto nei pensieri, nebulosi.
Era giusto quel che aveva fatto?
Si? No?
Il mondo è quel posto in cui alle domande si deve necessariamente rispondere?
Gomme frenano sull’asfalto, il motore dell’auto è su di giri.
Zoe aprì la portiera. Cisco ci si fiondò dentro. Ingranò la prima e via, per le strade della città.
Nessuno disse una parola.
Poi ad un incrocio Zoe svoltò a sinistra e si accostò vicino ad un marciapiede. La macchina in folle.
Come quella notte.
Poggiò la testa sul sedile e ridendo, con la paura attaccata al viso, si girò. Cisco era schiacciato contro il suo sedile.
Farfugliò qualcosa.
E si baciarono.
Disperatamente. Come dei disperati. Come dei condannati a morte.
Le teneva la testa, i capelli erano tantissimi e lei rideva ed affogava in una voglia che mai aveva sentito prima.
Fu come baciare una prima volta.
Come essere un ragazzino.
Fu la certezza mai saputa di un bacio perfetto come i sogni t’insegnano nelle notti d’estate dei tredicenni che possono tutto col pensiero.
“Cisco… Cisco… quanto ti ho aspettato” e lo baciava, beveva i suoi baci.
A gloria.
Una sirena s’avvicinava. Zoe pigiò l’acceleratore e schizzarono via come schegge impazzite.

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L’altalena cigola nel prato, le luci disegnano una notte umida e caldissima in campagna.
Un nonno siede stanco e felice vicino alla nipotina. 
Lei ha due occhi grandi come il cielo e vivi come le farfalle che spiccano il volo la prima volta.
Lui i capelli bianchi, la mascella dura e le mani grandi e forti, come gli uomini che hanno lavorato e vissuto per anni.
Come tutte le sere, erano sull’altalena. 
A testa in su. 
Nonno…. perché si chiamano stelle cadenti?”
Rideva di gusto l’uomo. Ogni sera, la stessa domanda, ma mai una volta non ha risposto.
Piccolina mia…. ancora una volta?”
La bimba rideva di gusto, con gli occhi grandi come il cielo e marroni come la terra.
Le prendeva la mano, e dava uno scossone forte all’altalena.
Oh allora… le stelle sono lacrime! Lacrime della Luna” – e così dicendo stendeva il braccio, puntandola coll’indice. 
Lacrime di tristezza o di felicità. Se la luna è triste sono nere. Se la luna è contenta sono bianche!”
La bimba era imbambolata. E fissava il cielo, specchiandosi con gli occhi. Fantasticando su tutte quelle luci.
Una notte il nonno le disse : “sai, quelle stelle sono legate sempre e per sempre alla luna. Anche quando le lascia andar via….”
Ah si?” – rispondeva lei aggiustandosi il frontino giallo.
Si! E tu sei la mia stellina più preziosa..” e le accarezzò il viso. 
Non smettere mai di brillare. Mai. Sei la stella più preziosa del cielo. La più pura. La più bella. La luna ti vorrà sempre e per sempre bene. E tu non smettere mai. “

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