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Archive for the ‘estratti dal’ Category

Così decido di fare questo gioco. Di ombre e di punti sospesi, di sguardi e di archi tesi, con sagitte che puntano ovunque. Pararsi è impossibile, le conseguenze mortali e le difese inutili.
Vale la pena giocare.
La vita è gioco.
La vita è sguardi.
La vita è parole che non dici.

“Ho paura”.
“Strappami la maschera, strappami la corazza di dosso”.

La pelle ci viene data da qualcuno, la dividiamo con qualcuno, che riconosciamo quando ce lo ritroviamo davanti. La pelle richiama sempre la pelle.

Questo siamo. Pelle. E parole non dette.

Prendere e partire. Tutto troppo grande, tutto troppo dentro, troppo in profondità, a scardinare fondamenta, anima, denti. Tremando in stanze buie, con le chiavi in mano e le gambe tese.

Gli dei irridono, si irritano e ti fanno fare tardi a lavoro, ti fanno cadere il cielo e la terra diventa acqua, ti lanciano spilli in faccia e ti ci sputano pure.

E tutto quello che vuoi è baciare, mangiare, disperatamente quella persona, la ricerchi nelle ombre della notte, pur per quel momento di debolezza in cui di spalle, alle spalle, sei stato colpito.

Giganti che si scrutano, si annusano, si osservano, si odiano, si fanno la guerra, e vogliono disperatamente la pace.

La testa mai china, e pur il cuore in mostra che quasi chiede di essere colpito foss’anche da un graffio…

Lascia il mondo dietro. Siamo vivi? Possono sentirci? No. La risposta è no.

La mia voce è per te. I miei occhi sono per te. Senti la mia energia, senti quello che so. Quello che sai. Lascia il mondo dietro.

Prendimi…. cado verso te. scendo nel paradiso e bum…. il sangue si fermerà, la luce si fermerà, l’aria starà immobile, nessuno fiaterà.

Poi.. Mille gabbiani si alzeranno da scogliere che non vedremo mai insieme, e le onde spazzeranno e spezzeranno pensieri inutili, tutto il mondo si concentrerà in un secondo sarà denso potente nessuno spazio sarà vuoto e tutto sarà sospeso le cose per un attimo sembreranno andare come devono una giustizia una rivincita una voglia le lingue che si incontrano le mani sulle facce gli occhi che così incredibilmente lenti si apriranno su di noi, e niente altro che noi avremo nei nostri occhi si guardano si ritrovano e respirerai me sarò in ogni tua singola cellula un eroe senza gloria un bastardo senza gloria che entrerà in te, perchè tu…ed io.. abbiamo la stessa pelle… E la tua voce sarà celestiale alle mie orecchie. Urlerai senza che nessuno possa sentire. All’infuori di me.

All’infuori di te.

All’infuori di noi.. Nulla conta, nulla è importante. Io tendo a te. Tu tendi a me.

Io tremo come tremi tu. Io penso quello che pensi tu. Io sono te. Tu sei me.

Mille soli fondono, tutto è un vortice, la mia lingua è nella tua bocca, il tuo respiro tra le mie mani e mi perdo senza nessuna fottutissima voglia di non farlo.

Tutto questo è un secondo. che mi sembra una vita, come una santa da venerare, come un motivo per aspettare, come l’orgoglio da gettare, come questa cosa che devo fare, perché lo voglio, perché devo, perché ora sono pura potenza. Come te.

Siamo fatti per essere attratti l’uno dall’altra. Per un solo secondo. Che nessuno potrà mai vivere.

Un solo secondo…

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Fissavo la calotta cranica di quell’uomo.
Non potevo non fissarla.
Il disgusto era tale che non potevo evitare di guardarlo.
Diradati ciuffi di peli nero corvino, lucidi per il sebo, sparigliati.
Il trench beige stretto dal laccio in vita, poggiato sopra un abito blu che doveva puzzare.
L’essere a favore del vento mi ha evitato di sentirlo anche dentro il naso.
Un piccolo borghesuccio di mezz’età, che prega la domenica in chiesa con la moglie obesa e le lenti dei suoi occhiali completamente sporchi.
Lo osservo. In realtà lo schifo.
Il vento, sempre a favore, è fresco, tendente al gelido come le pietre alabastro e la porta di legno scuro da dove arriva.
Dall’alto due raggi si spaccano per terra, come il filo di un ragno, sospesi ma duri tagliano lo spazio, netto diviso.
Superato lo shock del borghesuccio, subisco il colpo di sua moglie.
Un porco omeriano dalle sembianze umane, con il cappotto al contrario, lo smalto attecchito sulle unghie vecchie ed un vago odore di stantio e naftalina. Quella donna non viene scopata dal crollo del muro di Berlino, da quel borghesuccio democristiano del marito che gli sta accanto.
Il quale richiama la mia attenzione con una telefonata nel bel mezzo della funzione religiosa cui laicamente e stoicamente stavo assistendo.

Ritorno sui due raggi, sperando che devino direzione, diventino laser, polverizzino quei due esseri davanti a me.
Loro non c’entrano.
Col mondo, con me, con la bellezza, con gli occhi delle donne, col profumo di vaniglia e le albe di montagna.
Sono vomito di una società dell’amore, dell’amore cinico, dell’odio.
Pustole fastidiose.

Ancora i due raggi.
Quanti bambini ci avranno fantasticato?
Quanti si saranno “inciotati”?
Cosa avranno immaginato?
Cosa avranno pensato di quella luce? Da dove arrivava? Come arrivava?
Perché arrivava?

Mentre abbozzo un “da Dio” due figure minime parlano da dietro un tavolo di pietra, con una candida tovaglia e due candele accese posate sopra. Hanno visi scavati, occhi scavati, barbe scavate, voci scavate. Mi distolgono da Dio, dai bambini, che poi alla fine sono la stessa cosa.
I due fratelli si scambiano il turno per parlare. Piccoli, apparentemente non curati, denutriti. Infingardi eppur innocui.
E nonostante tutto mi appaiono superbi, vetusti, miseri giganti che vogliono condurre un gregge di sperduti che padroni non vuole ma solo sentirsi apposto con la merda che hanno dentro.
Le persone muoiono ed io devo assistere ed ingoiare a tanta di quella merda che mi pare cioccolata ora.

I due fratelli parlano, sembrano crederci. Dietro di loro vedo un terzo fratello con una montatura di metallo nera che lo incupisce, le gote rosse, il pizzetto ispido, la pelata che si ferma su due mazzette di capelli sopra le orecchie ed una pancia enorme. Un altro porco che non riesce neanche a giungere le mani, quasi fossero cariche negative che si respingono ed “haivoglia” a spingere.

Cerco di capire cosa vogliono, potrebbero anche convincermi fossi ubriaco coi miei amici Negroni, ma poi ecco la scintilla di tutto: “Chinate il capo, per la benedizione”

Ecco la rabbia.
Di chinare il capo.
A chi?
“Chinate il capo”
Manco le puttane.

Respiro, stringo il banco che porta la donazione dei coniugi Roberta e Domenico e tengo il capo ritto.
E vedo una massa di gente, anzi i loro colli che escono da sciarpe, bavari, camicie inamidate.
Un branco di pecore.
Che china la testa, non per paura ma per noia, per abitudine, per mancanza.

Guardavo i due fratelli che godevano.
Che si prendevano beffe.
Finti amici, finti fratelli lì a tirare collaudati tranelli.
Ho provato pena.
Tranne per i due bastardi davanti.

Ho fatto tutto, tranne andarmene in pace.

Mi domando perché gli uomini, le pecore credano che per parlare con Dio debbano andare in chiesa.
Questi “cristiani” commettono blasfemia, ridicolizzano il loro Dio ad un mezzo mago che possono incontrare solo in chiesa ed al caso con una preghiera fatta a casa od in un ascensore. Ma dopo c’è il bisogno di andare in chiesa manco fosse un esattore delle tasse.

Sono uscito dalla chiesa, ho respirato a pieni polmoni.
Ho visto persone inutili girarmi intorno.
Poi ho visto dei bambini.
Ci ho giocato, mi sono tuffato nei loro occhi tondi e spalancati ed ho ringraziato Dio.
Per aver dato a tutti la possibilità di essere lui seppur per così breve tempo.

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Una porta socchiusa.
Una striscia di luce illumina un letto disfatto.
L’aria sa di chiuso, di notte, di sonno.
Di riposo, di fiato, di attesa.

Il legno è bianco. Laccato.
Il pomello è d’ottone. Dorato.

I polpastrelli spingono lievi la superficie.
La striscia diventa un rettangolo.
Due occhi chiusi.

I miei battiti aumentano….

Terrazza sul mare.
Azulejas biancoblu e tavolini di ferro.
Ringhiera di ferro.
Sedie di ferro.
Cielo di ferro.
Occhi di ferro.

Mastico qualcosa, credo sia cibo.
Sono seduto davanti di nuovo a quegli occhi.
Questa volta aperti.

I miei battiti aumentano….

Aperta campagna.
Notte di ottobre.
Nuvole d’argento e letto di stelle.
Gli alberi ballano
le foglie cantano.
Il terreno è umido
le mie mani marroni.
Un volto di porcellana mi scruta
lo sento vicino
lo sento vicino alla guancia
sento un pezzo di carne e pelle,
un naso
sfiorarmi la barba
è freddo
e sputa rantoli di respiro
un affanno pauroso
un risucchio dalle viscere della terra,
mie,
sue,
di tutti gli animali.

I miei battiti aumentano…..

Il risveglio è sempre amaro, sporco e vuoto. Mi toglie qualcosa, mi riporta dove non voglio, dove non posso, dove non sono. Piombo.
Piombo ovunque.
Piombo per terra.
Piombo io.
Tutto è pesante, tutto è lento, tutto è snervante, tutto è soffocante.

I miei battiti aumentano…..
Il mio cuore è pesante, stretto,
stridula come i violini presi a calci
in giorni vuoti
che non rendono
quel motivo che ce la fa fare un po’ da queste parti.

Il mio cuore non regge.
Il mio cuore non è un gregge.
Il mio cuore è leggero.
Perché io sono quel che sono.
E non posso essere quel che sono.

Mi sento il piombo dentro.
I miei battiti aumentano…

 

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Questa è la fine.
Della giornata.
Dei respiri.
Di spine e spie.

Per tutto questo è la fine.
La fine di un giorno.
Di una vita.

Ed il cielo cade.
Tonfa rumorosamente.
Il cielo cade, su di noi,
dentro noi,
per noi.

Si ragazzo.
Il cielo cade.
E da qui ripartiamo noi,
dal buio,
dalla mancanza di luce,
di spazio,
di speranza,
dei tuoi baci
e della tua pelle.

Faccia a faccia,
il mondo è una fiamma
la terra sputa lingue di terra bollente,
terra e legno,
acciaio e blu,
dove andrai?

Quanto mare potrai mettere tra noi?
Quanto cielo mi farai masticare?

Tu volti le spalle,
il cielo cade lady,
è tua la colpa,
è mia la colpa.

Io non lo capisco più tutto questo.
Ma il cielo cade.
Il cielo cadrà baby.

Lasciarti.
Mancarmi.

Il cielo cade.
Non lo capisci che cade,
fino a che non sei a terra…

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buona scusa

“Cos’è l’amore?”
Mi sono grattato un orecchio.
Gli occhi grandi e limpidi mi hanno scrutato in attesa di una risposta.
Che non è arrivata.

Su un balcone, sotto una luna d’avorio, con l’asfalto silenzioso e le luci lontane, con l’odore del mare e le lucertole sulle pietre color crema ho sussurrato più o meno questo:

 

 

 

“una buona scusa per vivere”

 

Il tempo di buttar fuori il fumo della Camel, che il vento già me le ha strappate di bocca.

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<Lui è fottuto, pensò Harry, ed io sono fottuto. Siamo tutti fottuti, solo in modi diversi. Non c’è nessuna verità, non c’è nulla di reale, non c’è nulla.>

C.B.

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I piedi degli uomini spezzano erbe secche ed alzano polvere gialla.
Corrono contro la mia stanza bianca,
e sento il cuore battere come un carcerato contro la sua gabbia d’ossa.
Sotto chiave,
sotto osservazione,
sotto sopra.
Io perdo.

Sento il cuore.
Due tonfi.
Gli uomini sempre più vicini,
con le facce distorte,
con le lance in mano,
con gli scudi di cuoio cotto dal sole,
e le facce dipinte di bianco.

Urla.
Tribali.
Dal cuore più nero del posto più nero.
In una notte senza luna
fatta apposta per gli sciacalli
e le iene .

Sotto sforzo,
sotto controllo,
sotto vuoto.
Io perdo.

Le tue parole sono uomini,
che combattono nel mio regno
di grano duro ed argilla bruna
che fan man bassa di quel poco che c’è
e tutto menano in aria.

Sento le urla concitate
di quegli uomini che mi hai lanciato contro
contro cui ora combatto e mi batto
respingendo i fendenti
protetto da guerriere ombra
che dalla terra arida mi soccorrono.

E’ un bagno di sangue
di sudore
di liquori odorosi
di dolori sconosciuti che
laceranti
si infilano
sotto pelle
sotto mani
sotto l’ombelico.
Io perdo.

Cado in terra,
con la tempia appoggiata,
con lo sguardo fisso,
come un fesso
vedo fessi che si menano per me.
I tuoi uomini, le tue parole,
le mie guerriere, le mie paure,
che lottano
senza quartieri
senza rispetti,
senza motivi
a noi noti
se non per il sol fatto di esserne portatori.
Ignoti.

Lanciami l’attacco finale
porterò le braccia in alto
e in spirale di seta rosa
ci faremo risucchiare
da prati fatti di solo grano e rose.

E libererò il cuore dalla sua prigione di ossa.
E tu
stanca e sfinita
godrai soddisfatta
di quel tutto che c’è.
Troppo, forse,
anche per te..

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