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Archive for the ‘la musica mi salverà’ Category

I’d ….

😀

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Una pietra spacca l’anima.
Bambini veloci corrono sul grano.

Colpi fortissimi alla porta.
I piedi nelle pozzanghere.

Un messaggio.
L’aria aperta.

Correre.
I divani.

Le lacrime.
I sorrisi.

Tuoi.

Battere le mani.
Battere i piedi.
Farsi sentire.
Dire che ci siamo.
Che ci siamo stati.

Correre…
Braccia aperte..
Il vapore dei vecchi treni a carbone.
Il grigio.
La pietra.

Caldo.
Vento caldo.
Bacio caldo.
Gambe calde.

Brividi.

Tonnellate in una piuma.
Il battito di un cuore.
La vena che pulsa.
I denti che si consumano…..

La luce degli occhi.
Tuoi.

La luce degli occhi tuoi… mi ridà voglia di vedere il mondo, di cantare, di alzare il grembiule che portavo a scuola.
Battere le mani…

Ancora.

La tua bocca…
Il tuo naso.
La tua lingua.

Tutto..

Tutto tuo.

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just.

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senti che manca qualcosa.
senti che manca quella scintilla.

la gioia si è offesa
che tutto qui è sospeso
tutto in attesa.

 

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1995.
Divano a tinte chiare sul blue, celeste, indaco, verdino e bianco con tratti floreali e curve.
Io su quel divano.
Due fette di pancarré appiccicate da uno strato densissimo di nutella.
Due bottigliette di succo di frutta alla pera poggiati ai piedi.
I miei occhi fissi su un Telefunken nero.
MTV.
Il mio pomeriggio era incuneato su quell’appuntamento alle 17.50 su TeleMonteCarlo, canale 9.
Aspettavo ogni giorno quel momento, subito dopo aver finito i compiti, facevo merenda, vedevo i cartoni, ed aspettavo le 17.50. Incurante di tutto, del mondo, dei compagni di scuola, della prima ragazzina che mi faceva sognare la notte, di mio padre a spaccarsi schiena e palle al lavoro, di mia madre che ansiosa voleva che crescessi sano bello e forte.
A me fregava niente.
Ero innocente.
MTV.
Zac, canale 9.
Una ragazza “colorata di marrone” parlava una lingua che non conoscevo ma che pian piano imparavo a conoscere, almeno quando chiamava gli artisti, o pronunciava “video” in quel modo così strano: “vereo”. La ragazza era Eden Harel, il programma era la striscia quotidiana dei migliori e più quotati video in Europa: Top Five.

Se ci ripenso a quanto cazzo ci tenevo a quel programma, riesco per ricordo a sentirmi come allora..
Lì ho iniziato a sentire musica per i fatti miei, ad ascoltare il mondo, a pensare all’Europa, alla meraviglia di pensare che in quel preciso momento un portoghese, un inglese, od uno svedese potevano essere sintonizzati davanti al proprio televisore e vedere esattamente quello che vedevo io.
Era qualcosa che mi mandava fuori di testa per la gioia.

Cazzo io che vedevo le stesse cose di una persona di un altro paese!
Era il 1995 baby.
Internet non esisteva ed i PC erano dei miseri 386i e si giocava con i GameBoy.

Il mio mondo  lì.
Se mi sforzo ricordo di aver visto qualche volta anche un tipo con i dreads biondi, pensando a che cacchio di capelli c’aveva il ragazzo che parlava inglese. Non potevo sapere che era italiano e che si chiamava Marco Maccarini…

In ogni caso aspettavo le cinque canzoni, pronto a giudicare quale posizione, quale andamento, quale permanenza, pronto a mimare le batterie e gli assoli. Sempre su quel divano. Sempre innocente.
Non esisteva niente.
Ricordo molte canzoni, molte pietre miliari, tanta felicità.
E poi ricordo due canzoni in particolar modo.
La prima, di cui ancora oggi non conservo un bel ricordo è quella di Robert Miles, Children. L’ho odiata per essere stata mesi al primo posto, una canzone che aborro davvero.
La seconda è quella per cui sto scrivendo questo post.
“These Days” dei Bon Jovi.

Mi innamorai della canzone, del ritmo, del video: di quel mondo enorme ed ignoto ma alla portata della mia mano, conscio che stava cambiando tutto….

I was walking around, just a face in the crowd 
Trying to keep myself out of the rain 
Saw a vagabond king wear a styrofoam crown 
Wondered if I might end up the same 
There’s a man out on the corner 
Singing old songs about change 
Everybody’s got their cross to bear, these days 

She came looking for some shelter with a suitcase full of dreams 
To a motel room on the boulevard 
I guess she’s trying to be James Dean 
She’s seen all the disciples and all the “wanna be’s” 
No one wants to be themselves these days 
Still there’s nothing to hold on to but these days 

These days – the stars hang out of reach 
These days – there ain’t a ladder on the streets 
Oh no no
These days – are fast, nothing lasts, in this graceless age 
There ain’t nobody left but us these days 

Jimmy shoes busted both his legs, trying to learn to fly 
From a second story window, he just jumped and closed his eyes 
His momma said he was crazy – he said momma “I’ve got to try” 
Don’t you know that all my heroes died 
And I guess I’d rather die than fade away 

Yeah
These days – the stars hang out of reach, yeah 
These days – there ain’t a ladder on the streets
Oh no no 
These days are fast, nothing lasts, it’s a graceless age 
Even innocence has caught the midnight train 
There ain’t nobody left but us these days 

I know Rome’s still burning 
Though the times have changed 
This world keeps turning round and round and round and round 
These days ….

 

Una canzone cupa, di cui non sapevo il significato.
In cui ci sguazzo.
La mia Roma brucia e suono svogliato la mia cetra.
E penso che i Bon Jovi oggi mi fanno davvero schifo.
La perdita dell’innocenza.

Tranne “These Days” ovviamente

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Non ti sei mai lasciata domare,
non è mai troppo presto
imprudente abbandono
come se nessuno ti stesse guardando
un attimo, un sorriso, un bacio, un amore.
Con tutto quello che ci sta in mezzo
fatto bene
fatto male.

Resta lì
non scappare
sto per arrivare
col sangue
quello giovane
che non si fermerà
finché non sarà finita
e non lo farà per arrendersi.

Un canto disperato.
Quanti ne ho suonati per te?
Un attimo…

 

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Chiudo la porta, allungando il braccio, impugnando il pomello tondo di ottone consumato.
Un raggio di luce taglia la stanza col parquet sporco di polvere e solo un letto in fondo alla stanza.
Tu davanti.
Due ciocche sulle guance, la pelle perlata e labbra scarlatte come sangue.
Una bretella scesa da una spalla, una gonna a fiori, bianca, i piedi nudi.
L’estate fuori.
L’inferno dentro.
Una goccia di sudore disegna una ruga di domani.
Tamburello sulla coscia, nervoso.
Tu davanti.
Occhi pece, ed il respiro in tempesta.
Di ansia, di paura, di terrore, di sconforto, di niente, di tutto l’universo.
Di voglia.
Accenno un passo,
le assi scricchiolano, una catena tiene il polso,
ritorno indietro di un passo, che è un chilometro.
Non posso superare quel raggio di luce,
risucchiato in un vortice nichilista, il risultato.
I tuoi occhi implorano di abbandonare nell’ordine: la stanza, l’edificio, il quartiere, la città, la regione, lo Stato, il continente.
Ma è tutto il resto che mi implora, invece, di attraccare, di buttare l’ancora, di placare le ansie dei miei marinai
che da troppo solcano mari cattivi ed acque torbide.
Un’altra bretella va giù.
E con tutto il silenzio del mondo, il fruscio del cotone che sfiora la pelle
mi rimanda brividi persi in notti medievali.
Accenno un passo,
le assi scricchiolano, due catene mi tengono i polsi,
ritorno indietro di un passo, che è due chilometri.
Come serpente, come peccato, come paura,
attorcigli i fianchi e prendi in mano i bottoni della gonna,
ed ogni sganciamento mi fa saltare quattro battiti.
Batto i denti e sento le gambe appesantirsi
con farfalle nello stomaco a giocarsi
diamanti senza luce e veleno in circolo
E va giù la gonna.
Come un albero,
come un generale in battaglia,
come un palazzo,
come tutto quello che non devi, ma che vuoi più dell’acqua,
più dell’aria,
più del sangue.
Guardi, dentro in posti che non conosco
chiamando a te qualcuno che non sono
una parte arcana e celeste che in qualche tempo
ti doveva essere appartenuta e che ora
dopo mille guerre,
rivuoi….
Accenno un passo,
le assi scricchiolano,
ritorno indietro, troppo lontano.

Sollevi lenzuola chiare,
ti immergi nel letto
uscendone dall’altra parte
come spuma di mare a marzo
talmente invitante eppur così ghiacciata.

Ti vedo muovere tra le stoffe,
sfrusciandoci contro,
peggio delle onde,
peggio dei corpi dei giovani amanti
peggio di mani che si intrecciano
peggio di urti tremendi che tutto scuotono.

Ed ansimi…
ancora…
che vuoi sapere di non saperti mai più sola,
che nessuna Circe ti si parerà contro,
che paura non avrai,
e che le notti saranno calde e stellate.

Muta, urli con tutto il resto.
Rompo la catena che mi tiene,
in mille pezzi, cascate di ferro
mille tuoni e gabbiani che scappano.

A rallentatore muovo milioni di atomi
d’aria, pelle, rabbia, vuoto.
A rallentatore riempio milioni di spazi,
infinitesime distanze che ci tengono lontani
slaccio i miei muscoli
volando su assi che traballano
atterrando con la grazia di un singolo petalo
su un letto cremisi
scalfendo la tua roccia
aprendo il tuo cuore
soffiandoci dentro il caldo nascosto…

Nei tuoi labirinti, trovo Dio.
 

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