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putrido

Ti sento.
Sfiorarmi i capelli.
Sfiorarmi le orecchie,
con la bocca.

La apri ma un silenzio torbido mi annebbia la vista.
Vorrei venderti il mio incantesimo,
vorrei stare calmo,
vorrei vedere bruciare il mondo,
stenderti su un materasso schifoso e lurido,
e darti i miei migliori colpi.

Un massaggio cardiaco
senza mani
fatto di lingua e sangue.

Mi emoziono
schifato
schivato
prima chiudevo gli occhi per non vedere
ora per vedere. Meglio.

Naufrago tra acquazzoni di ricordi
e schiaffi morali
avvolgimenti di mantelli
e girate di testa.

Mi guardi con gli occhi tuoi
che per me indossi.

C’è una linea,
un solco
una nuova Roma.

Siamo Romolo e Remo.

Una sfida di petto
di aria dentro
ed orgoglio nero
che ci esce dalle narici e dalla bocca
e ci sta deformando.

Siamo mostri
che hanno mangiato noi bambini increduli e puri
bestie senza senso
che a niente più si legano
che bugie si raccontano
e buttano dentro come se niente fosse.

Una guerra.
Si è una guerra.
Non dichiarata
subdola
interna
silenziosa
sottopelle
gocce di veleni
sputati.

Una guerra.
In cui moriremo solo noi.
O forse solo io.

Che lo scemo per non andare alla guerra
non lo fa.

Impreco.
Decido.
Voglio la parte brutta.
Voglio il palmo della mano
le paure
le dispersioni
l’inutile
la perdita.

Domani mi difenderò
ora attacco
il sole e l’aria
e poi sparirò
in un cielo grigio che si accartoccia
sotto i rintocchi di un orologio di ferro
e lascerò che la rabbia
cresca
e sfami il mio corpo
che niente vuole.
Tranne te.

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dreamin’ of you

Era un inseguirsi di ombre quella notte.
Era un casino di cani che si sbranavano.
Ed io che mi prendevo tutto di te.
Entrando nella tua bocca.
Scendendo nel paradiso.
T’ho picchiato.
Come piaceva a te.
E più menavo, più volevi.
Da che pozzo non so.
E gridavi : “Dammi tutto!”
Li sentivi i miei graffi.
Li volevi tutti quei morsi.

Fu così che ci incontrammo.
Per caso.
Il migliore dei modi.
Nel migliore dei mondi.
Quello dei sogni.

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Non ti sei mai lasciata domare,
non è mai troppo presto
imprudente abbandono
come se nessuno ti stesse guardando
un attimo, un sorriso, un bacio, un amore.
Con tutto quello che ci sta in mezzo
fatto bene
fatto male.

Resta lì
non scappare
sto per arrivare
col sangue
quello giovane
che non si fermerà
finché non sarà finita
e non lo farà per arrendersi.

Un canto disperato.
Quanti ne ho suonati per te?
Un attimo…

 

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in a blue vortex

In un vortice blu
risucchiato impudentemente
contro un muro
senza orecchie
che non sa di non sapere!

L’effimero sguardo
senza profondità
di lignei occhi

avere tutto
senza avere niente.
Qui i cuori battono a vuoto
mangi pesce
che credi esser carne.

In mari di sangue
lancio strali
ordini
appelli

T’aggrappi all’anima
e ricevi calci.

Gli unicorni non esistono.
Gli unicorni pensano che gli umani non esistano.

Quindi quello che non si vede non esiste.

I giorni volano.
I sogni restano.
Le mani in tasca.
La guerra in testa.

 

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Poi, a un tratto, la sera è diventata notte. A volte non hai il tempo di accorgertene, Le cose capitano in pochi secondi. Tutto cambia. Sei vivo. Sei morto. E il mondo va avanti. Siamo sottili come carta. Viviamo sul filo delle percentuali, temporaneamente. E questo è il bello e il brutto, il fattore tempo. E non ci si può fare niente. Puoi startene in cima a una montagna a meditare per decenni e non cambierà una virgola. Puoi cambiare te stesso e fartene una ragione, ma forse anche questo è sbagliato. Magari pensiamo troppo. Sentire di più, pensare di meno..

Charles Bukowski

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Tra lenzuola bianche
mi risveglio,
un mattino biancospino
luci rosse impresse forti in menti
spaccate da atroci tormenti.
Onde chiare,
stanze vuote,
sotto chiavi d’ottone.
Paure amare
ferite di zenzero
mani di grano
affanni caldi soltanto stringono
di umidi ricordi
e tragedie di carne.
Lingue di zucchero,
miscele infuocate
su acque fredde dicembrine
con voglie non capite,
con vite non vissute
pensieri inauditi
e dita violente
che premono lo stomaco.

Ancora.

 

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Chiudo la porta, allungando il braccio, impugnando il pomello tondo di ottone consumato.
Un raggio di luce taglia la stanza col parquet sporco di polvere e solo un letto in fondo alla stanza.
Tu davanti.
Due ciocche sulle guance, la pelle perlata e labbra scarlatte come sangue.
Una bretella scesa da una spalla, una gonna a fiori, bianca, i piedi nudi.
L’estate fuori.
L’inferno dentro.
Una goccia di sudore disegna una ruga di domani.
Tamburello sulla coscia, nervoso.
Tu davanti.
Occhi pece, ed il respiro in tempesta.
Di ansia, di paura, di terrore, di sconforto, di niente, di tutto l’universo.
Di voglia.
Accenno un passo,
le assi scricchiolano, una catena tiene il polso,
ritorno indietro di un passo, che è un chilometro.
Non posso superare quel raggio di luce,
risucchiato in un vortice nichilista, il risultato.
I tuoi occhi implorano di abbandonare nell’ordine: la stanza, l’edificio, il quartiere, la città, la regione, lo Stato, il continente.
Ma è tutto il resto che mi implora, invece, di attraccare, di buttare l’ancora, di placare le ansie dei miei marinai
che da troppo solcano mari cattivi ed acque torbide.
Un’altra bretella va giù.
E con tutto il silenzio del mondo, il fruscio del cotone che sfiora la pelle
mi rimanda brividi persi in notti medievali.
Accenno un passo,
le assi scricchiolano, due catene mi tengono i polsi,
ritorno indietro di un passo, che è due chilometri.
Come serpente, come peccato, come paura,
attorcigli i fianchi e prendi in mano i bottoni della gonna,
ed ogni sganciamento mi fa saltare quattro battiti.
Batto i denti e sento le gambe appesantirsi
con farfalle nello stomaco a giocarsi
diamanti senza luce e veleno in circolo
E va giù la gonna.
Come un albero,
come un generale in battaglia,
come un palazzo,
come tutto quello che non devi, ma che vuoi più dell’acqua,
più dell’aria,
più del sangue.
Guardi, dentro in posti che non conosco
chiamando a te qualcuno che non sono
una parte arcana e celeste che in qualche tempo
ti doveva essere appartenuta e che ora
dopo mille guerre,
rivuoi….
Accenno un passo,
le assi scricchiolano,
ritorno indietro, troppo lontano.

Sollevi lenzuola chiare,
ti immergi nel letto
uscendone dall’altra parte
come spuma di mare a marzo
talmente invitante eppur così ghiacciata.

Ti vedo muovere tra le stoffe,
sfrusciandoci contro,
peggio delle onde,
peggio dei corpi dei giovani amanti
peggio di mani che si intrecciano
peggio di urti tremendi che tutto scuotono.

Ed ansimi…
ancora…
che vuoi sapere di non saperti mai più sola,
che nessuna Circe ti si parerà contro,
che paura non avrai,
e che le notti saranno calde e stellate.

Muta, urli con tutto il resto.
Rompo la catena che mi tiene,
in mille pezzi, cascate di ferro
mille tuoni e gabbiani che scappano.

A rallentatore muovo milioni di atomi
d’aria, pelle, rabbia, vuoto.
A rallentatore riempio milioni di spazi,
infinitesime distanze che ci tengono lontani
slaccio i miei muscoli
volando su assi che traballano
atterrando con la grazia di un singolo petalo
su un letto cremisi
scalfendo la tua roccia
aprendo il tuo cuore
soffiandoci dentro il caldo nascosto…

Nei tuoi labirinti, trovo Dio.
 

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