Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘amore’

Ti capita all’improvviso di trovare delle risposte. 
Tra le erbacce ai lati della statale,
sulla ruggine dei pali lungo la strada che costeggia il mare,
magari passando per Lecce,
o Canicattì,
o stando semplicemente seduto su di una poltrona. 

Amore. 
Amare. 

Amore è dare. 
Nella vita non ho fatto altro che prendermi roba. 
Prendere pezzi.
Prendere briciole. 
Mai un intero. 
Capitava una bocca, un cuore, una fica, mani, occhi, lingua, ombellico, dita.
Consumare furtivamente, avidamente, con grandi indigestioni e bestemmie. 
Poi subito una fame. Atavica… un vuoto buio ed enorme. Pesante.

Amore è dare. 
Dare. 
Darsi. 
Tutti i giorni. 
Stancamente. 
Senza farfalle nello stomaco, senza battiti improvvisi o fiati tranciati.
Ma con il cupo e sordo rumore di un cuore che batte, allo stesso ritmo. 
Sempre. 
Come il mare che si spezza la testa tutte le volte. Quando incontra la terra. 

Dare. 
Amare è dare. 
Senza prendere nulla in cambio. 

In macchina mi hai dato dell’egoista. 
E’ vero. 
Lo sono. 
Fin troppo. 
Sono egoista. 
Perché adoro l’idea che qualcuno possa stare bene per me, con me, dentro me, tramite me. 
Quasi fino a farmi usare. 
Il corpo muore tutti i giorni. 
L’anima no. L’anima è giovane per sempre, ce la attaccano così, magari presa in prestito ma non cambia. 

T’ho detto cose dure. 
Ci sono andato pesante. 
E potrei essere davvero pessimo. 

Però siamo tornati a casa insieme. 
Almeno fino a casa tua. 
Che spero un giorno sia casa nostra. 
Il dove lo lascio a te. 
Non mi interessano gli spazi. 
Sono i tempi che mi fregano. 

Mi fregano perché ho fretta. 
Di vivere. 
Te.

 

Annunci

Read Full Post »

Apro gli occhi. 
Lei è sul letto. 
Nuda. 
La pelle bianca come porcellana. 
Liscia e fresca. 
Ho i brividi solo a guardarla. 
I suoi occhi. 
O Dio mio. 
I suoi occhi. 
I suoi occhi sono neri come le notti senza luna, come le speranze vanificate da giorni 
che stancamente si ripetono tediando gli uomini, invecchiandoli ed uccidendoli. 
Uomini. 
Quanti uomini t’avranno guardato?
Stupidi. 
I suoi occhi. Sono un richiamo primordiale, mi ci sento nudo davanti,
quando mi spogliano e mi fanno vorticare dentro, verso di lei.
L’ho spogliata su un pavimento di legno, sotto un soffitto di legno,
sopra un letto di legno. Le ho strappato via le mutandine nere 
e sganciato il reggiseno che soffocava i suoi seni duri. 
Mentre l’appoggiavo sul letto, con il piumone simile ad un cielo 
di dicembre,
ho visto la sua pelle soffrire il freddo e l’emozione del mio corpo caldo.
Bianca come il latte. 
Ho tolto tutto di me, 
e sotto di me, immobile lei. 
Le labbra serrate, 
gli occhi fissi,
la posa plastica,
Cristo vorrei essere un pittore e non un coglione che scrive…..
Sacro e profano,
giorno e notte,
fango e neve,
bestemmia ed amore,
tutto si fonde in lei. 
Io, perdendomi in lei, 
mi sono ritrovato.
Inerme e debole,
come un dio,
come un re,
che riprende possesso delle sue terre.
Oh si. 
Cantano gli angeli. 
Cantano gli uccelli. 
E’ gioia quella che sento in cuore e che mi scorre sotto pelle. 
Lei è sul letto, 
dal tetto, scende la luce, un raggio del sole, la polvere lo disegna. 
Apre le gambe, con la grazia di tutto il mondo, con la verginità di una bambina. 
Lo fa con me per la prima volta. 
Lo fa con me per davvero la prima volta. 
Perché prima era solo un aprire le gambe. 
Ora invece è amore. 
Un amore che va oltre la semplice dichiarazione a voce. 
E’ amore che lega le vene, la pancia, il fiato, i pensieri, il cuore ed il culo. 
Tutto! 
E’ un possesso di tutto. Un insieme di tutto. Un borioso impeto,
un capriccio di mille universi
tutti su un misero letto che tutto questo, poverino, DEVE sopportare. 
Perché non ci sono storie a lieto fine. 
Ma il delitto sarebbe se questa storia non ci fosse. 
Perché siamo tutti gli uomini e le donne che ci hanno preceduto,
che hanno fallito,
che non hanno tentato,
che non erano all’altezza,
che non potevano,
che non volevano, 
che non capivano, 
siamo tutti gli stupidi,
gli innamorati,
gli arrapati,
gli incazzati,
i perdenti,
i giusti,
i vogliosi
tutti quelli che hanno fallito
dove noi riusciamo.

Dove tutto è troppo
noi riusciamo.

Quando tutto è impossibile, lento, esasperante,
la disperazione è già nella colazione
ed il tormento allieta giornate lunghe tre autunni,
noi riusciamo.

Perché lei, su quel letto,
era tutte le donne del mondo.

I capelli fili di tela che tessuta sul mio cuore
facevano presa ad ogni colpo che davo.
Le sue gambe aperte
erano ciò di più lontano dal semplice sesso. 
Un ritorno all’origine
un bisogno della testa, del cuore e della pancia.
Gridare in silenzio,
scopare con gli occhi,
nutrirsi di fiati
e bere… bere… bere tutta la vita, dall’ombelico in giù.

Le sue gambe andavano al di là del semplice contatto,
la sensazione più incredibile che avessi mai provato,
snodabile e capace di subire la mia ira
orgogliosa vestale
tradita dai gemiti soffocati
e dagli occhi imploranti di gloriosi “Ancora!”. 
Oh non soffrirai più la fame
foss’anche dovessi tu cibarti di me…

Le serrai le mani con le mie, 
la ribellione soffocata in un secondo,
e tra le sue gambe
io entrai. 
Forse Alessandro ebbe una simil gloria a Babilonia. 
Ma più nessuno l’avvicinata 
com’io su quel letto illuminato da una semplice finestra sul tetto.

Inferno e Paradiso,
loro stessi,
si son placati 
e teso gli orecchi
verso la Terra,
quella stessa terra che hanno devastato con stupide logiche di Bene e di Male. 
Noi riusciamo perché siamo al di là del Bene e del Male. 
Lontano da stupidi limiti
siamo inni alla vita
pura e dura. 
Gli schemi si infrangono sulle corazze dorate 
che un potentissimo Nonsochi
ci ha dato in dono. 
Se pur in guerra tra noi,
abbiamo scelto di unir le forze. 

Non senti quanto alto diventa il mio dono?
Non senti le mie parole qui lette arrivarti in testa senza io far voce al tuo orecchio?
E non vedi i miei occhi scrutarti tra queste righe?
I limiti sono invenzioni che gli dei ci instillano in ogni alba e ad ogni tramonto
per paura, loro stessi, di vedersi superare dalle loro piccole creature. 
I limiti non esistono.
Possono mettermi migliaia di chilometri,
montagne e fiumi tempestosi,
oceani… fors’anche stelle e mondi interi.
Ci basterà chiudere gli occhi. 
Ed in meno di un baleno,
essere di nuovo sul letto. 

Gli altri non arrivano,
dove noi riusciamo..

E piangerai di gioia 
e dirai “basta”. 

Allora con un bacio,
sarò tuo. 
Sarai mia. 

Dove noi riusciamo…

 

Read Full Post »

(ora)

Un sorriso triste, tragico, dipinto sul suo viso. 
Accenna una mossa con le mani, poi va al pianoforte. 
A Downtown finalmente l’alba ha preso piede. 
Un’intera notte è trascorsa. 
Cisco e Zoe sono al centro del salone principale dell’albergo. 
Tre delle quattro pareti dell’enorme stanza sono composte da finestre enormi, alte almeno 5-6 metri, di legno bianco laccato e vetri un po’ sporchi di condensa verso il soffitto. 
La luce entra come un re in parata, in città vinte,
baldanzosa e fiera, 
diretta e senza filtri, e si riflette sul pavimento a scacchiera, lucida e pulitissima.
Cisco si siede ed inizia a suonare un motivetto stupido, con puntate sul DO e sul FA.
Il cuore mio non ce la fa” 
Sembrava tutto così semplice, per quelli come noi
Senti che ci manca qualcosa, che c’è sempre una scusa, che la gioia si è offesa, che non c’è la scintilla, ma una colpa (sinceramente) non c’è“.

Adesso dirsi tutto è utile
Resta che una parte del cuore sarà sempre sospesa, Zoe
Come fosse in attesa?”
Ecco un raggio di sole entrare dalla finestra.
C’è sempre una scusa, si è spenta una stella ed una colpa non c’è“. Cisco socchiude gli occhi.

Tu ci credi a quello che non vedi..?”
Eppure…” Zoe non riesce a parlare, ha un nodo in fondo, ha capito.

Non sapevano bene cosa stava succedendo. 
Come ci erano finiti. 
Quando ci erano entrati. 

Il sole è su. 
L’aria profuma di buono.

L’amore (ora) è un’altra cosa“. 

Zoe spalanca gli occhi. 
Trema la sua bocca. 
Trema tutto il mondo. 

E domani?

Read Full Post »

Il cubetto di ghiaccio di scatto si sposta nel bicchiere mezzo pieno di qualcosa di ambrato e molto molto alcolico.
Dietro, il fumo della sigaretta lento ed inesorabile sale verso il soffitto tappezzato con fiori verdi.
Cisco fissa perplesso il bicchiere prima, la finestra dopo, il bicchiere prima, la finestra dopo.
La tenda, bianca e trasparente, si muove col vento che ha portato via la pioggia.
La notte entra umida senza chiedere permesso in quella stanza di hotel, giù a Downtown.
Zoe è alla finestra, le luci della città negli occhi, la stanchezza degli uomini nell’aria come le mani, come le gambe.
I capelli dietro l’orecchio si sganciano all’improvviso e si gira verso Cisco. 
Dammi una risposta. Perchè? Perché? Maledizione!”
Cisco tira una boccata profonda, butta fuori dal naso, il braccio a mezz’aria, sul bracciolo del divano appoggiato.
Potevamo starcene buoni, da una parte, zitti, fermi, perché? perché?”
Cisco rimane zitto, sente un peso al centro del petto. 
Ti terrei con me, ovunque tu voglia… te lo giuro” insiste lei.

Dal palazzo vicino si sente Al Green, partire piano come i treni, che prima o poi arrivano uscendo da una galleria 
o da una nuvolona di vapore… “this broken heart

Volevo solo passare qualche giorno sola con te, per togliermi questa disperazione strisciante, questa voglia che mi sta portando all’inferno, fanculo l’orgoglio, fanculo le armature, fanculo le maschere…
Cisco la guarda con la bocca socchiusa
tell me how can you stop the rain from falling down?” – canta Al Green.
Zoe è bellissima, è una Venere, è una Madonna, è una statua a cui ci si deve inginocchiare. E’ quello che gli uomini vogliono.
O forse solo quello che Cisco vuole, come lei vuole.

I cuori si rompono. 
Le anime si strappano come fa la pelle dalla carne a volte. 
E fanno male. Fanno male. Come una zappa che violenta la terra. 
Dove nascono poi frutti succulenti, buoni, belli che danno senso al sudore, alla fatica, al nulla che intorno c’è e ci portiamo dentro.

How can a loser ever win?” – disperato Al Green dal palazzo vicino.
Qui non ci sono eroi, non ci sono vincitori, non ci sono “quelli a cui va bene”. 
Perdiamo tutti, vinciamo tutti. 

Cisco si alza. 
Col dorso accarezza il viso di Zoe, la luna è rossa di rabbia. 
La tocca. 
Con un dito. 
Non ci sono sempre perché. 
Non ci sono sempre spiegazioni.
Zoe, non ci sono sempre spiegazioni“.

Non ci sono eroi. Non ci sono santi. Solo uomini. 

E’ tutto sbagliato” 
Cisco è svuotato. Non ha più niente da dare. Da dire. 

I could never see tomorrow” …. la musica è ovunque.
Zoe non tremare. Non tremare stanotte. Non devi avere paura di nulla… siamo solo quello che siamo.
Fiato e voglia, 
mani e denti, 
cuori rotti e mai sazi,
perdenti eppure mai domi,
feriti eppure orgogliosi,
duri come la vita e le pietre

Zoe non tremare...”
e piano le sfila il vestito, perché non c’è altro da fare, altro da dire, altro da volere.
Punto

Read Full Post »

Una pietra spacca l’anima.
Bambini veloci corrono sul grano.

Colpi fortissimi alla porta.
I piedi nelle pozzanghere.

Un messaggio.
L’aria aperta.

Correre.
I divani.

Le lacrime.
I sorrisi.

Tuoi.

Battere le mani.
Battere i piedi.
Farsi sentire.
Dire che ci siamo.
Che ci siamo stati.

Correre…
Braccia aperte..
Il vapore dei vecchi treni a carbone.
Il grigio.
La pietra.

Caldo.
Vento caldo.
Bacio caldo.
Gambe calde.

Brividi.

Tonnellate in una piuma.
Il battito di un cuore.
La vena che pulsa.
I denti che si consumano…..

La luce degli occhi.
Tuoi.

La luce degli occhi tuoi… mi ridà voglia di vedere il mondo, di cantare, di alzare il grembiule che portavo a scuola.
Battere le mani…

Ancora.

La tua bocca…
Il tuo naso.
La tua lingua.

Tutto..

Tutto tuo.

Read Full Post »

ci vorrebbero più abbracci
per sentirsi meno soli
per strappare via
quel macigno vuoto
che sta nel petto
di quelli che non possono
farsi bastare solo questo
momento bastardo che viviamo.
Dio, si. ci vorrebbero più abbracci
sentire più pelle
sentire più calore
per vivere meglio
per non perdersi
per ritrovarsi
sentire le ossa
la pancia
il miele
per sapere di non essere soli.
inutili cattedrali in deserti bollenti
che solo freddo lasciano
e brividi brutti
che seccano i fiumi di gioia.

Dio…
ci vorrebbero più abbracci.

Read Full Post »

Fissavo la calotta cranica di quell’uomo.
Non potevo non fissarla.
Il disgusto era tale che non potevo evitare di guardarlo.
Diradati ciuffi di peli nero corvino, lucidi per il sebo, sparigliati.
Il trench beige stretto dal laccio in vita, poggiato sopra un abito blu che doveva puzzare.
L’essere a favore del vento mi ha evitato di sentirlo anche dentro il naso.
Un piccolo borghesuccio di mezz’età, che prega la domenica in chiesa con la moglie obesa e le lenti dei suoi occhiali completamente sporchi.
Lo osservo. In realtà lo schifo.
Il vento, sempre a favore, è fresco, tendente al gelido come le pietre alabastro e la porta di legno scuro da dove arriva.
Dall’alto due raggi si spaccano per terra, come il filo di un ragno, sospesi ma duri tagliano lo spazio, netto diviso.
Superato lo shock del borghesuccio, subisco il colpo di sua moglie.
Un porco omeriano dalle sembianze umane, con il cappotto al contrario, lo smalto attecchito sulle unghie vecchie ed un vago odore di stantio e naftalina. Quella donna non viene scopata dal crollo del muro di Berlino, da quel borghesuccio democristiano del marito che gli sta accanto.
Il quale richiama la mia attenzione con una telefonata nel bel mezzo della funzione religiosa cui laicamente e stoicamente stavo assistendo.

Ritorno sui due raggi, sperando che devino direzione, diventino laser, polverizzino quei due esseri davanti a me.
Loro non c’entrano.
Col mondo, con me, con la bellezza, con gli occhi delle donne, col profumo di vaniglia e le albe di montagna.
Sono vomito di una società dell’amore, dell’amore cinico, dell’odio.
Pustole fastidiose.

Ancora i due raggi.
Quanti bambini ci avranno fantasticato?
Quanti si saranno “inciotati”?
Cosa avranno immaginato?
Cosa avranno pensato di quella luce? Da dove arrivava? Come arrivava?
Perché arrivava?

Mentre abbozzo un “da Dio” due figure minime parlano da dietro un tavolo di pietra, con una candida tovaglia e due candele accese posate sopra. Hanno visi scavati, occhi scavati, barbe scavate, voci scavate. Mi distolgono da Dio, dai bambini, che poi alla fine sono la stessa cosa.
I due fratelli si scambiano il turno per parlare. Piccoli, apparentemente non curati, denutriti. Infingardi eppur innocui.
E nonostante tutto mi appaiono superbi, vetusti, miseri giganti che vogliono condurre un gregge di sperduti che padroni non vuole ma solo sentirsi apposto con la merda che hanno dentro.
Le persone muoiono ed io devo assistere ed ingoiare a tanta di quella merda che mi pare cioccolata ora.

I due fratelli parlano, sembrano crederci. Dietro di loro vedo un terzo fratello con una montatura di metallo nera che lo incupisce, le gote rosse, il pizzetto ispido, la pelata che si ferma su due mazzette di capelli sopra le orecchie ed una pancia enorme. Un altro porco che non riesce neanche a giungere le mani, quasi fossero cariche negative che si respingono ed “haivoglia” a spingere.

Cerco di capire cosa vogliono, potrebbero anche convincermi fossi ubriaco coi miei amici Negroni, ma poi ecco la scintilla di tutto: “Chinate il capo, per la benedizione”

Ecco la rabbia.
Di chinare il capo.
A chi?
“Chinate il capo”
Manco le puttane.

Respiro, stringo il banco che porta la donazione dei coniugi Roberta e Domenico e tengo il capo ritto.
E vedo una massa di gente, anzi i loro colli che escono da sciarpe, bavari, camicie inamidate.
Un branco di pecore.
Che china la testa, non per paura ma per noia, per abitudine, per mancanza.

Guardavo i due fratelli che godevano.
Che si prendevano beffe.
Finti amici, finti fratelli lì a tirare collaudati tranelli.
Ho provato pena.
Tranne per i due bastardi davanti.

Ho fatto tutto, tranne andarmene in pace.

Mi domando perché gli uomini, le pecore credano che per parlare con Dio debbano andare in chiesa.
Questi “cristiani” commettono blasfemia, ridicolizzano il loro Dio ad un mezzo mago che possono incontrare solo in chiesa ed al caso con una preghiera fatta a casa od in un ascensore. Ma dopo c’è il bisogno di andare in chiesa manco fosse un esattore delle tasse.

Sono uscito dalla chiesa, ho respirato a pieni polmoni.
Ho visto persone inutili girarmi intorno.
Poi ho visto dei bambini.
Ci ho giocato, mi sono tuffato nei loro occhi tondi e spalancati ed ho ringraziato Dio.
Per aver dato a tutti la possibilità di essere lui seppur per così breve tempo.

Read Full Post »

Older Posts »