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Posts Tagged ‘Berlusconi’

“Savagely brutal anal gang-rape. Fabled punishment for trespassing on the tribal land of a fictitious African tribe”.

Questa è una delle definizioni dell’espressione da oggi destinata molto probabilmente a riempire le pagine dei giornali, i talk-show serali e riempire le bacheche di molti giocherelloni su Facebook e su altri social networks.
Berlusconi va a letto (così si pensa) con molte donne. Ultimamente va in Russia ogni due settimane, perchè in Italia ormai non può più trombare, troppo sputtanamento.
Sinceramente io non mi scandalizzo.
Mi scandalizza più il fatto che ci sia ancora il rischio concreto che questa persona riceverà una grossa somma di voti da parte di miei connazionali alle prossime elezioni.

Qui non si parla di PM, di giornali e telegiornali di sinistra, non si parla di comunisti eversivi.
Siamo stonati. Non pensiamo più alle persone. Pensiamo solo ai fatti. Ma non i fatti “fatti”. No i fatti sono le notizie.
Cioè le cose che ci vogliono far sapere e/o le cose che raccontano versioni parziali ed incomplete di faccende secondarie.

In questo 28 ottobre (sic!) il mio augurio è di destarci. Di aggiustare l’Italia, di salvarla.
Ah, l’Italia siamo noi.

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L’editoriale di Ernesto Galli della Loggia di questa mattina, scritto ovviamente prima del tanto atteso discorso di Berlusconi alla Camera, mi ha fatto riflettere non poco:

È solo questo fatto, è solo l’impossibilità di scorgere alternative realistiche che può portare oggi ad augurarsi che il governo in carica resti al suo posto. In attesa che prima o poi l’opposizione di sinistra riesca in ciò in cui fino ad oggi non è riuscita: costruire un’unità credibile intorno a un leader e a un programma credibili. Cioè, si metta in condizioni di affrontare l’avversario con qualche probabilità di successo.

La sinistra dov’è? Perchè ci sono solo mezze calzette, omuncoli, mini-Me?
Dov’è la sinistra? L’opposizione non esiste, esistono solo dei pensieri, dei lampi, soffi di vento. Qui ci vuole ben altro. Solo Vendola al momento potrebbe qualcosa, ma non ora, è troppo presto.
Vendola è lontano, deve farsi conoscere, deve cambiare, deve ridimensionare un pò l’ego, parlare meno dell’irrealizzabile e concentrarsi sul realizzabile. E notizie come quelle di oggi non lo aiutano tantissimo.

Berlusconi è impopolare in questo periodo.
Nonostante l’anestesia della pubblica opinione.
Siamo tutti inermi.
Ad un passo dal caos e dalla paralisi totale.

Berlusconi, per i raggiri della storia, è l’unico che ora può mandare avanti la giostra e mantenere in piedi la baracca, l’Italia.
Il male minore.

Ah, l’Italia siamo noi.
Giusto per ricordarcelo ogni tanto.

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Gianfranco Fini deve essere lodato. Sta cercando di dimostrare qualcosa di importante.. la grande bugia del berlusconismo.

La commistione tra interesse personale e pubblico, tra interessi privati e “bene” della nazione è palese, ma tant’è!

Con un’opposizione che si fa da sola opposizione, con un Di Pietro che a furia di blaterare gridando ora è rimasto senza voce, al momento in Italia solo Fini può cercare di far finire la parabola governativa di Berlusconi.
Come? Dimostrando. Provando. Togliendo il fango.
Cosa? Tutto quello che molti ormai sospettano, pensano, ipotizzano.
Perchè? La tesi della legittimità popolare del mandato di Berlusconi deve cadere. Non si processano soggetti incapaci di intendere e volere. Bene. L’esito uscito dalle urne nel 2008 è frutto di una incapacità di intendere e volere da parte della società civile, dell’elettorato . Drogata dal bombardamento mediatico e da regole elettorali cambiate in corsa e fortemente criticabili. Intontita da una parte politica, quella della Sinistra, che è scandalosa quanto la Destra berlusconiana. Berlusconi deve terminare questo governo incentrato su questioni che non giovano a nessuno se non ai politicanti, imprenditori, mangiamangia e criminali di turno. Vedi Cosentino (ieri la questione Cosentino è stata ricollegata alla stabilità del governo, ma ci rendiamo conto???? SVEGLIA!!!)

La via di Fini è tortuosa. Difficile. Forse impraticabile (leggi).
Troppi poteri contro.
Ma il politico vero deve prendersi le responabilità che gli si chiedono.
Fini ha una doppia responsabilità: quella che è stata abbandonata dalla Sinistra e quella bruciata dalla Destra.

Non è che la cacciata di Berlusconi ci farà essere un Paese migliore di colpo, non è con Berlusconi fuori dal governo i criminali spariranno, i posti di lavoro fioriranno e via dicendo. La cacciata di Berlusconi permetterà solo una cosa: tornare ad occuparci dell’Italia.
Ne ha bisogno.
Ah, l’Italia siamo noi.

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Se volete, per caso, capire cosa sta succedendo in Italia…non prendendo a pretesto il “non conoscere i fatti” per non informarsi e fregarsene…
vi consiglio di cliccare sul link qui sotto della Repubblica, con un’analisi perfetta ed agghiacciante di Massimo Giannini : link Repubblica leggetelo tutto. Cercate di capire chi è Geronzi, cos’è Mediobanca, perchè Unicredit… e perchè Profumo..

Non mi sfuggì la questione libica, e difatti, per diletto, eccovi il link di qualche mese fa su Profumo e la questione “Libia” : il mio post di giugno

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La somma dovuta dall’azienda editoriale: 173 milioni, più imposte, interessi, indennità di mora e sanzioni. Una norma che si somma ai 36 provvedimenti “ad personam” fatti licenziare alle Camere dal premier. Segrate è difesa al meglio: i suoi interessi li cura lo studio tributario di Giulio Tremonti, nel ’91 non ancora ministro. Marina Berlusconi mette da parte 8,6 milioni, in attesa delle integrazioni al decreto. Che puntualmente arrivano

di MASSIMO GIANNINI

Mondadori salvata dal Fisco scandalo "ad aziendam" per il Cavaliere La sede della Mondadori

Sotto i nostri occhi, distolti dalla Parentopoli privata di Gianfranco Fini usata come arma di distruzione politica e di distrazione di massa, sta passando uno scandalo pubblico che non stiamo vedendo. Questo scandalo si chiama Mondadori. Il colosso editoriale di Segrate  –  di cui il premier Berlusconi è “mero proprietario” e la figlia Marina è presidente  –  doveva al Fisco la bellezza di 400 miliardi di vecchie lire, per una controversia iniziata nel ’91. Grazie al decreto numero 40, approvato dal governo il 25 marzo e convertito in legge il 22 maggio, potrà chiudere la maxi-vertenza pagando un mini-tributo: non i 350 milioni di euro previsti (tra mancati versamenti d’imposta, sanzioni e interessi) ma solo 8,6. E amici come prima.

Un “condono riservato”. Meglio ancora, una legge “ad aziendam”. Che si somma alle 36 leggi “ad personam” volute e fatte licenziare dalle Camere dal Cavaliere, in questi tumultuosi quindici anni di avventurismo politico. Repubblica ha già dato la notizia, in splendida solitudine, l’11 agosto scorso. Ma ora che il centrodestra discute di una “questione morale” al suo interno, ora che la propaganda di regime costruisce teoremi assolutori sul “così fan tutti” e la macchina del fango istruisce dossier avvelenati sulle compravendite immobiliari, è utile tornarci su. E raccontare fin dall’inizio la storia, che descrive meglio di ogni altra l’enormità del conflitto di interessi del premier, il micidiale intreccio tra funzioni pubbliche e affari privati, l’uso personale del potere esecutivo e l’abuso politico sul potere legislativo.

Il prologo: paura a Segrate

La vicenda inizia nel 1991, quando il marchio Mondadori, da poco entrato nell’orbita berlusconiana, decide di varare una vasta riorganizzazione nelle province dell’impero. Scatta una fusione infragruppo tra la stessa Arnoldo Mondadori Editore e la Arnoldo Mondadori Editore Finanziaria (Amef). Operazioni molto in voga, soprattutto all’epoca, per nascondere plusvalenze e pagare meno tasse. Il Fisco se ne accorge, scattano gli accertamenti, e le Finanze chiedono inizialmente 200 miliardi di imposte da versare. L’azienda ricorre e si apre il solito, lunghissimo contenzioso. Da allora, la Mondadori vince i due round iniziali, davanti alle Commissioni tributarie di primo e di secondo grado. È assistita al meglio: i suoi interessi fiscali li cura, in aula, lo studio tributario di Giulio Tremonti, nel 1991 non ancora ministro delle Finanze (lo diventerà nel ’94, con il primo governo Berlusconi). Nell’autunno del 2008 l’Agenzia delle Entrate presenta il suo ricorso in terzo grado, alla Cassazione. Nel frattempo la somma dovuta dall’azienda editoriale del presidente del Consiglio è lievitata: 173 milioni di euro di imposte dovute, alle quali si devono aggiungere gli interessi, le indennità di mora e le eventuali sanzioni. Il totale fa 350 milioni di euro, appunto.

Se la Suprema Corte accogliesse il ricorso, per Segrate sarebbe un salasso pesantissimo. Soprattutto in una fase di crisi drammatica per il mercato editoriale, affogato quanto e più di altri settori dalla “tempesta perfetta” dei mutui subprime che dal 2007 in poi sommerge l’economia del pianeta. Così, nel silenzio che aleggia sull’intera vicenda e nel circuito perverso del berlusconismo che lega la famiglia naturale alla famiglia politica, scatta un piano con le relative contromisure. Che non sono aziendali, secondo il principio del liberalismo classico: mi difendo “nel” mercato, e non “dal” mercato. Ma normative, secondo il principio del liberismo berlusconiano: se dal mercato non mi posso difendere, cambio le leggi. Un “metodo” collaudato, ormai, che anche sul fronte dell’economia (come avviene da anni su quello della giustizia) esige il “salto di qualità”: chiamando in causa la politica, mobilitando il partito del premier, militarizzando il Parlamento. Un “metodo” che, nel caso specifico, si tradurrà in tre tentativi successivi di piegare l’ordinamento generale in funzione di un vantaggio particolare. I primi due falliranno. Il terzo centrerà l’obiettivo.

Il primo tentativo: il “pacchetto giustizia”

Siamo all’inverno 2008. Nessuno sa nulla, del braccio di ferro che vede impegnate la Mondadori e l’Amministrazione Finanziaria. Nel frattempo, il 13 aprile dello stesso anno il Cavaliere ha stravinto le elezioni, è di nuovo capo del governo, e Tremonti, da “difensore” del colosso di Segrate in veste di tributarista, è diventato “accusatore” del gruppo, in veste di ministro dell’Economia. Può scattare il primo tentativo. E nessuno si insospettisce, quando nel mese di dicembre un altro ministro del Berlusconi Terzo, il guardasigilli Angelino Alfano, presenta il suo corposo “pacchetto giustizia” nel quale, insieme al processo breve e alla nuova disciplina delle intercettazioni telefoniche, compare anche la cosiddetta “definizione agevolata delle liti tributarie”. Una norma stringatissima: prevede che nelle controversie fiscali nelle quali abbia avuto una sentenza favorevole, in primo e in secondo grado, il contribuente può estinguere la pendenza, senza aspettare l’eventuale pronuncia successiva in terzo grado (cioè la Cassazione) versando all’erario il 5% del dovuto. È un piccolo “colpo di spugna”, senz’altro. Ma è l’ennesimo, e sembra rientrare nella logica delle sanatorie generalizzate, delle quali i governi di centrodestra sono da sempre paladini. In realtà, è esattamente il “condono riservato” che serve alla Mondadori.

L’operazione non riesce. Il treno del “pacchetto giustizia”, che veicola la pillola avvelenata di quello che poi sarà ribattezzato il “Lodo Cassazione”, non parte. La dura reazione del Quirinale, dei magistrati e dell’opposizione, sia sul processo breve che sulle intercettazioni, costringe Alfano allo stop. “Il pacchetto giustizia è rinviato al prossimo anno”, dichiara il Guardasigilli alla vigilia di Natale. Così si blocca anche la “leggina” salva-Mondadori. Ma dietro le quinte, nei primi mesi del 2009, non si blocca il lavoro dell’inner circle del presidente del Consiglio. Il tempo stringe: la Cassazione ha già fissato l’udienza per il 28 ottobre 2009, di fronte alla sezione tributaria, per discutere della controversia fiscale tra l’Agenzia delle Entrate e l’azienda di Segrate. Così scatta il secondo tentativo. In autunno si discute alla Camera la Legge Finanziaria per il 2010. È il secondo “treno” in partenza, e per chi lavora a tutelare gli affari del premier è da prendere al volo.

Il secondo tentativo: la Finanziaria

Giusto alla vigilia dell’udienza davanti alla sezione tributaria della Suprema Corte, presieduta da un magistrato notoriamente inflessibile come Enrico Altieri, accadono due fatti. Il primo fatto accade al “Palazzaccio” di Piazza Cavour: il 27 ottobre il presidente della Cassazione Vincenzo Carbone (che poi risulterà pesantemente coinvolto nello scandalo della cosiddetta P3) decide a sorpresa di togliere la causa Agenzia delle Entrate/Mondadori alla sezione tributaria, e di affidarla alle Sezioni Unite come richiesto dagli avvocati di Segrate, con l’ovvio slittamento dei tempi in cui verrà discussa. Il secondo fatto accade a Montecitorio: il 29 ottobre, in piena notte, il presidente della Commissione Bilancio Antonio Azzolini, ovviamente del Pdl, trasmette alla Camera il testo di due emendamenti alla Finanziaria. Il primo innalza da 75 a 78 anni l’età di pensionamento per i magistrati della Cassazione (Carbone, il presidente che due giorni prima ha deciso di attribuire la causa Mondadori alle Sezioni Unite, sta per compiere proprio 75 anni, e quindi dovrebbe lasciare il servizio di lì a poco). Il secondo riproduce testualmente la “definizione agevolata delle liti tributarie” già prevista un anno prima dal “pacchetto giustizia” di Alfano. È di nuovo la legge “ad aziendam”, che stavolta, con la corsia preferenziale della manovra economica, non può non arrivare al traguardo.

Ma anche questo secondo tentativo fallisce. Stavolta, a bloccarlo, è Gianfranco Fini. La mattina del 30 ottobre, cioè poche ore dopo il blitz notturno di Azzolini, il relatore alla Finanziaria Maurizio Sala (ex An) avverte il presidente della Camera: “Leggiti questo emendamento che consente a chi è in causa con il Fisco e ha avuto ragione in primo e in secondo grado di evitare la Cassazione pagando un obolo del 5%: c’è del marcio in Danimarca…”. Fini legge, e capisce tutto. È l’emendamento salva-Mondadori, con la manovra non c’entra nulla, e non può passare. La norma salta ancora una volta. E non a caso, proprio in quella fase, cominciano a crescere le tensioni politiche tra Berlusconi e Fini, che due anni dopo porteranno alla rottura. Ma crescono anche le preoccupazioni di Marina sull’andamento dei conti di Segrate. Per questo il premier e i suoi uomini non demordono, e di lì a poco tornano all’attacco. Scatta il terzo tentativo. Siamo ai primi mesi del 2010, e sui binari di Palazzo Chigi c’è un terzo “treno” pronto a partire. Il 25 marzo il governo vara il decreto legge numero 40. È il cosiddetto “decreto incentivi”, un provvedimento monstre, dove l’esecutivo infila di tutto. Durante l’iter di conversione, il Parlamento completa l’opera. Il 28 aprile, ancora una volta durante una seduta notturna, un altro parlamentare del Pdl, Alessandro Pagano, ripete il blitz, e ripresenta un emendamento con la norma salva-Mondadori.

Il terzo tentativo: il “decreto incentivi”

Stavolta, finalmente, l’operazione riesce. Il 22 maggio le Camere convertono definitivamente il decreto. All’articolo 3, relativo alla “rapida definizione delle controversie tributarie pendenti da oltre 10 anni e per le quali l’Amministrazione Finanziaria è risultata soccombente nei primi due gradi di giudizio”, il comma 2 bis traduce in legge la norma “ad aziendam”: “Il contribuente può estinguere la controversia pagando un importo pari al 5% del suo valore (riferito alle sole imposte oggetto di contestazione, in primo grado, senza tener conto degli interessi, delle indennità di mora e delle eventuali sanzioni)”. E pazienza se il presidente della Repubblica Napolitano, poco dopo, sul “decreto incentivi” invia alle Camere un messaggio per esprimere “dubbi in ordine alla sussistenza dei presupposti di straordinaria necessità ed urgenza, per alcune nuove disposizioni introdotte, con emendamento, nel corso del dibattito parlamentare”. E pazienza se la critica del Quirinale riguarda proprio quell’articolo 3, comma 2 bis. Ormai il gioco è fatto. Il colosso editoriale di proprietà del presidente del Consiglio è sostanzialmente salvo. Per consentire alla Mondadori di chiudere definitivamente i conti con il Fisco manca ancora un banale dettaglio, che rende necessario un ultimo passaggio parlamentare. Il decreto 40 non ha precisato che, per considerare concluso a tutti gli effetti il contenzioso, occorre la certificazione da parte dell’Amministrazione Finanziaria.

Per questo, nel bilancio semestrale 2010 del gruppo di Segrate, presentato il 30 giugno scorso, Marina Berlusconi fa accantonare “8.653 migliaia di euro relativi al versamento dell’importo previsto dal decreto legge 25 marzo 2010, numero 40” sulla “chiusura delle liti pendenti”, e fa scrivere, a pagina 61, al capitolo “Altre attività correnti”: “Pur nella convinzione della correttezza del proprio operato, e con l’obiettivo di non esporre la società a una situazione di incertezza ulteriore, sono state attuate le attività preparatorie rispetto al procedimento sopra richiamato. In particolare si è proceduto all’effettuazione del versamento sopra richiamato. Nelle more della definizione del quadro normativo, a fronte dell’introduzione di specifiche attestazioni da parte dell’Amministrazione Finanziaria previste nelle ultime modifiche al decreto, e tenuto anche conto del fatto che gli atti necessari per il perfezionamento del procedimento e l’acquisizione dei relativi effetti non sono stati ancora completati, la società ha ritenuto di iscrivere l’importo anticipato nella posta in esame…”. Ricapitolando: la Mondadori mette da parte poco più di 8,6 milioni di euro, cioè il 5% dei 173 che avrebbe dovuto al Fisco (al netto di sanzioni e interessi), in attesa di considerare perfezionato il versamento al Fisco in base alle ultime integrazioni al decreto che saranno effettuate in Parlamento. E le integrazioni arrivano puntuali, alla Camera, il 7 luglio: nella manovra 2011 il relatore Antonio Azzolini (ancora lui) inserisce l’emendamento finale: “L’avvenuto pagamento estingue il giudizio a seguito dell’attestazione degli uffici dell’Amministrazione Finanziaria comprovanti la regolarità dell’istanza e il pagamento integrale di quanto dovuto”. Ci siamo: ora il “delitto” è davvero perfetto. La Mondadori può pagare pochi spiccioli, e chiudere in gloria e per sempre la guerra con l’Erario, che a sua volta gliene da atto rilasciandogli regolare “quietanza”.

L’epilogo: una nazione “ad personam”?

Sembra un romanzaccio di fanta-finanza o di fanta-politica. È invece la pura e semplice cronaca di un pasticciaccio di regime. Nel quale tutto è vero, tutto torna e tutto si tiene. Stavolta Berlusconi non può dire “non mi occupo degli affari delle mie aziende”: non è forse vero che il 3 dicembre 2009 (come riportato testualmente dalle intercettazioni dell’inchiesta di Trani) nel pieno del secondo tentativo di far passare la legge “ad aziendam” dice al telefono al commissario dell’Agcom Giancarlo Innocenzi “è una cosa pazzesca, ho il fisco che mi chiede 900 milioni… De Benedetti che me li chiede ma ha già avuto una sentenza a favore, 750 milioni, pensa te, e mia moglie che mi chiede 90 miliardi delle vecchie lire all’anno… sono messo bene, no?”. Stavolta Berlusconi non può dire che Carboni, Martino e Lombardi sono solo “quattro sfigati in pensione”: non è forse vero che nelle 15 mila pagine dell’inchiesta delle procure sulla cosiddetta P3 la parola “Mondadori” ricorre 430 volte (insieme alle 27 in cui si ripete la parola “Cesare”) e che nella frenetica attività della rete criminale creata per condizionare i magistrati nell’interesse del premier sono finiti sia il presidente della Cassazione Carbone (cui come abbiamo visto spettava il compito di dirottare alle Sezioni Unite la vertenza Mondadori-Agenzia delle Entrate) sia il presidente dell’Avvocatura dello Stato Oscar Fiumara (cui competeva il necessario via libera a quel “dirottamento”?).

È tutto agli atti. Una sola domanda: di fronte a un simile sfregio delle norme del diritto, un simile spregio dei principi del mercato e un simile spreco di denaro pubblico, ci si chiede come possano tacere le istituzioni, le forze politiche, le Confindustrie, gli organi di informazione. Possibile che “ad personam”, o “ad aziendam”, sia ormai diventata un’intera nazione?

m.giannini@repubblica. it

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L’ora della libertà
La costruzione politica e mitologica del più grande partito italiano è andata in pezzi. La legalità è come una bomba nel mondo chiuso del Cavaliere. Fini ha scelto il terreno più proficuo per mettere psicologicamente e moralmente in minoranza la sua potenza, dimostrando la solitudine dei numeri e la debolezza dei muscoli
di EZIO MAURO

L’IRRUZIONE della legalità ha dunque fatto saltare per aria il Pdl, mettendo fine alla costruzione politica e mitologica del più grande partito italiano nella forma che avevamo fin qui conosciuto, come l’incontro tra due storie, due organizzazioni e due leader in un unico orizzonte che riassumeva in sé tutta la destra italiana, il suo passato, il suo futuro e l’eterno presente berlusconiano.

Tutto questo è andato in pezzi, perché la legalità è come una bomba nel mondo chiuso del Cavaliere, dove vigono piuttosto la protezione della setta, l’omertà del clan, il vincolo di servitù reciproca di chi conosce le colpe individuali e il destino comune di ricattabilità perpetua. Trasformando la legalità in politica, Fini ha scelto il terreno più proficuo per mettere psicologicamente e moralmente in minoranza la potenza del premier, dimostrando la solitudine dei numeri e la debolezza dei muscoli. In più, si è posizionato su un terreno elettoralmente e mediaticamente redditizio, dove può nascere una cultura di destra-centro che provi per la prima volta a parlare insieme di ordine e di regole, di moralità e di Costituzione.

Il rispetto delle istituzioni, la fedeltà alla Carta sono infatti l’altro grande fattore di rottura. Dalla semplice, ma insistita regolarità costituzionale con cui il presidente della Camera ha interpretato il suo ruolo e con cui ha segnato ogni suo intervento è nata una cultura politica che è rapidamente e inevitabilmente diventata antagonista rispetto al populismo berlusconiano, alla continua forzatura istituzionale, al primato della costituzione materiale basata su una concezione sovraordinata della leadership “unta” dal consenso popolare, e dunque suprema, libera da ogni separazione e bilanciamento dei poteri.

Sono queste due culture – una tutta prassi, imperio e comando, l’altra alla ricerca di uno spazio costituzionale, europeo e occidentale anche a destra – che non potevano più convivere. Disegnato il perimetro di una nuova destra-centro, Fini si è fermato ad aspettare l’inevitabile, che doveva accadere ed è accaduto. Preannunciato dal pestaggio mediatico sui giornali di famiglia e di altre famiglie asservite, un pestaggio con cui il Cavaliere annuncia sempre il suo arrivo in zona di guerra, ieri si è giunti di fatto all’espulsione, parola che non viene pronunciata nel documento del Pdl solo per un finto pudore di vocabolario, e perché ricorda troppo da vicino la pratica autoritaria del “centralismo democratico” comunista, che anche in Italia non tollerava il dissenso e cacciava i dissidenti.

È un pudore inutile, per due ragioni. La prima è che gli intellettuali e i giornali cosiddetti liberali in Italia sono strabici, e in questi anni sono riusciti a tollerare ogni sorta di sopruso ad personam: dunque ingoieranno questa repressione autoritaria del dissenso senza nemmeno ricordare quel che dicevano quando la minoranza del Manifesto fu cacciata dal Pci. La seconda ragione, è che il documento politico parla comunque chiaro, anzi chiarissimo, per oggi e per domani, fino alla parole con cui il premier rivuole indietro la presidenza della Camera, come se le istituzioni fossero cosa sua. Nessuna distinzione ideale, culturale, politica, organizzativa e soprattutto morale – dice quel testo – è possibile nel cerchio magico del berlusconismo, che giudica automaticamente “incompatibile” chi non la pensa come il leader, senza nemmeno rendersi conto dell’enormità illiberale di questa scelta. L’unica cosa che conta è l’invulnerabilità politica del Capo, anzi la sua intangibilità, nel culto sacrale dei sottoposti. Nella sua debolezza patente, spacciata per prova di forza, il Cavaliere pensa che una volta cacciato Fini il cerchio del potere tornerà a chiudersi su di lui virtuosamente come accade da quindici anni, cingendogli il capo davanti alla nazione prona e riconoscente.

Purtroppo per Berlusconi, le cose non stanno così. Questi ultimi tre mesi dimostrano che i numeri dei dissidenti sono sufficienti già oggi per farlo ballare a piacimento alla Camera, e domani al Senato. Fini ha già detto che non vuole ribaltare la maggioranza, dunque tecnicamente terrà in mano la sorte del governo ogni giorno, acquistando un rilievo evidente come attore politico e non solo come soggetto istituzionale. Ogni volta che vorrà, manderà a bagno il Cavaliere, nelle acque per lui meno salutari: la legalità, la moralità, la libertà d’informazione, l’economia, il federalismo e inevitabilmente il sistema televisivo, con il controllo totale della Rai da parte del padrone di Mediaset.

Tutto ciò, naturalmente, a condizione che il presidente della Camera sappia far politica da solo, in mare aperto, reggendo alle bastonature quotidiane che la fabbrica familiare del fango berlusconiana (sempre aperta) infliggerà a comando: con il risultato inevitabile di portare al pettine politico e parlamentare quanto prima la vergogna e la dismisura del conflitto di interessi, con buona pace dei liberali che da anni fingono di dimenticarlo. Ma Fini ha un obbligo in più: non può fermarsi, come tocca alle formazioni corsare, deve andare avanti, tessendo una politica e una cultura che se restano fedeli alla Costituzione possono essere utili alla repubblica. Vedremo se saprà farlo.

Già oggi, nel giorno dell’espulsione, due risultati politici sono chiari: il primo è il destino della legge bavaglio, sintesi delle pulsioni illiberali del premier – contro la legalità, contro l’informazione, contro un’opinione pubblica consapevole – e ormai apertamente disconosciuta dal suo autore: “Avevamo fatto un bel cavallo – ha ammesso il Cavaliere – ci ritroviamo un ippopotamo”. Il fatto è che quel cavallo serviva al leader e ai suoi uomini di vertice per scappare alla vergogna degli scandali che li inseguono, a suon di intercettazioni legali, ed è stato fermato in piena corsa dalla protesta dei cittadini, dei movimenti, dell’opposizione parlamentare, di questo giornale, ma anche dalla tenuta dell’asse istituzionale tra Fini e Napolitano. Il secondo risultato politico è una conseguenza: la rete larga di opinione, di istituzioni e di politica che ha detto no al sopruso berlusconiano rende di fatto impossibile il ricorso da parte del Cavaliere all’arma fine di mondo, le elezioni anticipate.

Indebolito nel presente, bloccato nel futuro, il premier vede andare in frantumi anche l’epopea eroica con cui racconta il suo passato. Ciò che viene meno dopo la rottura con Fini è infatti lo stesso mito fondativo, l’epica primordiale dell’uomo che con l’alito creatore dà vita alla destra, indicandole nello stesso tempo il frutto proibito del dissenso, mentre ammonisce terribile e paterno: “Non avrai altro dio all’infuori di me”. Da oggi, il creatore del Pdl torna ad essere una creatura politica come le altre, mentre anche a destra comincia finalmente la stagione inedita del politeismo, che porterà per forza al rifiuto del vitello d’oro: è solo questione di tempo.

L’unica soddisfazione, misera, è per l’istinto padronale di Berlusconi, che non misura la partita in termini di politica, ma di comando. Il Capo è appunto un uomo solo al comando, circondato dai Verdini, i Dell’Utri e i Brancher, che gli devono tutto e a cui lui deve di più, come dimostra l’intreccio esoso delle servitù incrociate, all’ombra degli scandali che circondano il fortino in cui è rinchiuso il governo, senza politica. L’unica politica, l’unico collante, l’unica ragione per rimanere in piedi è ormai il federalismo, un’ideologia altrui, che Berlusconi accetta per placare Bossi: inquieto ogni volta che deve spiegare alla sua gente gli affari, i favori, le manovre segrete della P3.

È un conto alla rovescia, oggi che nel popolo berlusconiano è cominciata davvero l’ora della libertà.

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