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Posts Tagged ‘cazzo’

Ancora una notte
la strada che si perde nel buio
gli alberi che si strusciano col vento
e la luna fa la bambina
coi capelli d’argento
a nascondersi con piccole nuvole nere.
Sembrano chiazze di olio.
Un cane che abbaia e non sa perché
la mia sigaretta che si dissolve
nei polmoni e questa aria frizzante
che solletica la schiena e mi culla
placida e sicura come una mamma che sa
il proprio figlio al sicuro…
una ninna nanna…
sono qui.
sospeso.
qualcosa di irrisolto incombe lo sento
strusciare nel terreno
ronzare nell’aspirapolvere
volteggiare in quell’angolo nascosto
tra gli sportelli sbattuti
in cucine troppo grandi e troppo vuote.
Ci ritroviamo sempre a fare i conti
con qualcosa.
La verità è che si ha paura di essere felici,
quelli come me hanno solo paura.
Di tutto.
Ma la paura più grande è proprio la felicità.
Effimera, caduca, fugace, rapida.
Terminatore lo chiamano.
E’ quella linea che da sempre, ripeto da sempre,
corre all’impazzata. Un inconscio correre avanti senza sapere
di girare sempre in tondo, il mondo, veloce saetta, linea dritta
sul mondo storto, a proclamare chi è di qua, chi è di là.
Ieri e oggi, e domani pure.
Dove il sole e la luna vivono insieme,
nella magia di qualcosa che come la felicità,
non si può spiegare.
Il Terminatore è questo: un messaggero.
Ti dice dove stare, dove andare, cosa scegliere.
In mezzo solo lui.
Prima da una parte, subito dopo dall’altra.
Prima la luce, poi il buio.
Prima la felicità, poi l’infelicità
senza ragionare, senza tregua, senza fermate.
Taglia in due tutto, vuoi i pensieri, il fiato, lo sguardo
la pelle, le parole, le persone stesse.
E mare, città, fiumi, vette, valli
sassi e pianti
uccelli e pesci.
Tutto.
Il Terminatore fa questo.
Ma lascia sempre uno spiraglio.
Un momento, solo uno, velocissimo,
come il bicchiere che sta per riempirsi tutto e traboccare,
come le labbra che stanno per unirsi
come le porte che stanno per aprirsi.
Un attimo di ombra, di incerto, di smarrimento.
Di perdizione.
Quello è il Terminatore, la sua natura più intima,
l’estrema libertà, la ribellione al tutto, la sua certezza.
Portatore di una natura più complessa di quella che vuole fare apparire,
l’insana possibilità della terza via, del superamento, della sintesi,
del miglioramento,
del completamento.
E’ bello, troppo, essere felici.
Ma chi è felice,
lo è solo perché prima è stato infelice.
Altrimenti, è solo un povero fesso,
che del mondo, della vita, di me e del Terminatore,
un cazzo ha capito.

soleluna

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Apro gli occhi. 
Lei è sul letto. 
Nuda. 
La pelle bianca come porcellana. 
Liscia e fresca. 
Ho i brividi solo a guardarla. 
I suoi occhi. 
O Dio mio. 
I suoi occhi. 
I suoi occhi sono neri come le notti senza luna, come le speranze vanificate da giorni 
che stancamente si ripetono tediando gli uomini, invecchiandoli ed uccidendoli. 
Uomini. 
Quanti uomini t’avranno guardato?
Stupidi. 
I suoi occhi. Sono un richiamo primordiale, mi ci sento nudo davanti,
quando mi spogliano e mi fanno vorticare dentro, verso di lei.
L’ho spogliata su un pavimento di legno, sotto un soffitto di legno,
sopra un letto di legno. Le ho strappato via le mutandine nere 
e sganciato il reggiseno che soffocava i suoi seni duri. 
Mentre l’appoggiavo sul letto, con il piumone simile ad un cielo 
di dicembre,
ho visto la sua pelle soffrire il freddo e l’emozione del mio corpo caldo.
Bianca come il latte. 
Ho tolto tutto di me, 
e sotto di me, immobile lei. 
Le labbra serrate, 
gli occhi fissi,
la posa plastica,
Cristo vorrei essere un pittore e non un coglione che scrive…..
Sacro e profano,
giorno e notte,
fango e neve,
bestemmia ed amore,
tutto si fonde in lei. 
Io, perdendomi in lei, 
mi sono ritrovato.
Inerme e debole,
come un dio,
come un re,
che riprende possesso delle sue terre.
Oh si. 
Cantano gli angeli. 
Cantano gli uccelli. 
E’ gioia quella che sento in cuore e che mi scorre sotto pelle. 
Lei è sul letto, 
dal tetto, scende la luce, un raggio del sole, la polvere lo disegna. 
Apre le gambe, con la grazia di tutto il mondo, con la verginità di una bambina. 
Lo fa con me per la prima volta. 
Lo fa con me per davvero la prima volta. 
Perché prima era solo un aprire le gambe. 
Ora invece è amore. 
Un amore che va oltre la semplice dichiarazione a voce. 
E’ amore che lega le vene, la pancia, il fiato, i pensieri, il cuore ed il culo. 
Tutto! 
E’ un possesso di tutto. Un insieme di tutto. Un borioso impeto,
un capriccio di mille universi
tutti su un misero letto che tutto questo, poverino, DEVE sopportare. 
Perché non ci sono storie a lieto fine. 
Ma il delitto sarebbe se questa storia non ci fosse. 
Perché siamo tutti gli uomini e le donne che ci hanno preceduto,
che hanno fallito,
che non hanno tentato,
che non erano all’altezza,
che non potevano,
che non volevano, 
che non capivano, 
siamo tutti gli stupidi,
gli innamorati,
gli arrapati,
gli incazzati,
i perdenti,
i giusti,
i vogliosi
tutti quelli che hanno fallito
dove noi riusciamo.

Dove tutto è troppo
noi riusciamo.

Quando tutto è impossibile, lento, esasperante,
la disperazione è già nella colazione
ed il tormento allieta giornate lunghe tre autunni,
noi riusciamo.

Perché lei, su quel letto,
era tutte le donne del mondo.

I capelli fili di tela che tessuta sul mio cuore
facevano presa ad ogni colpo che davo.
Le sue gambe aperte
erano ciò di più lontano dal semplice sesso. 
Un ritorno all’origine
un bisogno della testa, del cuore e della pancia.
Gridare in silenzio,
scopare con gli occhi,
nutrirsi di fiati
e bere… bere… bere tutta la vita, dall’ombelico in giù.

Le sue gambe andavano al di là del semplice contatto,
la sensazione più incredibile che avessi mai provato,
snodabile e capace di subire la mia ira
orgogliosa vestale
tradita dai gemiti soffocati
e dagli occhi imploranti di gloriosi “Ancora!”. 
Oh non soffrirai più la fame
foss’anche dovessi tu cibarti di me…

Le serrai le mani con le mie, 
la ribellione soffocata in un secondo,
e tra le sue gambe
io entrai. 
Forse Alessandro ebbe una simil gloria a Babilonia. 
Ma più nessuno l’avvicinata 
com’io su quel letto illuminato da una semplice finestra sul tetto.

Inferno e Paradiso,
loro stessi,
si son placati 
e teso gli orecchi
verso la Terra,
quella stessa terra che hanno devastato con stupide logiche di Bene e di Male. 
Noi riusciamo perché siamo al di là del Bene e del Male. 
Lontano da stupidi limiti
siamo inni alla vita
pura e dura. 
Gli schemi si infrangono sulle corazze dorate 
che un potentissimo Nonsochi
ci ha dato in dono. 
Se pur in guerra tra noi,
abbiamo scelto di unir le forze. 

Non senti quanto alto diventa il mio dono?
Non senti le mie parole qui lette arrivarti in testa senza io far voce al tuo orecchio?
E non vedi i miei occhi scrutarti tra queste righe?
I limiti sono invenzioni che gli dei ci instillano in ogni alba e ad ogni tramonto
per paura, loro stessi, di vedersi superare dalle loro piccole creature. 
I limiti non esistono.
Possono mettermi migliaia di chilometri,
montagne e fiumi tempestosi,
oceani… fors’anche stelle e mondi interi.
Ci basterà chiudere gli occhi. 
Ed in meno di un baleno,
essere di nuovo sul letto. 

Gli altri non arrivano,
dove noi riusciamo..

E piangerai di gioia 
e dirai “basta”. 

Allora con un bacio,
sarò tuo. 
Sarai mia. 

Dove noi riusciamo…

 

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Il cubetto di ghiaccio di scatto si sposta nel bicchiere mezzo pieno di qualcosa di ambrato e molto molto alcolico.
Dietro, il fumo della sigaretta lento ed inesorabile sale verso il soffitto tappezzato con fiori verdi.
Cisco fissa perplesso il bicchiere prima, la finestra dopo, il bicchiere prima, la finestra dopo.
La tenda, bianca e trasparente, si muove col vento che ha portato via la pioggia.
La notte entra umida senza chiedere permesso in quella stanza di hotel, giù a Downtown.
Zoe è alla finestra, le luci della città negli occhi, la stanchezza degli uomini nell’aria come le mani, come le gambe.
I capelli dietro l’orecchio si sganciano all’improvviso e si gira verso Cisco. 
Dammi una risposta. Perchè? Perché? Maledizione!”
Cisco tira una boccata profonda, butta fuori dal naso, il braccio a mezz’aria, sul bracciolo del divano appoggiato.
Potevamo starcene buoni, da una parte, zitti, fermi, perché? perché?”
Cisco rimane zitto, sente un peso al centro del petto. 
Ti terrei con me, ovunque tu voglia… te lo giuro” insiste lei.

Dal palazzo vicino si sente Al Green, partire piano come i treni, che prima o poi arrivano uscendo da una galleria 
o da una nuvolona di vapore… “this broken heart

Volevo solo passare qualche giorno sola con te, per togliermi questa disperazione strisciante, questa voglia che mi sta portando all’inferno, fanculo l’orgoglio, fanculo le armature, fanculo le maschere…
Cisco la guarda con la bocca socchiusa
tell me how can you stop the rain from falling down?” – canta Al Green.
Zoe è bellissima, è una Venere, è una Madonna, è una statua a cui ci si deve inginocchiare. E’ quello che gli uomini vogliono.
O forse solo quello che Cisco vuole, come lei vuole.

I cuori si rompono. 
Le anime si strappano come fa la pelle dalla carne a volte. 
E fanno male. Fanno male. Come una zappa che violenta la terra. 
Dove nascono poi frutti succulenti, buoni, belli che danno senso al sudore, alla fatica, al nulla che intorno c’è e ci portiamo dentro.

How can a loser ever win?” – disperato Al Green dal palazzo vicino.
Qui non ci sono eroi, non ci sono vincitori, non ci sono “quelli a cui va bene”. 
Perdiamo tutti, vinciamo tutti. 

Cisco si alza. 
Col dorso accarezza il viso di Zoe, la luna è rossa di rabbia. 
La tocca. 
Con un dito. 
Non ci sono sempre perché. 
Non ci sono sempre spiegazioni.
Zoe, non ci sono sempre spiegazioni“.

Non ci sono eroi. Non ci sono santi. Solo uomini. 

E’ tutto sbagliato” 
Cisco è svuotato. Non ha più niente da dare. Da dire. 

I could never see tomorrow” …. la musica è ovunque.
Zoe non tremare. Non tremare stanotte. Non devi avere paura di nulla… siamo solo quello che siamo.
Fiato e voglia, 
mani e denti, 
cuori rotti e mai sazi,
perdenti eppure mai domi,
feriti eppure orgogliosi,
duri come la vita e le pietre

Zoe non tremare...”
e piano le sfila il vestito, perché non c’è altro da fare, altro da dire, altro da volere.
Punto

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Ho sempre voluto ambire. 
Mirare in alto.
Tirare il petto in fuori.
Essere eccezionale.
Fuori dall’ordinario.
Ammirato.
Di più.
Una continua tensione verso la gloria, il rispetto, l’essere temuto.
Una innaturale propensione all’autodistruzione.

Posso dire, come te che leggi, che ho vissuto.
Vissuto diverse vite. 
In cui ogni volta, morivo un po’.

Capita, mi dico.
Capita, che poi quando qualcuno che ne fa parte, fa il salto, e puff, lo perdi. 
Si sgancia da te. 

Ho visto molte persone nella mia vita. 
Far capolino.
Scompigliare tutto. 
Sparire. 
Chi in punta di piedi, chi sbattendo la porta.
Chi dando fuoco, chi pugnalando.

Era la gloria ad accecarmi.
La gloria.
O come si dice da qualche parte: ” a gloria”.

Voler essere diverso.
Voler essere migliore.
Sentirsi inadeguato.
Sentirsi stomacato.
Sentirsi stretto. 
Che le costole fanno male ai polmoni, che non riesci a respirare bene.

La gloria la immaginavo, la immagino, in forme disparate.
Dal guidare una nazione, una città, una multinazionale.
Passando dal prendere 10000€ al mese, o magari essere un diplomatico.

Qualcuno mi ha detto che devo fare le cose per me. 
Devo vivere in funzione mia.  Non degli altri. 

Qualcun altro invece mi insegna tanto con la sua STRAordinaria normalità.
Gente che resiste. Gente che non si smuove dalle tempeste intorno.
Gente che ti vuole ancora, che ti raccoglie nonostante quello che ti senti essere.
Un rudere. 
Un catorcio rumoroso. Che inizia anche ad arrancare. 
Che ha perso volontà di potenza, che ha perso voglia di ambire. 

Che ha capito qualcosa in più. 

Che la mia vita non è solo ora. 
Che tutto non lo puoi racchiudere in un post.
Che uno sguardo però può dire più di tante tante tante parole.

Io chiudo così. Come mi capita di dire spesso in questo periodo.
Io domani muoio. 
Quindi non me ne frega un cazzo. 

Come dice il mio amico Mario, è solo una buona scusa per fottere.
Ma alla fine… come si viene al mondo?

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Mi sveglio all’improvviso.
Io mi sveglio tutti i giorni all’improvviso.
Come quasi che dall’apnea torno a respirare.

Anche oggi mi sono svegliato così. All’improvviso.
La tapparella è bucherellata bene.
Alcuni buchi sono illuminati. Potrebbe essere il sole.

Guardo l’orologio.
E’ il sole.

La testa preme per bene le tempie.
Provo ad alzarmi.
Barcollo.
Ok ho bevuto.
Quanto tempo fa?
3 ore fa? ieri? una settimana fa?

Ho la bocca che sembra piena di terreno e metallo.
La saliva non me l’hanno data oggi.

Inizio a ricordare. Butto dentro aria e domande. E metto a fuoco, lento, cose persone odori ed occhi.

Ieri sera mi sono arrampicato con uno scooter su per un paese, credo che si chiami Alassio. Due persone che ho conosciuto 2 ore prima mi ci hanno portato, vuoi l’ospitalità, vuoi che non avevano niente di meglio da fare. Una gran bella mangiata di pesce. Cazzo non ricordo che pesce ho mangiato.
Vino.
Tanto vino.
Cazzo non riesco a ricordarmi il volto di lui. Era una coppia! Si era una coppia!
Il vino. Quanto vino.

Si. Ricordo. C’era odore di limoni, di sigarette alla vaniglia e di alberi caldi.
Non so ancora come spiegarmi l’odore di alberi caldi.

Squilla il cellulare. Rispondo.
Il mio capo vuole che sia a destinazione per il pomeriggio. Mi sta sul cazzo.
Si può dire cazzo?
Mi sta sul cazzo. Ok.
Però passa i soldi.
Ho bisogno di soldi.

Giorgia! Ecco. Ricordo il nome di lei. Giorgia! Capelli rossi, slanciata, occhi verdi come gli alberi caldi di ieri sera (però era notte e quindi non so se il verde è lo stesso).

La sento che canticchia una canzone, il caffè strida nella Bialetti e le tazze fanno un casino allucinante nella mia testa.

Appena mi affaccio in cucina, saluto Giorgia. Si, si chiama Giorgia perché mi risponde sorridendo.
La ringrazio dell’ospitalità. Del caffè. Del letto.

Mi fa trovare una sacca, con dentro della focaccia ligure. Anzi. Tre tipi di focaccia ligure.
Li elenco:
– salata (secca)
– col prosciutto cotto
– col formaggio

Per il momento mi gusto il caffè.
Qualcosa non mi torna.

Vedo un borsone che non è mio, vicino al borsone che è mio.
Inizio a ricordare.

Ho conosciuto una ragazza armena.
Che credo si chiami Aglaia.
Una ragazza armena che si Aglaia che io tutta questa notte ho chiamato Gaia.

Gaia. Si. Ho taciuto di quel significa il suo nome.
Il borsone mi fa ricordare tutto.
Partirà con me.
Anche lei va in Francia.

Così mi carico in macchina una perfetta sconosciuta, conosciuta con persone sconosciute indicatemi dal mio capo.
La faccenda prende una buona piega.
O pure è l’inizio di qualche altra storia di merda.

Aragostella!
Aragostella…. è il pesce che ho mangiato ieri!

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rabbia

E’ un bel sentimento.
E’ animalesco.
Mi sa sentire parte del mondo, mi fa sentire uomo, mi fa sentire divino.
E quel collegamento diretto tra la mia immagine di me ed il vero me.
Un’autostrada di piacere, di libertà, di potenza.

E’ l’argine che si rompe, la gengiva che si ritira, l’occhio che vede meglio.
Le mani sembrano aria, una stella che nasce. Qui. Dentro. Me.
La rabbia è una madre che insegna a stare al mondo.
A prenderla. A darla.
E’ un meccanismo nostro, una cosa prevista, ma proibita. Ti dicono di non arrabbiarti, di stare calmo. E te lo dicono ammanettandoti lascivamente.
Ed io no.
No.
Io bevo la mia rabbia, la sento nelle palle, nei nervi, nella testa, sulle chiappe e dentro il cuore. Un fluido nero, scintillante e denso. Da bere a lunghi sorsi profondi e vivi. Una voglia irrefrenabile.

La mia rabbia è salutare, è salvifica, è necessaria.
Per ricordarmi di dire no.
Di non accettare.
Di non abbassare la testa.
Di dare la mia visione di me di sta parentesi in cui tengo gli occhi aperti.

Tutti moriamo.
Chi bene.
Chi male.
Chi così e così.

Me la voglio godere.
A modo mio.

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la formica

Tac.
Una piccola spinta.
Tutto è l’inizio.
Tutto è stendere il braccio.
Darci di polso.
Far rotolare quel macigno incredibile, immobile, immutabile, immenso.
Far cadere una montagna. Una pietrolina.
Stendere i muscoli, slacciarsi da quelle strisce di cuoio sottili e dolorose.
Quelle puttane vecchie ed ingorde che ti succhiano anche quando dormi, quando cachi, quando lavori.
Quel martello sulle tempie che non sbaglia mai un colpo e ti fa vacillare.
L’inizio.
La pietra diventerà valanga?
Si diventerà valanga.
Porca puttana io grido.
Io mi sto strappando l’anima, manco fossi una coscia di pollo abbrustolita.
Poco importa.
Calma. Piatta. Morte.
Io… io…. io….. io…… riempiti la bocca di me.
Io….io…io…. io sono una minuscola molecola di cazzo insignificante.
Io ti spacco in due manco fossi burro.
Ti strappo i vestiti di dosso e ti passo le mani e le le unghie sulla carne.
Ti riempio di lividi che anche solo pensare di vederti allo specchio ti farà male… male… male…. male… male…. oh si baby… male…male..male…. esci .. esci… esci… vai fuori….. devo venire a prenderti? esci baby…. oh si… male..
deformo la mia faccia, lingua fuori e naso arricciato, i capelli sparati all’aria e la mia pistola in mezzo ai tuoi occhi… oh si baby…. farà male… e non sarà cosa da poco… ho tutta la notte. Tutta la vita.
E così dimmi un po’, come ti paghi l’affitto?

Esci… non ti prego, tu esci, lascia qui tutto quello che hai seminato, ma dammi le spalle dammi le spalle dammi le spalle dammi le spalle. Fumare fa male. Ed aspettare di morire? Fingere di vivere? Avere l’acqua alle orecchie? NON potere? NON dovere? NON volere? Fa bene? Fa male? Fa bene? Fa male?
Tutti che dicono che vogliono essere salvati. Tutti che dicono di volere vivere. Oh poveri.. Fossi Dio vi schiaccerei. Perché pensare a noi? Così piccoli. Così inutili. Ammassi di materiale di scarto, stelle decadute e nere, polvere di grandi case, negli angoli nascosta.
Tu schiacci mai una formica? Quando la vedi, pensi di schiacciarla? La schiacci?
Per quale fottutissimo e cazzutissimo motivo pensi che non lo debba fare qualcuno con te?
Mi terrò tutto dentro. Tutto.
E morirai. Con me.

 

you make me bad.

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