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Nel secondo trimestre crescita record per la Germania: in 12 mesi +3,7%. Il ritmo più veloce dalla riunificazione

BERLINO – Il prodotto interno lordo della Germania ha segnato, nel secondo trimestre dell’anno un aumento del 2,2% rispetto al trimestre precedente. E del +3,7% annuo. Lo scrive l’agenzia Bloomberg, citando come fonte i dati preliminari rilevati dall’ufficio statistico federale tedesco (corretti per gli effetti stagionali).

AL TOP DA 23 ANNI – L’economia tedesca cresce in altre parole al ritmo più veloce dalla riunificazione, avviata nel 1991. Il dato del Pil è migliore delle stime degli analisti, ferme in media a una crescita dell’1,3%. «L’economia può crescere di oltre il 2% nel 2010», ha detto il ministro per l’Economia, Rainer Bruederle, dopo la pubblicazione del dato del secondo trimestre. «Con la revisione del dato del primo trimestre, la dinamica dei secondi tre mesi (+2,2%) rende possibile una crescita di oltre il 2% nell’anno in corso», ha indicato il ministro.

FRANCIA E SPAGNA – nel resto d’Europa l’economia francese è invece cresciuta dello 0,6% nel secondo trimestre, rispetto al trimestre precedente (dato rivisto al +0,2%). Lo rende noto l’Insee, l’ufficio francese di statistica. Su base annuale invece il Pil ha segnato una crescita dell’1,7%. Si tratta, anche in questo caso, di dati migliori delle stime degli analisti. Anche la Spagna, nel secondo trimestre dell’anno, ha fatto registrare una crescita del Pil dello 0,2% in confronto ai tre mesi precedenti, mentre ha fatto segnare una flessione dello 0,2% rispetto allo stesso periodo di un anno fa.

Corriere della Sera

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Oggi 2 luglio è stato pubblicato il rapporto recante le stime provvisorie del mercato del lavoro italiano (leggi il pdf)

Ogni 3 giovani (15 anni-24 anni), uno è disoccupato (29,2%).
Ora…
Il dato secondo me potrebbe non essere così allarmante.
Considerando scuola dell’obbligo, laurea triennale (che la Gelmini ieri non ha elogiato), masters, dottorandi, tirocini, stages, co.co.pro., lavoro nero, insomma tutta questa matassa informe, il dato non è preoccupante.
Ognuno di noi conosce un quantitativo di gente che studia e “si sta formando”. Anche tra i più meritevoli, è difficile trovare un 24enne che ha terminato tutto l’iter formativo cui siamo sottoposti e lavora “stabilmente”.
Ma non si deve generalizzare, poichè specialmente nelle regioni settentrionali molti giovani lavorano subito dopo aver conseguito il diploma.
Insomma l’idea che mi sono fatto è che vi è un dato, sicuramente non positivo, ma che deve essere contestualizzato.

Il dato che mi spaventa è quello degli inattivi : 37.7%.
Per inattivi si intendono tutti coloro che “non sono in cerca di un lavoro”.
Ora questa frase è veramente emblematica…tutti cercano un lavoro, o perlomeno una gran parte. La stragrande maggioranza di questi non utilizza i canali che vengono considerati dai modelli statistici di catalogazione nei disoccupati.

Siamo un Paese che non ha posti di lavoro.
Non abbiamo prospettive di crescita.
Ci stiamo “stagnando”.

Ora questo è quello che ci ha detto l’Istat oggi.

Ieri il nostro Ministro dell’Economia congiuntamente al nostro Ministro del Lavoro hanno velatamente “paventato” (??) che “non basteranno” 40 anni di lavoro per raggiungere la pensione.

Ok, quest’ultima dichiarazione è da prendere con le solite pinze…
ma ragioniamoci su un attimo..
Non è una dichiarazione campata in aria. I dati evidenziano una tendenza in questa direzione.

Considerazione:
se io giovane del 2010, magari 27enne, troverò un lavoro che mi faccia maturare i contributi previdenziali tra, ad es., 5 anni, significherà che dovrei, molto probabilmente, lavorare fino a 72 anni.

Domanda 1:
ok, stiamo facendo bei passi da gigante nella medicina, nella sanità e quanto altro….Quante persone arrivano a vivere fino a 72 anni?

Domanda 2:
quante persone vivono, diciamo, fino a 82 anni e possono “fare la bella vita” dopo aver lavorato un’intera vita?

Domanda 3:
perchè pagare i contributi per una pensione che non potrò godere nè io, nè la mia famiglia?

Pagare le tasse rientra in uno dei massimi doveri del cittadino, che è sempre affamato di diritti ed ora ne paga le conseguenze.
Però io penso che potrebbero scattare pericolosi meccanismi di disgregazione sociale et politica…
Una soluzione è richiesta.

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Wolfang Schauble lo ha detto a chiare lettere poco prima di partire per il G20 canadese: “il deficit va ridotto“.
A Berlino la parola d’ordine ormai è “crescita stabile“. E dunque una riduzione del deficit non solo è cosa buona ma anche necessaria.
I deficit pubblici sono ritenuti tra i maggiori responsabili della crisi economica che stiamo vivendo ed il ministro delle Finanze tedesco non usa mezzi termini: “il G20 ha sempre concordato sull’obiettivo di una crescita sostenibile accompagnata da una riduzione moderata dei deficit pubblici troppo alti”. Rincarando la dose e rispondendo direttamente alle critiche USA: ” Per una crescita durevole è necessario ridurre i deficiti; solo allora creeremo la necessaria fiducia per un aumento della domanda di consumi ed investimenti”.

Un fatto incontestabile è che l’Asia non è stata toccata in nessun modo dalla crisi, e gli USA sono già in ripresa; l’Europa zoppica. Ma l’Europa è fatta da realtà differenti, e Schauble pensa che questo sia un fattore positivo, poichè porta alle trattative, alla concertazione ed alla ricerca di una soluzione comune che inevitabilmente migliora la situazione del Vecchio Continente.
Inoltre spazza via la paura deflattiva: “La Germania ha un deficit federale quest’anno pari a 65 miliardi € senza considerare regioni e comuni; ridurlo di 11 miliardi l’anno prossimo non significa entrare in deflazione. Il nostro obiettivo è una crescita stabile, che nel lungo periodo ha un potenziale dell’1.5%”.
(La deflazione è la diminuzione dei prezzi dovuta alla contrazione della domanda, dei consumi…non un ottimo segnale economico…le aziende devono abbassare i prezzi, dunque anche contenere le spese, e dunque il costo del lavoro…una reazione a catena insomma)

L’idea che emerge a sentire parlare Schauble è che la Germania (ovviamente?) considera la propria posizione in un contesto “ancora” europeo. Ma altrettanto evidente è che la Germania ha deciso (giustamente) di fare “le cose” a modo suo, e l’Europa, volente o non, dovrà adattarsi alle misure tedesche e cercare di inseguire la storica locomotiva, che sembra cercare il giusto binario e procede sì, ma tentennando un pò.

Sono dell’idea che una Germania senza Europa (ma con un ristretto numero di Paesi vicini tipo quelli baltici) possa andare avanti, ma un’Europa senza Germania non è concepibile.

Italia & Co. sono avvisati.
I compiti a casa sono stati dati.

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80 miliardi di euro.

Germania, 8 giugno 2010.

I tagli ai conti pubblici previsti dalla manovra approvata a Berlino si aggirano su questa incredibile cifra.
Nel 2011 saranno 11,1 miliardi €, nel 2012 16,1 , nel 2013 25,7 e nel 2014 32,4 miliardi di €. Guido Westerwelle, il vice-cancelliere e leader del partito liberale, annuncia che sarà una manovra “giusta” ed equilibrata.
Sono previsti 15000 dipendenti in uscita dal settore pubblico; tasse al trasporto aereo (aumenteranno le tariffe, prepariamoci) e tasse all’energia nucleare con previsione di riduzione delle sovvenzioni alle energie alternative.

E’ un piano salvataggio in quattro anni quello che viene approvato dopo lunghe trattative e negoziazioni orchestrate da Angela Merkel.

Si vuole dare un esempio forte ad un’Europa debole. Disciplina, paletti, regole. La Germania sale in cattedra dopo supplenze opinabili e detta i compiti a casa, si potrebbe pensare.

Timori fortissimi sono stati sollevati da europei ed americani per il pericolo che deriverà da una strozzatura così imponente della spesa pubblica tedesca, che sottende tutta l’economia tedesca, vero volano d’Europa.
Qualcuno inizia a suonare le campane a morto per l’euro. E fondamentalmente, se sei la nazione più importante ed economicamente più forte di una regione, perchè condizionarti a Paesi più deboli, in caduta libera ed in ritirata e senza un piano reale ed effettivo di risanamento?
Lo spirito d’Europa io credo non ci appartenga più. I Padri Fondatori (sic!) avevano esperienze alle spalle talmente tragiche da riversare nel futuro le migliori aspettative e le migliori speranze, che sicuramente avrebbero appianato i dissidi che sarebbero potuti sorgere. Ma cinquant’anni sono pasasti, senza che nessuno a Bruxelles (una nuova Babilonia?) si interessasse ad educare i cittadini nazionali a diventare cittadini europei. Troppe le differenze, troppa storia, dico io, alle spalle. Ma in cinquant’anni si sarebbe potuta formare una generazione, almeno una parte e magari quella dirigente, dall’orizzonte europeo. Un’occasione persa. Sì, credo davvero un’occasione persa. Perchè io credo che l’Europa sia giunta al massimo che poteva, sarà una lenta ricaduta dentro le vecchie trincee nazionali? E non sono da escludere eventuali scossoni…

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