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Posts Tagged ‘Dio’

Apro gli occhi. 
Lei è sul letto. 
Nuda. 
La pelle bianca come porcellana. 
Liscia e fresca. 
Ho i brividi solo a guardarla. 
I suoi occhi. 
O Dio mio. 
I suoi occhi. 
I suoi occhi sono neri come le notti senza luna, come le speranze vanificate da giorni 
che stancamente si ripetono tediando gli uomini, invecchiandoli ed uccidendoli. 
Uomini. 
Quanti uomini t’avranno guardato?
Stupidi. 
I suoi occhi. Sono un richiamo primordiale, mi ci sento nudo davanti,
quando mi spogliano e mi fanno vorticare dentro, verso di lei.
L’ho spogliata su un pavimento di legno, sotto un soffitto di legno,
sopra un letto di legno. Le ho strappato via le mutandine nere 
e sganciato il reggiseno che soffocava i suoi seni duri. 
Mentre l’appoggiavo sul letto, con il piumone simile ad un cielo 
di dicembre,
ho visto la sua pelle soffrire il freddo e l’emozione del mio corpo caldo.
Bianca come il latte. 
Ho tolto tutto di me, 
e sotto di me, immobile lei. 
Le labbra serrate, 
gli occhi fissi,
la posa plastica,
Cristo vorrei essere un pittore e non un coglione che scrive…..
Sacro e profano,
giorno e notte,
fango e neve,
bestemmia ed amore,
tutto si fonde in lei. 
Io, perdendomi in lei, 
mi sono ritrovato.
Inerme e debole,
come un dio,
come un re,
che riprende possesso delle sue terre.
Oh si. 
Cantano gli angeli. 
Cantano gli uccelli. 
E’ gioia quella che sento in cuore e che mi scorre sotto pelle. 
Lei è sul letto, 
dal tetto, scende la luce, un raggio del sole, la polvere lo disegna. 
Apre le gambe, con la grazia di tutto il mondo, con la verginità di una bambina. 
Lo fa con me per la prima volta. 
Lo fa con me per davvero la prima volta. 
Perché prima era solo un aprire le gambe. 
Ora invece è amore. 
Un amore che va oltre la semplice dichiarazione a voce. 
E’ amore che lega le vene, la pancia, il fiato, i pensieri, il cuore ed il culo. 
Tutto! 
E’ un possesso di tutto. Un insieme di tutto. Un borioso impeto,
un capriccio di mille universi
tutti su un misero letto che tutto questo, poverino, DEVE sopportare. 
Perché non ci sono storie a lieto fine. 
Ma il delitto sarebbe se questa storia non ci fosse. 
Perché siamo tutti gli uomini e le donne che ci hanno preceduto,
che hanno fallito,
che non hanno tentato,
che non erano all’altezza,
che non potevano,
che non volevano, 
che non capivano, 
siamo tutti gli stupidi,
gli innamorati,
gli arrapati,
gli incazzati,
i perdenti,
i giusti,
i vogliosi
tutti quelli che hanno fallito
dove noi riusciamo.

Dove tutto è troppo
noi riusciamo.

Quando tutto è impossibile, lento, esasperante,
la disperazione è già nella colazione
ed il tormento allieta giornate lunghe tre autunni,
noi riusciamo.

Perché lei, su quel letto,
era tutte le donne del mondo.

I capelli fili di tela che tessuta sul mio cuore
facevano presa ad ogni colpo che davo.
Le sue gambe aperte
erano ciò di più lontano dal semplice sesso. 
Un ritorno all’origine
un bisogno della testa, del cuore e della pancia.
Gridare in silenzio,
scopare con gli occhi,
nutrirsi di fiati
e bere… bere… bere tutta la vita, dall’ombelico in giù.

Le sue gambe andavano al di là del semplice contatto,
la sensazione più incredibile che avessi mai provato,
snodabile e capace di subire la mia ira
orgogliosa vestale
tradita dai gemiti soffocati
e dagli occhi imploranti di gloriosi “Ancora!”. 
Oh non soffrirai più la fame
foss’anche dovessi tu cibarti di me…

Le serrai le mani con le mie, 
la ribellione soffocata in un secondo,
e tra le sue gambe
io entrai. 
Forse Alessandro ebbe una simil gloria a Babilonia. 
Ma più nessuno l’avvicinata 
com’io su quel letto illuminato da una semplice finestra sul tetto.

Inferno e Paradiso,
loro stessi,
si son placati 
e teso gli orecchi
verso la Terra,
quella stessa terra che hanno devastato con stupide logiche di Bene e di Male. 
Noi riusciamo perché siamo al di là del Bene e del Male. 
Lontano da stupidi limiti
siamo inni alla vita
pura e dura. 
Gli schemi si infrangono sulle corazze dorate 
che un potentissimo Nonsochi
ci ha dato in dono. 
Se pur in guerra tra noi,
abbiamo scelto di unir le forze. 

Non senti quanto alto diventa il mio dono?
Non senti le mie parole qui lette arrivarti in testa senza io far voce al tuo orecchio?
E non vedi i miei occhi scrutarti tra queste righe?
I limiti sono invenzioni che gli dei ci instillano in ogni alba e ad ogni tramonto
per paura, loro stessi, di vedersi superare dalle loro piccole creature. 
I limiti non esistono.
Possono mettermi migliaia di chilometri,
montagne e fiumi tempestosi,
oceani… fors’anche stelle e mondi interi.
Ci basterà chiudere gli occhi. 
Ed in meno di un baleno,
essere di nuovo sul letto. 

Gli altri non arrivano,
dove noi riusciamo..

E piangerai di gioia 
e dirai “basta”. 

Allora con un bacio,
sarò tuo. 
Sarai mia. 

Dove noi riusciamo…

 

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ci vorrebbero più abbracci
per sentirsi meno soli
per strappare via
quel macigno vuoto
che sta nel petto
di quelli che non possono
farsi bastare solo questo
momento bastardo che viviamo.
Dio, si. ci vorrebbero più abbracci
sentire più pelle
sentire più calore
per vivere meglio
per non perdersi
per ritrovarsi
sentire le ossa
la pancia
il miele
per sapere di non essere soli.
inutili cattedrali in deserti bollenti
che solo freddo lasciano
e brividi brutti
che seccano i fiumi di gioia.

Dio…
ci vorrebbero più abbracci.

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Fissavo la calotta cranica di quell’uomo.
Non potevo non fissarla.
Il disgusto era tale che non potevo evitare di guardarlo.
Diradati ciuffi di peli nero corvino, lucidi per il sebo, sparigliati.
Il trench beige stretto dal laccio in vita, poggiato sopra un abito blu che doveva puzzare.
L’essere a favore del vento mi ha evitato di sentirlo anche dentro il naso.
Un piccolo borghesuccio di mezz’età, che prega la domenica in chiesa con la moglie obesa e le lenti dei suoi occhiali completamente sporchi.
Lo osservo. In realtà lo schifo.
Il vento, sempre a favore, è fresco, tendente al gelido come le pietre alabastro e la porta di legno scuro da dove arriva.
Dall’alto due raggi si spaccano per terra, come il filo di un ragno, sospesi ma duri tagliano lo spazio, netto diviso.
Superato lo shock del borghesuccio, subisco il colpo di sua moglie.
Un porco omeriano dalle sembianze umane, con il cappotto al contrario, lo smalto attecchito sulle unghie vecchie ed un vago odore di stantio e naftalina. Quella donna non viene scopata dal crollo del muro di Berlino, da quel borghesuccio democristiano del marito che gli sta accanto.
Il quale richiama la mia attenzione con una telefonata nel bel mezzo della funzione religiosa cui laicamente e stoicamente stavo assistendo.

Ritorno sui due raggi, sperando che devino direzione, diventino laser, polverizzino quei due esseri davanti a me.
Loro non c’entrano.
Col mondo, con me, con la bellezza, con gli occhi delle donne, col profumo di vaniglia e le albe di montagna.
Sono vomito di una società dell’amore, dell’amore cinico, dell’odio.
Pustole fastidiose.

Ancora i due raggi.
Quanti bambini ci avranno fantasticato?
Quanti si saranno “inciotati”?
Cosa avranno immaginato?
Cosa avranno pensato di quella luce? Da dove arrivava? Come arrivava?
Perché arrivava?

Mentre abbozzo un “da Dio” due figure minime parlano da dietro un tavolo di pietra, con una candida tovaglia e due candele accese posate sopra. Hanno visi scavati, occhi scavati, barbe scavate, voci scavate. Mi distolgono da Dio, dai bambini, che poi alla fine sono la stessa cosa.
I due fratelli si scambiano il turno per parlare. Piccoli, apparentemente non curati, denutriti. Infingardi eppur innocui.
E nonostante tutto mi appaiono superbi, vetusti, miseri giganti che vogliono condurre un gregge di sperduti che padroni non vuole ma solo sentirsi apposto con la merda che hanno dentro.
Le persone muoiono ed io devo assistere ed ingoiare a tanta di quella merda che mi pare cioccolata ora.

I due fratelli parlano, sembrano crederci. Dietro di loro vedo un terzo fratello con una montatura di metallo nera che lo incupisce, le gote rosse, il pizzetto ispido, la pelata che si ferma su due mazzette di capelli sopra le orecchie ed una pancia enorme. Un altro porco che non riesce neanche a giungere le mani, quasi fossero cariche negative che si respingono ed “haivoglia” a spingere.

Cerco di capire cosa vogliono, potrebbero anche convincermi fossi ubriaco coi miei amici Negroni, ma poi ecco la scintilla di tutto: “Chinate il capo, per la benedizione”

Ecco la rabbia.
Di chinare il capo.
A chi?
“Chinate il capo”
Manco le puttane.

Respiro, stringo il banco che porta la donazione dei coniugi Roberta e Domenico e tengo il capo ritto.
E vedo una massa di gente, anzi i loro colli che escono da sciarpe, bavari, camicie inamidate.
Un branco di pecore.
Che china la testa, non per paura ma per noia, per abitudine, per mancanza.

Guardavo i due fratelli che godevano.
Che si prendevano beffe.
Finti amici, finti fratelli lì a tirare collaudati tranelli.
Ho provato pena.
Tranne per i due bastardi davanti.

Ho fatto tutto, tranne andarmene in pace.

Mi domando perché gli uomini, le pecore credano che per parlare con Dio debbano andare in chiesa.
Questi “cristiani” commettono blasfemia, ridicolizzano il loro Dio ad un mezzo mago che possono incontrare solo in chiesa ed al caso con una preghiera fatta a casa od in un ascensore. Ma dopo c’è il bisogno di andare in chiesa manco fosse un esattore delle tasse.

Sono uscito dalla chiesa, ho respirato a pieni polmoni.
Ho visto persone inutili girarmi intorno.
Poi ho visto dei bambini.
Ci ho giocato, mi sono tuffato nei loro occhi tondi e spalancati ed ho ringraziato Dio.
Per aver dato a tutti la possibilità di essere lui seppur per così breve tempo.

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“Credi in Dio?”

“Credi in Dio?”
“No”.
“Sei credente?”
“Si”.
“Credi in Dio?”
“No”.
“Ed allora a cosa credi??”
“Alle mani, alle bocche, agli occhi, ai respiri, ai battiti, alla voce, al calore, alle impazienze, alle imprudenze, agli shocks, ai graffi, ai pugni, alle carezze, agli sputi, alla rabbia, ai gemiti, ai sussurri, ai baci rubati…alla pelle ed al sangue”.

 

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Una persona geniale.
Vito Mancuso su Repubblica lo ha definito “il Leonardo da Vinci della Russia”. Non a torto.
Pavel Florenskij è stato matematico, fisico, ingegnere, teologo, filosofo, storico dell’arte, sacerdote ortodosso.
Essere su entrambi i fronti della guerra continua tra scienza e fede non era contemplato dal sig. Stalin che lo fece fuori come nulla fosse nel 1937. Per i lor Siggnor la fede era ignoranza, nulla a che vedere con quel portento che fu l’ideologia comunista.

Capire Florenskij è arduo, e credetemi uno può credere di vibrare sulle sue corde, ma forse non si capirà mai..
A pelle io mi ci ritrovo, al 101%….

sentite qui..

Nello spazio ampio della mia anima non vi sono leggi, non voglio la legalità, non riesco ad apprezzarla…Non mi turba nessun ostacolo costruito da mani d’uomo: lo brucio, lo spacco, diventando di nuovo libero, lasciandomi portare dal soffio del vento

Il suo capolovoro indiscusso è “La colonna ed il fondamento della verità” scritto 96 anni fa.. senza dimenticare “Bellezza e liturgia”, “Non dimenticatemi” e “Ai miei figli”.

Con i suoi scritti manifesta la sua ribellione, il suo porsi al centro dell’universo (il suo); un autentico pericolo per il comunismo e per la Chiesa (il suo martirio non è ancora degno di beatificazione)..

Ancora…

Ho cercato di comprendere la struttura del mondo con una continua dialettica del pensiero; il pensiero vivo è per forza dialettico, mentre il pensiero che non si muove è quello morto dell’ideologia, che, nella versione religiosa, si chiama dogmatismo

Facce della stessa medaglia, ogni assolutismo così come ogni religione avversano intelligenza, libertà interiore e ricerca della verità (o certezza??)..

Lui diceva:

“quando da bambino mi ponevano il nome di Dio come limite esterno, quale sminuimento del mio essere uomo, mi arrabbiavo tantissimo”..

La fede non come assolutismo, ma relativa, funzionale alla ricerca della verità. Assolutismo come fossilizzazione.

Ed ora il concetto di antinomia.
La dialetttica elevata a chiave del reale si chiama antinomia, per Florenskij “scontro tra due leggi” entrambe legittime.

Di solito gli uomini scelgono una prospettiva perchè tenerle entrambe è lacerante, ma così mutilano l’esperienza integrale della realtà.
Ne viene che ciò che i più ritengono la verità, è solo un polo della verità integrale, per attingere la quale occorre il coraggio di muoversi andando dalla propria prospettiva verso il suo contrario.

 

Ai suoi figli cercò di dare  l’impronta che aveva lui stesso:

“La vita non è affatto una festa, ma ci sono molte cose mostruose, malvagie, tristi e sporche; rendendosi conto di tutto questo, bisogna avere dinanzi allo sguardo interiore l’armonia e cercare di realizzarla”

 

 

E come finale scelgo anche io le parole scritte nel suo testamento spirituale

Osservate più spesso le stelle. Quando avrete un peso sull’animo, guardate le stelle o l’azzurro del cielo. Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno, quando qualcosa non vi riuscirà, quando la tempesta si scatenerà nel vostro animo, uscite all’aria aperta ed intrattenetevi, da soli, col cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete…

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