Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Ego’

la noia nelle palle

Facciamo giri immensi.
E ci perdiamo.
Credendo di tornare, di ripassare dal via, di prendere sempre quello che ci aspettiamo e di arrivare alla pensione.
Qualcosa si perde sempre nel cammino, i momenti perfetti muoiono subito dopo, non tornano neanche loro.
Incantesimi spezzati.
Mi spezzano tutto.
Reni, ossa, denti, voglie.
Immune divento.
Anestetizzato da dottori scarsi che mi prendono più per noia che per bravura.
E dico sì come pioggia.
Schivo gli occhi delle donne,
e gioco con la rabbia facendomi male.
E’ la noia baby.
Me la tengo dentro,
me la sento in circolo,
me la sento nelle palle,
nella pelle,
sulle spalle.
E fisso il muro,
e si strappano le ore da quel buio che per me è domani.
Chiamo Vita qualcuno che non conoscevo
e che mi dice di aver preso il suo posto.

Io invito sempre chi mi dice “buongiorno” e mi sorride,
un posto a tavola è assicurato.
Ma poi anche lì mi prende a noia.
La noia la sento anche nelle gengive,
tra le unghie,
sulla barba che non taglio
e che rado di rado.

Ogni volta è sempre iniziare daccapo qualcosa che hai finito.
Sedersi a tavola per mangiare.
Addormentarsi per risvegliarsi.
Alzare una saracinesca per riabbassarla.
Scoparsi la stessa donna tutto il resto di una vita.

E ti prende la noia,
che con le mani si aggrappa al collo,
alla camicia,
ai capelli,
e ti trascina giù sul pavimento,
con la guancia che ti si fredda
e la noia di doverti rialzare anche per andarti a ficcare nel letto.

Una volta sono rimasto sdraiato per terra ed ho perso
la cognizione del tempo.
Non so quanto ci sono rimasto.
E lo dico perché quei momenti sono eterni
pesanti
puzzano indicibilmente.

Niente è per sempre.
Niente è per sempre.

Gli uomini si legano a cose, idee, altri uomini.
Sono così effimeri, diventano così inutili.

Mi sono annoiato anche degli uomini.

 

Dalla mattina alla sera, dal lunedì alla domenica, 12 mesi l’anno io faccio qualcosa.
Solo per annoiarmi.

E ricominciare con qualcos’altro.

Forse è quello il segreto.
Forse è quella la maledizione.

Forse è che sono nel mezzo, e tra carne e pesce non ci sono differenze che ti fanno stare da una parte o dall’altra.

Mi sono annoiato anche di scrivere

Read Full Post »

Tra lenzuola bianche
mi risveglio,
un mattino biancospino
luci rosse impresse forti in menti
spaccate da atroci tormenti.
Onde chiare,
stanze vuote,
sotto chiavi d’ottone.
Paure amare
ferite di zenzero
mani di grano
affanni caldi soltanto stringono
di umidi ricordi
e tragedie di carne.
Lingue di zucchero,
miscele infuocate
su acque fredde dicembrine
con voglie non capite,
con vite non vissute
pensieri inauditi
e dita violente
che premono lo stomaco.

Ancora.

 

Read Full Post »

Camminava per la città Guglielmo.
Più grigia del solito, più umida del solito, più sporca del solito.
Eppure luccicante con quelle pietre bagnate e le luci soffuse dalla pioggia.
La sentiva addosso, scivolargli nelle ossa e nel sangue.
Assorto nei suoi pensieri, tra una boccata e l’altra di Merit, testa bassa e mani in tasca.

Fu all’improvviso, come sempre.
Come quando ti colpisce un fulmine, pensò.
Come quando ti sparano alle spalle, pensò.
Come quando t’attacchi alle labbra di qualcuno, pensò.

Ritrovò Ofelia; passeggiava svelta come un leopardo dall’altra parte della strada.
Tacchi neri, gambe nude, trench sul ginocchio, allacciato in vita e col bavaro alzato, capelli a caschetto e ciuffo sull’occhio.

Bloccò il traffico involontariamente guadando la strada in obliquo. Tre bestemmie lo sfiorarono appena, senza curarsene. Un paraurti addirittura sbatté contro il polpaccio. Lui fisso con lo sguardo su di lei. Come i leoni sulla preda.

La prese per un braccio, bruscamente.
Lei si voltò, neanche un’emozione…

La città era grigia.
Lei era grigia.
Tranne gli occhi, di ghiaccio.
Tranne le labbra, di sangue.

Il resto era tutto un grigio, un regno dimenticato dai colori.

“Che cazzo ci fai qui?” masticò Guglielmo stringendo il braccio.
Sembrava non sorpresa.

La trascinò in un vicolo.
La pioggia aumentò.

Mollò la presa del braccio e la incastonò nella rientranza di una parete.
Sembrava una statua.

“Tu… tu… dovresti essere morta, Ofelia!”
Sorrise Ofelia.
Come mai prima.

“Vero Guglielmo. Se fu vero, vero è anche che sono rinata”.
“Non capisco”.

Gli occhi di Ofelia erano ghiaccio, ma caldo. Profondi come il cielo.

Ho attraversato gli inferni dell’anima, dove il buio diventava l’unica cosa calda che sentivo, implorando che la notte scendesse presto solo per essere avvolta ed annullata. E nell’inerzia mi sono fatta travolgere passivamente dalla corrente della vita, lentamente trasportata dalle acque, come nel fiume prima di annegare. Ma il mio non era l’ultimo viaggio, perche nel mio silenzio mi sono ritrovata a scrutare ciò che accadeva attorno e dentro me. E’ stato un modo per capire dove sono e dove vorrei arrivare, la possibilità di racchiudere in un cassetto in fondo all’anima un amore lontano nel tempo e nello spazio e fare posto a qualcun altro. Ad un uomo che nel frattempo gravitava attorno a me. E sono stata io a tendergli la mano, ad accoglierlo per prima“.

“Ma Amleto?”
“Me ne fotto di lui, Guglielmo. Me ne fotto. Ha ucciso mio padre, ha ucciso me. Non so più niente di lui, e niente più importa”.

“Non posso lasciarti andare Ofelia, tu sei qui per vendicarti”.
Non hai capito niente.. Mi riscopro una donna che ha ritrovato la fame, che vuole mangiare lentamente e a volte con foga. Che vorrebbe bere dalle mani di chi amo più di quella foglia che cade o di me stessa, riscoprire se stessa nei suoi occhi … una donna che vorrebbe offrire le sue mani al mondo, che a quel mondo si è donata”.

Ancora una volta sorrise Ofelia.
Accarezzò dolcemente Guglielmo e svanì dal vicolo.

Fu sogno?
Fu desto?

Fu che smise di piovere, che una storia era finita dove un’altra era iniziata.
Guglielmo scrollò le spalle.
Ad Amleto non avrebbe detto niente.
Ammesso che fosse ancora vivo.

Poi sorrise.
E capì quello che Ofelia gli aveva detto.

Read Full Post »

Fragile.
Mi ritrovo rannicchiato in un angolo, coi brividi a svuotarmi le ossa ed a scuotermi tanto da avere la nausea.
Ogni tanto mi prende la paura.
Mi stana, mi trova e mi mangia a piccoli pezzi dolorosi.
Come buttare dell’acqua in un vaso pieno di sassi e sabbia.
Impregna tutto, riempie tutto, cancella tutto.
Forse la verità è che non riesco ad essere felice.
O meglio.
Ho paura di essere felice.
Quasi fosse una colpa, quasi non sia giusto.
Un’ombra che mi segue anche di notte, quando dormo, quando mi circondo di gente.
Ed allora devo volare, staccarmi da terra, lasciarlo giù quel fantasma dagli occhi rossi e la bocca vuota.
Solo scrivendo, io volo.
Sono queste dita che sbattono sui tasti a farmi saltare sulle pozzanghere, ad innamorarmi, a fantasticare, a dolermi.

C’è sempre qualcosa che non ho fatto, come avrei dovuto, potuto, voluto.
Una pigrizia che è una coperta per l’anima, un annullarmi ogni secondo, un ritorno continuo al punto di partenza.

Ed allora. Entro in mondi pieni, dove i colori si respirano e le labbra si toccano..
Fragile io.
Anima vagabonda, in un mondo così grande.

Animula vagula blandula…
piccola anima smarrita e soave
compagna e ospite del corpo
ora t’appresti a scendere in luoghi incolori,
ardui e spogli
ove non avrai più gli svaghi consueti .
un istante ancora
guardiamo insieme le rive familiari
le cose che certamente non vedremo mai più…
cerchiamo d’entrare nella morte a occhi aperti…

Adriano

Read Full Post »

Nino

Nino ha cinquant’anni.
Ma ne dimostra settanta.
Ha la barba di tre giorni, il viso bruciato dal sole della campagna e gli occhi tristi.
L’ho visto sulla sua Atala nera, tutta arrugginita, tutta sgangherata, con due raggi della ruota posteriore mancanti.
Un piede sul pedale, l’altro per terra. Leggeva lo spazio riservato agli annunci funebri, proprio sul ponte che divide in due il paese. Tra una boccata e l’altra, il fumo della sigaretta si perdeva nei capelli grigi, a spazzola.
Triste Nino.
Avvilito Nino.
Non riconosce più quelli che gli stanno intorno, e sempre più solo pedala sulle strade asfaltate.
Mi è sembrato che facesse una conta, non so di che tipo, ma l’immaginazione è ridotta a poca cosa.

Così solo Nino.
Eppur così forte.
Ha ripreso a pedalare, forse parlando da solo, a dirsi che non è giusto, che la vita è ingiusta, che tutto è schifo.
Ma pedalava.
Andava avanti.
Senza sapere dove.

Read Full Post »