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Posts Tagged ‘Firenze’

polline

Polline.
Ovunque.
Una nevicata di cotone su Firenze.

Sotto di lei il fiume, Oltre Arno, il Duomo, Santa Croce, i tetti rossi, i giardini di Boboli, le mura color crema.
Ha gli occhi tristi Costance.
Piange.
Penso sia un insulto che lei possa piangere.

Trema di rabbia.
E non dice una parola.

Una mano sotto il mento, abbandonato sul palmo.
La testa d’un lato, pesa.

Gli anni passati li sente cuciti addosso.
Dentro.

Le tengo la mano.
Fredda.

Il suo respiro è quello della città.
In silenzio le sto vicino.
Le tengo la mano.

Ostinata e caparbia,
attacca a testa bassa,
colpo su colpo.

Scende come pioggia
è difficile starle dietro.

Soffre.
Il mondo cambia,
la vita si fa sotto
premendo come pioggia sulle finestre
e cambia il vento
cambia tutto.

Altrove.

Oggi si cambia,
la vita è lì.

Ma su quella balaustra
di ferro rovinato
da turisti imbecilli
se ne sta appollaiata.

Coi capelli bruni,
con gli occhi che non so descrivere
ed un naso buffo
ma che adoro
e quel sorriso che non c’è
ma che gli dipingerò
se Cristo e tutti i santi in paradiso
vorranno.

La guardo.
Sereno.

Perché so come andrà.
Perché se è vero che vede le tenebre
è vero che è sempre più buio prima dell’alba.

Perché ora che legge
sorride, e gli occhi saranno lucidi di gioia,
e quindi ho scritto bene.

Ed io,
fondamentalmente,
la amo.

 

 

 

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Una traduzione un po’ troppo veloce… quasi una “sveltina” ed ecco il pasticciaccio dell’Università di Firenze.
Il link riportato vi indirizza all’articolo del Corriere della Sera.

 

http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/universita/2012/15-febbraio-2012/se-universita-scivola-pecora-1903299816329.shtml

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20111219-192000.jpg

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l’odore di cipolla fritta
il sole di dicembre
il poggiamani giallo
la voce pre registrata
le porte che scorrono
le consonanti aspirate
le buste dei regali
il rosso dei tetti
ed i nomi dei santi alle fermate
sguardi truci su finestrini lucidi
e le telefonate di circostanza.
le sciarpe ai colli
i fogli dalle mani che cadono per terra
sorrisi sottintesi
e fabbriche di cornici
vedersi tutto il mondo
con gli occhi e narici.
siamo somme algebriche
tra negativi e positivi..
odori e puzze
sorrisi e vaffanculo,
cornici di foto che a volte
sbiadiscono
e venti di terra e gelidi inverni
che non sempre ci zittiscono

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quando voglio vedere le facce degli uomini che con la vita si sono giocati tutto, non sbaglio mai nell’andare dentro le stazioni ferroviarie.
Dove gli amori si promettono speranze che non saranno mantenute; dove le lacrime non sono mai sprecate; dove i mozziconi di sigarette per terra sono un tesoro inestimabile.
E’ qui tra gli ultimi, gli emarginati, quelli che hanno voltato le spalle ad un mondo che ha voltato loro le spalle che riscopro i miei limiti di uomo

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Arrivo alla stazione di Santa Novella alle otto di sera. I treni sferragliano di continuo, con gente che sale e gente che scende.
Trolley, zaini, valigie, borse, cellulari, giornali, panini, bottiglie, sigarette.
Quanti passi vengono percorsi in una stazione? Quante persone ci sono nello stesso momento in una stazione?
Quante ne vediamo? Quante ci vedono?
Marmi e scritte di quarant’anni fa mi si parano davanti.
La stazione è vecchia, specie l’atrio della biglietteria con le sue porte in ferro nero. Ma luccica sempre.
Un’edicola. Compro due biglietti per le linee autobus. A/R.
Gente. Ovunque.
Cammino a testa bassa e stringo il cappotto in petto non appena arrivo fuori per strada.
Questa è la porzione di Firenze che si vede uscendo a sinistra della stazione: un McDonald, uno spiazzo con venditori ambulanti, fermate di autobus, taxi, negozi fatiscenti. Ho un senso di sporcizia.
Faccio qualche metro e mi unisco anche io ad un drappello di persone in fondo ad una strada che sembra non avere uscita.
E’ lì la fermata del 14, che si suddivide in 14A, 14B e 14C. Una di queste finisce a “Il Girone”. Molte passano dal Careggi e comunque l’intera linea non va mai ad OltrArno.
Attendo silenziosamente.
Due bambini peruviani girano intorno al palo cui è affisso l’orario dei passaggi del mezzo, che mi ricorda passerà puntualmente tra quattro minuti. Arriva un’anziana tipicamente fiorentina, con una eccentrica mantellina viola, una spilla luccicante d’argento sul cuore, guanti neri di pelle opaca, trucco pesante con un rossetto di un colore che non riesco a definire. Scaccia via spazientita i due bimbi peruviani chiassosi, la loro mamma non inarca nemmeno il sopracciglio ma rimane impassibile col suo sorriso inebetito ed umido. Spero non abbia reagito intimamente per il sol fatto di sapere di avere due bimbi rompicoglioni e non per venature razziste che so essere in alcuni fiorentini.
Arriva il 23. Il drappello si scioglie come neve al sole; appena le porte hanno sputato i passeggeri diretti molto probabilmente ai treni od al parcheggio interrato, quelli che aspettano sembrano spermatozoi incazzati e vogliosi di fecondare l’autobus-ovulo.
Rimaniamo in una decina.
C’è l’adolescente incazzata col mondo, con le calze viola, gli scalda-muscoli verdeacqua, i capelli biondo-platino e nero-carbone, la faccia tonda e bianca con il mascara di Dior sugli occhi ed un n numero di piercings.
C’è il bravo ragazzo con l’ipod, la camicia nel jeans, i capelli lavati e pettinati e l’alito profumato, che fra una decina di anni manifesterà perversioni sessuali latenti.
C’è la madre stanca, la moglie puttana, il vecchio incazzato. I soliti attori insomma. C’è anche la rom che chiede soldi, che ti implora, che ti bestemmia e poi chiama col suo cellulare qualche altra rom che chiede soldi, che implora e bestemmia da qualche altra parte di Firenze, di Italia, del mondo.
Arriva il 14C. Chiedo se passa da piazza Alberti. L’autista mi scaccia come fossi peste dicendo che non passa da lì e che devo far scorrere. Scendo dall’autobus dicendogli che è un maleducato. I fiorentini sono maleducati. Sono molto ma molto maleducati: strafottenti, irriverenti, insomma delle teste di cazzo. Gente che si crede, che ha avuto un ruolo e che campa sulle spalle degli altri. Non ci fossero stati nei tempi che furono le persone che hanno fatto grande Firenze, col cazzo che la gente ci passava in una città fatta da queste persone.
Aspetto cinque minuti, per fortuna un altro 14.
Ci salgo e riesco a sedermi. Fortunatamente ci sono molti posti liberi, quindi potrò non preoccuparmi di far spazio ad ottantenni, future mamme, donne, bimbi, reduci di guerra e valigie.
Sono talmente stanco che mi addormento.
Sono seduto in direzione opposta al senso di marcia.
Io mi addormento. Ed il 14 mi porta a casa…..

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