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Posts Tagged ‘G’

Una porta socchiusa.
Una striscia di luce illumina un letto disfatto.
L’aria sa di chiuso, di notte, di sonno.
Di riposo, di fiato, di attesa.

Il legno è bianco. Laccato.
Il pomello è d’ottone. Dorato.

I polpastrelli spingono lievi la superficie.
La striscia diventa un rettangolo.
Due occhi chiusi.

I miei battiti aumentano….

Terrazza sul mare.
Azulejas biancoblu e tavolini di ferro.
Ringhiera di ferro.
Sedie di ferro.
Cielo di ferro.
Occhi di ferro.

Mastico qualcosa, credo sia cibo.
Sono seduto davanti di nuovo a quegli occhi.
Questa volta aperti.

I miei battiti aumentano….

Aperta campagna.
Notte di ottobre.
Nuvole d’argento e letto di stelle.
Gli alberi ballano
le foglie cantano.
Il terreno è umido
le mie mani marroni.
Un volto di porcellana mi scruta
lo sento vicino
lo sento vicino alla guancia
sento un pezzo di carne e pelle,
un naso
sfiorarmi la barba
è freddo
e sputa rantoli di respiro
un affanno pauroso
un risucchio dalle viscere della terra,
mie,
sue,
di tutti gli animali.

I miei battiti aumentano…..

Il risveglio è sempre amaro, sporco e vuoto. Mi toglie qualcosa, mi riporta dove non voglio, dove non posso, dove non sono. Piombo.
Piombo ovunque.
Piombo per terra.
Piombo io.
Tutto è pesante, tutto è lento, tutto è snervante, tutto è soffocante.

I miei battiti aumentano…..
Il mio cuore è pesante, stretto,
stridula come i violini presi a calci
in giorni vuoti
che non rendono
quel motivo che ce la fa fare un po’ da queste parti.

Il mio cuore non regge.
Il mio cuore non è un gregge.
Il mio cuore è leggero.
Perché io sono quel che sono.
E non posso essere quel che sono.

Mi sento il piombo dentro.
I miei battiti aumentano…

 

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Il ferro lasciava un solco profondo nella terra addormentata
da uomini presi a farsi guerre puzzolenti di sangue e morte
ed ogni giro delle braccia di Guglielmo
la faceva sussultare, sgranare gli occhi, in grida silenziose.
Il castello del Signore Federico era in fondo alla valle
macchiata da nuvole e sole
con dure pareti a gelosa protezione
da uomini mai sazi.
Non voleva più la guerra,
aveva trapassato troppi cuori e colli con la sua spada
e voleva pace, voleva amore,
tradire la guerra col cuore.
Tra viti e pomodori
intrecciava nuovi fili per un futuro
che seppur scuro, sicuramente migliore.
A maggio ad ovest del Monte Titano
ginepri e viole li trovavi su selciati polverosi
dove cortigiani, diplomatici, mercanti e mendicanti
facevano spola tra Urbino, Montefeltro ed il mare.
Guglielmo aveva la sua terra,
che lavorava devotamente,
la spada nella stalla,
i saluti non più con il braccio sulla visiera,
il sudore sulla fronte per il sole
e non per il nemico più abbattuto.

Cambiò il vento, un giorno.
Un andaluso nero e possente portava un giovane
appoggiato delicatamente sulla sella di cuoio bardato
finemente di seta scarlatta.
Si chiamava Lorenzo il cavaliere.
Naso storto, frangia alla moda del tempo
ed occhi come la pece che brucia.
Il tempo della guerra era scandito da quel cavallo
che in lontananza si avvicinava
con la polvere di mille battaglie già vinte
dagli zoccoli coprire il futuro in costruzione.

Era vero quel che diceva il cavaliere venuto da chissà dove?
Come credergli?
Quale la verità?
Cosa la verità, se non quello in cui si crede?

L’avevano avvistata a Firenze.
Di ritorno dall’isola oltre il mare.

La mano baciava l’elsa come
fosse prima volta
perfetta.

Due corvi su un pesco in fiore.
La morte e l’amore
espressioni di una stessa faccia.

Firenze era
Firenze fu.
 

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