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Posts Tagged ‘Jean Paul Sartre’

Sono le tre. Le tre è sempre troppo tardi o troppo presto per quello che si vuole fare. E’ la più stramba ora del pomeriggio. Oggi è intollerabile.
Un sole imbianca la polvere dei vetri. Cielo pallido, velato di bianco. I rigagnoli d’umidità, stamane.
Sto facendo la mia pesante digestione accanto al ventilatore, so già che la giornata è perduta . Non concluderò nulla di buono, salvo, forse, a notte fatta. E’ per via del sole; indora vagamente sudice brume biancastre, sospese nell’aria sopra il cantiere, cola nella mia stanza, biondissimo, fortissimo e distende sul mio tavolo quattro riflessi sbiaditi e falsi.

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Sono solo in mezzo a queste voci gioiose e ragionevoli. Tutti questi tipi passano il loro tempo a spiegarsi, a riconoscere felicitandosene che sono della stessa opinione. Quanta importanza attribuiscono, mio Dio, a pensare tutti quanti le stesse cose. Basta vedere la faccia che fanno quando passa in mezzo a loro uno di questi uomini dagli occhi di pesce, che sembrano guardare al di dentro e coi quali non si può più assolutamente trovarsi d’accordo.

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Verso le quattro del pomeriggio, in cima al marciapiede di tavole del cantiere della stazione, una donna in azzurro correva all’indietro, ridendo ed agitando un fazzoletto. Nello stesso tempo un negro con un impermeabile crema, scarpe gialle ed un cappello verde, girava l’angolo della strada fischiando. La donna, sempre indietreggiando, l’ha urtato, sotto una lanterna sospesa alla palizzata e che accendono alla sera. Ecco dunque, nello stesso tempo, questa palizzata che odora così forte di legno bagnato, la lanterna, e questa femminella bionda tra le braccia d’un negro, sotto un cielo di fuoco. Se fossimo stati in quattro o cinque immagino che avremmo notato l’urto, tutti quei colori teneri, quel bel mantello azzurro che pareva un piumino, l’impermeabile chiaro, i rossi quadrati della lanterna, ed avremmo riso dello stupore che appariva su quei due volti infantili.
Ma è raro che un solo abbia voglia di ridere: tutta quella scena per me s’è animata d’un significato fortissimo e selvaggio nel tempo stesso, ma puro. Poi s’è scomposta, non è rimasta che la lanterna, la palizzata ed il cielo: era ancora assai bella. Un’ora dopo la lanterna fu accesa, il vento soffiava, il cielo era nero: non ne restava più nulla.
Tutto ciò non è nuovissimo; queste emozioni inoffensive non le ho mai respinte, al contrario. Per provarle basta essere appena un pochino soli, quel tanto che basta per sbarazzarsi al momento buono della verosimiglianza. Ma io rimanevo vicino alla gente, alla superficie della solitudine, ben risoluto, in caso d’allarme, a rifugiarmi in seno ad essa: in fondo finora non sono stato che un dilettante.

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Una volta, ancora per molto tempo dopo che m’ebbe lasciato, pensavo ad Anny.
Adesso, non penso più a nessuno; non mi curo nemmeno di cercare parole. Tutto scorre in me più o meno svelto, non fisso nulla, lascio correre.
La maggior parte del tempo, in mancanza di parole cui attaccarsi, i miei pensieri restano nebulosi. Disegnano forme vaghe e piacevoli, e poi sprofondano, e subito li dimentico.
Questi giovani mi meravigliano: prendendo il caffè raccontano storie precise e verosimili. Se si domanda loro che cosa hanno fatto ieri non si turbano: vi mettono al corrente in due parole. Io , al loro posto, mi metterei a balbettare. E’ ben vero che da tanto tempo ormai non v’è più nessuno che si occupi di come impiego il mio tempo.
Quando uno vive solo non sa nemmeno più che cosa sia raccontare: il verosimile scompare insieme agli amici.
Anche gli avvenimenti, li si lascia scorrere; si vede sorgere bruscamente gente che parla e se ne va, ci s’ingolfa in storie senza capo né  coda: si sarebbe pessimi testimoni.

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Mercier ha una barba d’un nero rossiccio, profumatissima, ed ogni volta che muoveva la testa mi faceva respirare uno sbuffo di profumo. Poi, d’un tratto, mi svegliai da un sonno di sei anni.
La statuetta mi parve sgradevole e stupida e sentii che mi annoiavo profondamente. Non arrivavo a capire perchè mi trovavo in Indocina. Che cosa facevo lì? Perchè parlavo con quella gente? La mia passione era morta. Mi aveva sommerso e trascinato per anni; ora mi sentivo vuoto. Ma c’era di peggio, dinanzi a me, posata con una specie d’indolenza, v’era un’idea voluminosa e scialba. Non so bene che cosa era, ma non potevo guardarla, tanto mi accorava. Tutto ciò si confondeva per me col profumo della barba di Mercier.
Mi sentii traboccante di collera verso di lui, e risposi seccamente: – Vi ringrazio, ma credo d’aver viaggiato abbastanza; adesso bisogna che rientri in Francia.
Due giorni dopo prendevo il piroscafo per Marsiglia. Se non sbaglio, se tutti questi segni che s’affollano sono precursori d’un nuovo capovolgimento della mia vita, ebbene, ho paura. Non già che la mia vita sia ricca, o greve, o preziosa. Ma ho paura di quello che sta per nascere, che sta per impadronirsi di me… e trascinarmi, dove? Dovrò ancora andarmene e lasciare tutto in asso, le mie ricerche, il mio libro? Che debba risvegliarmi, tra qualche mese, tra qualche anno, stremato, deluso, in mezzo a nuove rovine? Vorrei vederci chiaro, in me, prima che sia troppo tardi.

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L’altro ieri è stato molto più complicato e c’è stata quella serie di coincidenze e di equivoci che non so spiegarmi. Ma non ho alcuna intenzione di divertirmi a metter tutto questo sulla carta. E’ certo, infine, che ho avuto paura o qualcosa del genere. Se sapessi soltanto di che cosa ho avuto paura avrei già fatto un gran passo.
Il curioso è che non sono affatto disposto a credermi pazzo, anzi vedo chiaramente che non lo sono: tutti questi cambiamenti concernono gli oggetti. O almeno è di questo che vorrei essere sicuro…

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