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Posts Tagged ‘notte’

Giro di notte con le anime perse
Sì della famiglia io sono il ribelle
Tu vendimi l’anima e ti mando alle stelle….

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Cosa porti con te? 
spine negli occhi e dadi truccati 
per sopravvivere 
in mezzo a specchi di lacrime e sale 
finisce quì 
mai nessuno che ha provato a capire 
meglio così.. 

tu che brilli e il mondo non lo vede 
timida e leggera come neve 
anima lieve 

Cosa porti con te? 
valige di sogni 
e amori sbiaditi anche senza sole 
senza più linfa da poter investire 
in signor sì 
sta notte è la notte via da quì 
mentre fai le scale il cuore trema 
è un brivido che taglia in due la schiena 
anima aliena 

tu che brilli e il mondo non lo vede 
dimmi dai leggera come neve 
anima lieve 

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Un gallo non mi ha fatto dormire l’altra notte. 
Il suo canto cadenzato m’ha fatto aprire gli occhi in piena notte. 
Con sorpresa ho scoperto che la pioggia pure stava cantando a squarciagola e la collinetta difronte alla mia finestra grondava fango da ogni parte. 
Nebbia e pensieri hanno fatto il resto, risucchiandomi in una notte insonne. 
Il vino che mi ha offerto quell’uomo pacioccone ha perso subito forza. 
Oggi la testa vince anche il fegato. 
La mattina mi ha scoperto già stanco. 
Un passaggio, l’attesa dell’autobus, l’attesa del treno, l’attesa dell’aereo, l’attesa del treno. 
Una giornata in attesa. In sospensione. Dopo la notte insonne. Un continuum temporale, dove lo spazio si è annullato. 
Sul letto mi sentivo gigante ed oppresso dalle quattro mura. Impossibilitato a muovermi, a girarmi, a respirare. 
Poi il cielo coperto ha mandato via quest’ansia. E mi sono riscoperto solo. 
Ho riflettuto un bel po’ sulla mia condizione. Ed ancora una volta non ho cavato il ragno. 
Attendere. Aspettare. Pazientare. Ghiacciare il sangue. Placare l’istinto. Calmare la pancia. Respirare. 
Respiri profondi. 
In stazione una donna con l’occhio tumefatto ed i capelli arruffati mi sorride tenera. 
Mi avrà colto in questo frangente. Certo è che avrà notato me. Ed io ho notato lei. 
Aspetta il treno, il binario opposto. Riceve una telefonata. Si rabbuia. Prende il treno. Sparisce nella nebbia. 
Che silenzio ora. 
Cosa l’avrà sconvolta? 

Il cielo si apre leggermente, arrivato in città, vedo ragazzi sfottere i vecchietti, che inermi subiscono le angherie dei più giovani.
Uomo, lo avrai fatto anche tu? Ti penti di averlo fatto o cinico dimentichi quello che hai fatto? 

Comprato un libro. Nella scrittura a volte, puoi leggere il sangue di chi ha scritto, le parole non dicono tutto, ma spiegano molto.
Gli occhi leggono quello che vogliono, ed il cuore a volte crede in qualcosa che gli dice la testa. Io preferisco la pancia. 
Sfoglio la pagina 21. Domani scriverò della pagina 21. 

Altra stazione, altro treno. Mi chiesero una volta di scrivere degli uomini. 
Io adoro le stazioni ferroviarie. I porti. Gli aeroporti. Le stazioni di servizio. Adoro questi posti dove vedi l’umanità in tutto il suo genere, e gli occhi vanno dove vogliono. I volti degli uomini. Sotto gli archi di pietra, non parlano la stessa lingua, ma si salutano in un’altra che non è la loro. Pacche gentili a rincuorare vite che non sono andate come si voleva, a dare una speranza per il domani, o fosse anche solo per un piccolo momento, come a dire “ehi puoi contare su di me!”. 
Gli uomini stanchi, alticci, sporchi, con gli occhi pieni di vita, di sofferenza, di scelte, di errori, di sospiri, di bestemmie, di rabbia, di voglia, di nulla. Che riempiono con schegge impazzite e scelte apparentemente irrazionali, anche se tutto ha una logica che si schiude solo col tempo. 
Gli uomini della stazioni, dei porti, degli aeroporti, hanno il dono del tempo. E dello spazio. Di decidere dove essere, di prendere ed andare, di lasciare alle spalle tutto ed affrontare col petto domani. 
….
Ho viaggiato tranquillamente in aereo. Fortuna ha voluto che fossi solo nella mia fila. 
Ho lanciato, furtivo, uno sguardo dietro quelle montagne. Il sole s’è fatto rosso. 
Poi è sparito sopra le nuvole. 
Rivedo la città. La mia città. 
Il posto dove sono entrato in questo mondo. 
E’ tutta grigia. Dall’alto è ancora più bella. 
Vorrei essere un uccello. 
Il mare è gonfissimo. Eppur calmo. Mi impressiona non poco. Sembra quasi possa rompere gli argini e mangiarsi la terra. 
Perdendo quota, vedo meglio i dettagli. Le luci. Immagino le persone nelle auto, nelle case, per strada. A tutti loro penso. 
Tocco terra. Riprendo peso. Mi ritrovo di nuovo tra aria, terra e mare. Sono a casa. 
La stanchezza la trovo nell’ultima fila. E’ al mio fianco e mi saluta. Ricambio. 
Corro. Ancora una volta corro. Corro veloce. Le gambe incerte. La corsa veloce. 
Trascino la valigia. E’ piena di roba. 
Il biglietto al volo. La corsa, il sorpasso di un altro che corre con me. 
Ho già la banconota da 5 euro in mano. So che dovrò correre. Senza fiato. 
Trecento metri. Corridoi sotto terra, illuminati e puliti. Non c’è nessuno. 
Corro veloce. I binari davanti, sento la voce annunciare il treno. 
E sento il treno arrivare. 
150 metri. 
Penso che potrei non farcela. 
L’altro non ha ancora girato. 
Non posso perdere questo treno. Dovrei aspettare. E non voglio aspettare. Voglio tornare a casa. 
Il biglietto passa sotto il led. Si aprono le porte di plexiglas. Il treno a 20 metri davanti a me. Escono i gradini. 
Mi fermo in prossimità della porta. Il led col trenino disegnato si illumina di verde e lampeggia. Lo spingo. 
La porta sbuffa e si apre. 
E si richiude di me. 
Subito riparte. 
Appena in tempo. 
L’altro rallenta la corsa ed impreca. E’ rimasto a terra. 
Io torno a casa. 

Mi passa l’ultimo flash. 
Davanti alla porta, appena il led si è illuminato ed ho spinto il pulsante, ho guardato a sinistra. 
Ho ripreso fiato e guardato il controllore, un ragazzo alto coi capelli scuri a spazzola. 
Mi ha sorriso. 
Ci siamo scambiati un’occhiata di complicità. 
Come a dire che ce l’ho fatta e lui è contento per me. 
Gli ho sorriso di rimando. 
Ha annuito con la testa. 

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L’altalena cigola nel prato, le luci disegnano una notte umida e caldissima in campagna.
Un nonno siede stanco e felice vicino alla nipotina. 
Lei ha due occhi grandi come il cielo e vivi come le farfalle che spiccano il volo la prima volta.
Lui i capelli bianchi, la mascella dura e le mani grandi e forti, come gli uomini che hanno lavorato e vissuto per anni.
Come tutte le sere, erano sull’altalena. 
A testa in su. 
Nonno…. perché si chiamano stelle cadenti?”
Rideva di gusto l’uomo. Ogni sera, la stessa domanda, ma mai una volta non ha risposto.
Piccolina mia…. ancora una volta?”
La bimba rideva di gusto, con gli occhi grandi come il cielo e marroni come la terra.
Le prendeva la mano, e dava uno scossone forte all’altalena.
Oh allora… le stelle sono lacrime! Lacrime della Luna” – e così dicendo stendeva il braccio, puntandola coll’indice. 
Lacrime di tristezza o di felicità. Se la luna è triste sono nere. Se la luna è contenta sono bianche!”
La bimba era imbambolata. E fissava il cielo, specchiandosi con gli occhi. Fantasticando su tutte quelle luci.
Una notte il nonno le disse : “sai, quelle stelle sono legate sempre e per sempre alla luna. Anche quando le lascia andar via….”
Ah si?” – rispondeva lei aggiustandosi il frontino giallo.
Si! E tu sei la mia stellina più preziosa..” e le accarezzò il viso. 
Non smettere mai di brillare. Mai. Sei la stella più preziosa del cielo. La più pura. La più bella. La luna ti vorrà sempre e per sempre bene. E tu non smettere mai. “

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E’ buio a Downtown.
Cisco ha il cappello calcato, il trench stretto in vita, e fuma appoggiato al muro la sua Merit.
Piove ovunque ed aspetta fuori al Monsu’s, l’asfalto è bagnato e poche Cadillac scassate ai bordi dei marciapiedi rovinati.
La porta di servizio è chiusa per bene, sigillata ed una luce striminzita la illumina male.
E’ lì per un motivo. 
Semplice.
Limpido.
Chiaro.
Duro.
Zoe. 

Sono anni che si conoscono, entrambi diplomati lo stesso anno alle superiori poi persi e ritrovatisi in più occasioni.
Un seguirsi, rincorrersi e schermarsi. Nascondersi e bestemmiarsi.
Un giorno lui la baciò in una bisca vicino alle roulette, di nascosto agli amici ubriachi intenti a far baldoria.
Un bacio veloce, un flash stampato veloce. 
La teneva per la mascella ed immobilizzata per un braccio, era tesa come una corda ma rideva come fanno i soli delle 
giornate calde a mare. 
Aveva paura, la sentiva, con le narici, con la pelle.
I corpi vicino per un attimo. 
Un’insana voglia di non dover uscire dalla stanzetta delle roulette,
poi una mano invisibile li scaraventa fuori perché troppo forte quella sensazione,
una pistola puntata sul cuore pronta a sparare.
“L’ho hai sentito quel ferro sul cuore, Zoe?” – a denti stretti disse Cisco mentre controllava l’orologio
fuori in un vicolo a Downtown.
Fuori pioveva, il mondo piangeva.

La porta di servizio si apre, dal locale escono prima le gambe affusolate,
poi l’inconfondibile sagoma di Zoe.
I capelli coi riflessi rame, orecchini triangolari argentati, gli occhi incorniciati dal mascara 
e l’espressione indecifrabile che la bellezza si porta dietro e spesso condanna all’avidità di uomini maledetti.
Ingoia duro Cisco. Calca il cappello per bene e mani in tasca, dritto e veloce va verso Zoe.
Una macchina inchioda all’ultimo a tre dita dal suo ginocchio.
Zoe di scatto guarda in direzione…
… e si vedono, senza vedersi, negli occhi, nel cuore, nella pancia, nell’anima.
Il clacson del tassista,
il pugno sul cofano di Cisco
e Zoe scappa. 
Ancora una volta.
Stavolta no!” – un tuono , come un Zeus incazzato, dai polmoni risale atroce e rimbomba nel vicolo.
Zoe è una libellula, con gambe bianche come il latte e veloci i tacchi schiacciano i marciapiedi luridi.
Si guarda dietro, coll’affanno e la paura negli occhi.
Corre veloce, per sfuggire al destino che gli dà botte sui fianchi, per destarla, per riprenderla,
un richiamo primordiale,
un istinto insanabile,
come il sole fa posto alla luna
ed il fiume va nel mare,
come il caldo del fuoco,
e la paura della morte.
Ma non è la morte quello che la rincorreva.
E’ Cisco,
l’altra metà perfetta in un mondo perfetto
che ogni atomo teneva lontano e pure ora la inseguiva.
Stammi lontano” – la voce strozzata , i capelli di rame e lisci bagnati dalla pioggia.
Muto corre nella notte, fendendo la pioggia e l’aria, tipo una freccia scoccata 
con la sicurezza e la speranza profonda di colpire la mela sulla testa dell’amata.
Poteva sentire il cuore battere, e la disperazione assalirla.
Ancora un passo, il polso vicino e l’odore potente.
La prende dal polso, la fa girare su se stessa
e bum… a rallentatore gira su se stessa, coi capelli, con gli occhi, con la bocca,
il vestito che si alza sopra le ginocchia. 
Tutto a rallentatore, tutto perfetto. 
Fottutamente perfetto.
“Aaah….”  le spalle contro una saracinesca grigia, il rumore sordo
la pioggia aumenta. 
Cisco spinge Zoe con le mani sui polsi, contro la saracinesca.
“Cisco! Cisco! …… Cisco…” la voce si affievolisce
i seni si gonfiano ritmicamente, il fiato riprende ritmo 
lo sguardo è languido 
Cisco è fuori di sé davanti a quello che vede.
“Ho rabbia. Sei uno stronzo. Tutto questo tempo e tu ora arrivi, pretendi di notte, con la pioggia, di arrivare qui
e cosa pretendi? Cosa vuoi da me? Cosa cerchi? Lasciami stare. Lasciami stare...” – perde le forze Zoe.
Poi esplode. 
Se solo sapessi quante volte mi sono nascosta, quante volte ti ho allontanato….” 
Il petto si stringe intorno alle costole di Cisco ( non è il fiatone della corsa, né colpa della Merit bagnata ).
“Zoe… “.
Zitto. Ho paura. Non guardarmi. Non parlarmi sparisci“.
Si svincola, riprende a camminare sotto la pioggia. 
Zoe. Fermati. Stavolta non ti lascio andare. Stavolta no.”
Si ferma. China con la testa, la pioggia la picchia duro, si fa più piccola.
Ho paura. Se solo sapessi…. quel che sento, quello che voglio, quello che provo
Non dire nulla. Io lo so
Si gira verso di lui. 
Poi scappa di nuovo. Ancora una volta. 
E stavolta Cisco corre più veloce. 
La raggiunge. 
La blocca. 
La stringe verso di se. 
I corpi attaccati.
Zoe lo guarda negli occhi. Gli tira un morso al labbro
quasi per mangiarlo
per farlo suo
e Cisco… Cisco è un dio
che decide del suo destino in quei momenti
la solleva come il vento fa con le foglie 
le prende la testa tra le mani grandi e forti
guardami.. guardami negli occhi
e la bacia….. 
le labbra dure di lui, quelle morbide di lei
il corpo duro di lui, i seni morbidi di lei
la pelle dura di lui, la pelle morbida di lei
il sapore della bocca 
il contatto.

Si baciano disperatamente sotto la pioggia,
due persone passano dalla parte opposta e non se ne accorgono,
il semaforo dell’incrocio scatta sul verde e le macchine ripartono,
un uomo fuma alla finestra, con una mano sotto il mento, ed il gomito sul davanzale sporcato dagli uccelli. 

I portoni della notte 
si prendono cura dei disperati
che soli, troppo soli, troppo troppo per questo poco 
per queste briciole che qualcuno lascia
si fanno compagnia
ambendo dove gli altri, i miopi, gli stolti 
sono senza gloria
senza dei
senza Amore,
coi pali, paletti, palafreni, con le bende, coi lacci, col marcio
di chi ha paura ad aspettare qualcosa che non sanno e mai sapranno. 

Cisco e Zoe si baciano ancora. 
Disperati eppure stupendi 
Deboli e così forti
Insicuri e pure così certi
che per un attimo, un bacio, una notte, una vita
loro hanno spinto contro i portoni della notte
detto di no. 

Una insana voglia
una paura fottuta
solo baciarsi.
Un attimo in cui tutto sarebbe potuto essere,
nel mondo del condizionale,
e soltanto FURONO.

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Una porta socchiusa.
Una striscia di luce illumina un letto disfatto.
L’aria sa di chiuso, di notte, di sonno.
Di riposo, di fiato, di attesa.

Il legno è bianco. Laccato.
Il pomello è d’ottone. Dorato.

I polpastrelli spingono lievi la superficie.
La striscia diventa un rettangolo.
Due occhi chiusi.

I miei battiti aumentano….

Terrazza sul mare.
Azulejas biancoblu e tavolini di ferro.
Ringhiera di ferro.
Sedie di ferro.
Cielo di ferro.
Occhi di ferro.

Mastico qualcosa, credo sia cibo.
Sono seduto davanti di nuovo a quegli occhi.
Questa volta aperti.

I miei battiti aumentano….

Aperta campagna.
Notte di ottobre.
Nuvole d’argento e letto di stelle.
Gli alberi ballano
le foglie cantano.
Il terreno è umido
le mie mani marroni.
Un volto di porcellana mi scruta
lo sento vicino
lo sento vicino alla guancia
sento un pezzo di carne e pelle,
un naso
sfiorarmi la barba
è freddo
e sputa rantoli di respiro
un affanno pauroso
un risucchio dalle viscere della terra,
mie,
sue,
di tutti gli animali.

I miei battiti aumentano…..

Il risveglio è sempre amaro, sporco e vuoto. Mi toglie qualcosa, mi riporta dove non voglio, dove non posso, dove non sono. Piombo.
Piombo ovunque.
Piombo per terra.
Piombo io.
Tutto è pesante, tutto è lento, tutto è snervante, tutto è soffocante.

I miei battiti aumentano…..
Il mio cuore è pesante, stretto,
stridula come i violini presi a calci
in giorni vuoti
che non rendono
quel motivo che ce la fa fare un po’ da queste parti.

Il mio cuore non regge.
Il mio cuore non è un gregge.
Il mio cuore è leggero.
Perché io sono quel che sono.
E non posso essere quel che sono.

Mi sento il piombo dentro.
I miei battiti aumentano…

 

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Il crepuscolo arrotonda gentilmente gli angoli bruschi delle strade. L’oscurità incombe sulla fumigante città di asfalto; ottunde le inquadrature delle finestre, i manifesti, i camini, i serbatoi, i ventilatori, le scale di sicurezza, le modanature, le decorazioni, le scanalature, gli occhi, le mani, le cravatte; riduce tutto a masse blu, a blocchi neri. Sotto il rullo che comprime più forte, sempre più forte, sprizza dalle finestre la luce. La pressione della notte strizza latte luminoso dai lampioni ad arco, spreme i blocchi scuri delle case fino al farne sfilare la luce rossa gialla verde nella strada rimbombante di passi. Tutto l’asfalto secerne luce. Dalle insegne luminose sui tetti erompe luce, luce che turbina vertiginosamente per le vie, luce che colora rutilanti tonnellate di cielo.

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