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Posts Tagged ‘poesia’

Il cuore batte.
Le vene sono piene.
E la gola pulsa.
La lingua una vipera bastarda e rapida.

Respiri.
Profondi.

La sospensione del mondo.
Le braccia sospese.
Gli sguardi sospesi.
Le bocche sospese.
I fiati sospesi.
Le mani sospese.

La ragione schizza via, scappa. Impaurita.
Impotente. Basita.

Sussurri.
Grida.
Cavallette scendono lungo le schiene.
E piove sangue.

Fottersene.
Fo.
Tter.
Se.
Ne.

“I need to love!”
“I need to love!”
“I need to love!”

“Come to me…. come to me…. come to me…..”

Pugni contro anime di vetro.
Solo.

Occhi socchiusi,
tempie bagnate,
polsi bagnati,
ombelichi bagnati,
luci soffuse e notte umida.

Nessuna età.
Nessuna distanza.
Nessuna ragione.
Nessun limite.
Nessun no.

Un qualcosa che parte da dentro,
che fa un giro enorme,
che ti ritorna dentro,
che ti fa male,
che ti tormenta,
che ti nutre,
che ti copre,
che ti scopa,
che ti fa dipendere,
che si impossessa,
che vuole tutto,
che gli apri le gambe,
che te le fai aprire,
che non me ne fotte un cazzo……..

E prendimi.
Dammi tormento.
Dammi tutto quello che vuoi.
Ma dammelo.

Fatti tutti i giri che vuoi,
sputa tutto quello che vuoi.
Siamo preda e predatore.
Siamo ciò che ci uccide.
E ci tiene in vita.
Siamo quelli che vogliono essere stelle,
e gli dei ci invidiano.
Siamo il centro
che nessuna forza vince.
Siamo la rivoluzione.
Che a tutto diamo fiamme…

E tu… tu mi sfiori dentro con le tue dita,
con i tuoi denti.

E carbone ed acciaio,
stelle e polvere,
aprimi il tuo mondo,
fammi cadere nell’Eden,
fammi rinascere,
fammi battere un nuovo cuore.
D’odio per la grandezza che provo,
per l’ingiustizia di così tanto,
di essere indegno,
di tutto potere,
di niente volere.

Un nuovo cuore.

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Un giorno moriremo, ma il canto viene prima.
Nonna tu nei cortili dell’estate, già alzata all’alba,
sola ad aprire imposte e ricevere il sole,
accompagnando la febbre dei miei ultimi sogni con lo strofinio appena udibile dei tuoi pasi,
entrando dalla parte del giorno a restituirmi il mondo nella fragranza del caffellatte.
Non dimentico nulla, io crebbi sulla sponda della tua vestaglia e dei tuoi scialletti,
del tuo gusto per il lilla che ti fa come una cenere di colombe fra i capelli e le guance,
e sento un’altra volta il soave andare delle pantofole che ti portai dal Cile.
E sto vedendo la lunghissima treccia che tu lasci libera
quando ti alzi, come un ricordo dei tuoi anni di ragazza.
Tu non lo sai, nonna, però in te finisce il tempo, la successione dei giorni e delle spiagge, delle aule e dei pianti, dell’amore nei suoi mille specchi, dell’uomo e del bambino che riconciliano le loro distanze nei tuoi occhi, oh paese della pace.
Ti vedo e sono piccolo e sono proprio io, e niente impedisce che il piccolo e l’uomo ti diano lo stesso bacio e si rifugino nel tuo abbraccio. Questi capelli che tu accarezzi e che pettinasti per la prima volta, questa fronte che stai baciando e che lavasti dal sudore della nascita, queste mani che vanno per il mondo palpando i suoi bei vuoti, e che guidasti nel primo incontro con il cucchiaio e la palla,
tornano al posto del riposo, e non se ne vanno, nonna,
sebbene io viva alzato verso tante rotte, e non se ne vanno, nonna.

La nonna spunta con il giorno a visitare l’orto e le galline
spartisce l’acqua e il mais, ammira i pomodori e i loro progressi,
e gode del racemo che si inerpica, del lampadario delle prugne regine claudie,
e va per le profondità della casa distribuendo l’ordine.
A volte mi alzo, l’accompagno e, associato ai suoi riti,
do da mangiare agli uccelli e irrigo le veccie, sento il tremito dell’acqua sui rampicanti che bucano i muri e che la ricevono crepitando e si riempiono
di scintille.
Ho dieci anni, vivo insieme ai bruchi e alle anatre, sono tenero e crudele,
ammazzo e proteggo, ordino come un re le cose del mio regno,
e sopra di me sta la nonna, le arrivo già all’altezza delle spalle, sulla punta dei piedi arrivo a baciarla,
e i nostri occhi si scoprono nell’allegria comune dei polli nati durante la notte.

Il nostro giardino durò quanto l’infanzia. Né tu né io lo dimenticheremo,nonnina.
Non dimenticheremo il sapore delle pesche bianche,
delle barbabietole, delle zucche incendiate.
Fu il tempo del riso al latte coperto di cannella, del piacere delle pannocchie sulla tavola tesa sotto i pergolati.
Stai nella cucina in penombra, con i glicini alla porta,
e curi le cadenze delle bacinelle di gelatina,
le marmellate invernali che ordinerai nella credenza.
Io sto lì, con Giulio Verne e una botta al ginocchio,
felice, guardandoti, sicuro che niente potrà mai accadermi, che in mezzo al mare o all’assalto del polo con il capitano Hatteras, o appeso al cielo con Michel Ardan,
tu mi tieni con te, vicino al fornello da cui l’aroma
inzuccherato cresce come un soave vulcano dipinto a lapis.
Un giorno moriremo, ma prima viene il canto.
E non solo ieri, nonna. A ogni svolta stai lì, piccola
sotto l’architrave, imbacuccata nella tua vecchiezza
senza macchia, nella tua piccola salute,
e ogni volta che mi trae da porte e passi e uomini,
io so che tu stai lì. E che il tuo amore senza altra causa che se stesso
ci sostiene nella notte e ci restituisce l’alba dell’incontro,
e il tempo gira la testa e ci accetta interi,
con il bambino che piange tra le tue braccia,
con il viaggiatore che si lava della polvere nel tuo sorriso,
con la giovane nonna che corre in mezzo alla neve per rallegrare il nipote,
con questa vecchietta che sostiene sulla soglia la lampada del benvenuto.
E il primo che muoia sappia che niente muore
e che la perfezione regnò nel suo giorno.

 

Julio Cortazar

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Tra lenzuola bianche
mi risveglio,
un mattino biancospino
luci rosse impresse forti in menti
spaccate da atroci tormenti.
Onde chiare,
stanze vuote,
sotto chiavi d’ottone.
Paure amare
ferite di zenzero
mani di grano
affanni caldi soltanto stringono
di umidi ricordi
e tragedie di carne.
Lingue di zucchero,
miscele infuocate
su acque fredde dicembrine
con voglie non capite,
con vite non vissute
pensieri inauditi
e dita violente
che premono lo stomaco.

Ancora.

 

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Chiudo la porta, allungando il braccio, impugnando il pomello tondo di ottone consumato.
Un raggio di luce taglia la stanza col parquet sporco di polvere e solo un letto in fondo alla stanza.
Tu davanti.
Due ciocche sulle guance, la pelle perlata e labbra scarlatte come sangue.
Una bretella scesa da una spalla, una gonna a fiori, bianca, i piedi nudi.
L’estate fuori.
L’inferno dentro.
Una goccia di sudore disegna una ruga di domani.
Tamburello sulla coscia, nervoso.
Tu davanti.
Occhi pece, ed il respiro in tempesta.
Di ansia, di paura, di terrore, di sconforto, di niente, di tutto l’universo.
Di voglia.
Accenno un passo,
le assi scricchiolano, una catena tiene il polso,
ritorno indietro di un passo, che è un chilometro.
Non posso superare quel raggio di luce,
risucchiato in un vortice nichilista, il risultato.
I tuoi occhi implorano di abbandonare nell’ordine: la stanza, l’edificio, il quartiere, la città, la regione, lo Stato, il continente.
Ma è tutto il resto che mi implora, invece, di attraccare, di buttare l’ancora, di placare le ansie dei miei marinai
che da troppo solcano mari cattivi ed acque torbide.
Un’altra bretella va giù.
E con tutto il silenzio del mondo, il fruscio del cotone che sfiora la pelle
mi rimanda brividi persi in notti medievali.
Accenno un passo,
le assi scricchiolano, due catene mi tengono i polsi,
ritorno indietro di un passo, che è due chilometri.
Come serpente, come peccato, come paura,
attorcigli i fianchi e prendi in mano i bottoni della gonna,
ed ogni sganciamento mi fa saltare quattro battiti.
Batto i denti e sento le gambe appesantirsi
con farfalle nello stomaco a giocarsi
diamanti senza luce e veleno in circolo
E va giù la gonna.
Come un albero,
come un generale in battaglia,
come un palazzo,
come tutto quello che non devi, ma che vuoi più dell’acqua,
più dell’aria,
più del sangue.
Guardi, dentro in posti che non conosco
chiamando a te qualcuno che non sono
una parte arcana e celeste che in qualche tempo
ti doveva essere appartenuta e che ora
dopo mille guerre,
rivuoi….
Accenno un passo,
le assi scricchiolano,
ritorno indietro, troppo lontano.

Sollevi lenzuola chiare,
ti immergi nel letto
uscendone dall’altra parte
come spuma di mare a marzo
talmente invitante eppur così ghiacciata.

Ti vedo muovere tra le stoffe,
sfrusciandoci contro,
peggio delle onde,
peggio dei corpi dei giovani amanti
peggio di mani che si intrecciano
peggio di urti tremendi che tutto scuotono.

Ed ansimi…
ancora…
che vuoi sapere di non saperti mai più sola,
che nessuna Circe ti si parerà contro,
che paura non avrai,
e che le notti saranno calde e stellate.

Muta, urli con tutto il resto.
Rompo la catena che mi tiene,
in mille pezzi, cascate di ferro
mille tuoni e gabbiani che scappano.

A rallentatore muovo milioni di atomi
d’aria, pelle, rabbia, vuoto.
A rallentatore riempio milioni di spazi,
infinitesime distanze che ci tengono lontani
slaccio i miei muscoli
volando su assi che traballano
atterrando con la grazia di un singolo petalo
su un letto cremisi
scalfendo la tua roccia
aprendo il tuo cuore
soffiandoci dentro il caldo nascosto…

Nei tuoi labirinti, trovo Dio.
 

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“Vuoi fare con lei quello che la primavera fa con i ciliegi?”
“La cosa è un po’ più complicata e semplice allo stesso tempo…”
“Non capisco!”
“Vedi… io non voglio fare con lei quello che la primavera fa con i ciliegi… non solo..voglio farla salire come l’estate fa col grano e precipitare giù come l’autunno fa con le foglie… ma più di tutto voglio sconvolgerla come l’inverno fa con le farfalle…”

Pablo si allontana.
Soddisfatto.

Lo saluto ma non può vedere il gesto del mio braccio.

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E’ li che miro,
è li che remo,
contro.
Attratto senza sapere il perché,
come comete intorno al sole,
come le pietre sulle schiene delle montagne,
come la neve che si lascia andare,
come un sole che muore.

Uno stato di bisogno,
un respiro insperato dall’abisso delle paure,
uno squarcio sulla tela,
una notte bucherellata da stelle stanche.

E’ li che miro,
è li che remo,
contro.

I macigni più pesanti,
le mazzate più violente,
un dio blue,
una morte trasparente.

Io lì miro,
io lì vado,
dove tu non senti,
dove tu non vuoi,
dove tu non credi.

Vado lì.

Dove, tu, prendi forma

 

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oh padre…
la mia barca così piccola…
il tuo mare così grande…

non resisto più a queste onde nere,
al vento che ulula
ed alla rotta che è persa.

e non mi è dolce naufragar in questo mare.

 

e lo strazio dell’attimo che si ripete perdendo ogni volta un pezzo indispensabile,
la vertigine dell’abisso pronto con le fauci aguzze,
il solletico gelido di una caduta,
una lingua sola in una bocca chiusa,
che non ride
ma sorride mesta.

non mi è dolce naufragar in questo mare….

 

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