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Posts Tagged ‘vita’

 

Roma dove sei? Eri con me,
oggi prigione tu, prigioniera io.
Roma, antica città, ora vecchia realtà
non ti accorgi di me
e non sai che pena mi fai.
Ma piove il cielo sulla città
tu con il cuore nel fango,
l’oro e l’argento, le sale da tè
paese che non ha più campanelli,
vai dolce vita che te ne vai
sul Lugotevere in festa,
concerto di viole e mondanità,
profumo tuo di vacanze romane.
Roma bella, tu, le muse tue,
asfalto lucido, “Arrivederci Roma”,monetina e voilà,
c’è chi torna e chi va
la tua parte la fai,
ma non sai che pena mi dai
Greta Garbo di vanità
tu con il cuore nel fango,
l’oro e l’argento, le sale da tè
paese che non ha più campanelli,
poi, dolce vita che te ne vai
sulle terrazze del Corso
“vedova allegra”, maitresse dei caffè
profumo tuo di vacanze romane

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il mondo non ti avrà

Zoe…. ti strofini contro il mondo… ma il mondo non ti avrà… 

Niente rate niente sconti. Solo viva come vuoi

Dire quello che non riesco… mentre tu vuoi ridere

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Apro gli occhi. 
Lei è sul letto. 
Nuda. 
La pelle bianca come porcellana. 
Liscia e fresca. 
Ho i brividi solo a guardarla. 
I suoi occhi. 
O Dio mio. 
I suoi occhi. 
I suoi occhi sono neri come le notti senza luna, come le speranze vanificate da giorni 
che stancamente si ripetono tediando gli uomini, invecchiandoli ed uccidendoli. 
Uomini. 
Quanti uomini t’avranno guardato?
Stupidi. 
I suoi occhi. Sono un richiamo primordiale, mi ci sento nudo davanti,
quando mi spogliano e mi fanno vorticare dentro, verso di lei.
L’ho spogliata su un pavimento di legno, sotto un soffitto di legno,
sopra un letto di legno. Le ho strappato via le mutandine nere 
e sganciato il reggiseno che soffocava i suoi seni duri. 
Mentre l’appoggiavo sul letto, con il piumone simile ad un cielo 
di dicembre,
ho visto la sua pelle soffrire il freddo e l’emozione del mio corpo caldo.
Bianca come il latte. 
Ho tolto tutto di me, 
e sotto di me, immobile lei. 
Le labbra serrate, 
gli occhi fissi,
la posa plastica,
Cristo vorrei essere un pittore e non un coglione che scrive…..
Sacro e profano,
giorno e notte,
fango e neve,
bestemmia ed amore,
tutto si fonde in lei. 
Io, perdendomi in lei, 
mi sono ritrovato.
Inerme e debole,
come un dio,
come un re,
che riprende possesso delle sue terre.
Oh si. 
Cantano gli angeli. 
Cantano gli uccelli. 
E’ gioia quella che sento in cuore e che mi scorre sotto pelle. 
Lei è sul letto, 
dal tetto, scende la luce, un raggio del sole, la polvere lo disegna. 
Apre le gambe, con la grazia di tutto il mondo, con la verginità di una bambina. 
Lo fa con me per la prima volta. 
Lo fa con me per davvero la prima volta. 
Perché prima era solo un aprire le gambe. 
Ora invece è amore. 
Un amore che va oltre la semplice dichiarazione a voce. 
E’ amore che lega le vene, la pancia, il fiato, i pensieri, il cuore ed il culo. 
Tutto! 
E’ un possesso di tutto. Un insieme di tutto. Un borioso impeto,
un capriccio di mille universi
tutti su un misero letto che tutto questo, poverino, DEVE sopportare. 
Perché non ci sono storie a lieto fine. 
Ma il delitto sarebbe se questa storia non ci fosse. 
Perché siamo tutti gli uomini e le donne che ci hanno preceduto,
che hanno fallito,
che non hanno tentato,
che non erano all’altezza,
che non potevano,
che non volevano, 
che non capivano, 
siamo tutti gli stupidi,
gli innamorati,
gli arrapati,
gli incazzati,
i perdenti,
i giusti,
i vogliosi
tutti quelli che hanno fallito
dove noi riusciamo.

Dove tutto è troppo
noi riusciamo.

Quando tutto è impossibile, lento, esasperante,
la disperazione è già nella colazione
ed il tormento allieta giornate lunghe tre autunni,
noi riusciamo.

Perché lei, su quel letto,
era tutte le donne del mondo.

I capelli fili di tela che tessuta sul mio cuore
facevano presa ad ogni colpo che davo.
Le sue gambe aperte
erano ciò di più lontano dal semplice sesso. 
Un ritorno all’origine
un bisogno della testa, del cuore e della pancia.
Gridare in silenzio,
scopare con gli occhi,
nutrirsi di fiati
e bere… bere… bere tutta la vita, dall’ombelico in giù.

Le sue gambe andavano al di là del semplice contatto,
la sensazione più incredibile che avessi mai provato,
snodabile e capace di subire la mia ira
orgogliosa vestale
tradita dai gemiti soffocati
e dagli occhi imploranti di gloriosi “Ancora!”. 
Oh non soffrirai più la fame
foss’anche dovessi tu cibarti di me…

Le serrai le mani con le mie, 
la ribellione soffocata in un secondo,
e tra le sue gambe
io entrai. 
Forse Alessandro ebbe una simil gloria a Babilonia. 
Ma più nessuno l’avvicinata 
com’io su quel letto illuminato da una semplice finestra sul tetto.

Inferno e Paradiso,
loro stessi,
si son placati 
e teso gli orecchi
verso la Terra,
quella stessa terra che hanno devastato con stupide logiche di Bene e di Male. 
Noi riusciamo perché siamo al di là del Bene e del Male. 
Lontano da stupidi limiti
siamo inni alla vita
pura e dura. 
Gli schemi si infrangono sulle corazze dorate 
che un potentissimo Nonsochi
ci ha dato in dono. 
Se pur in guerra tra noi,
abbiamo scelto di unir le forze. 

Non senti quanto alto diventa il mio dono?
Non senti le mie parole qui lette arrivarti in testa senza io far voce al tuo orecchio?
E non vedi i miei occhi scrutarti tra queste righe?
I limiti sono invenzioni che gli dei ci instillano in ogni alba e ad ogni tramonto
per paura, loro stessi, di vedersi superare dalle loro piccole creature. 
I limiti non esistono.
Possono mettermi migliaia di chilometri,
montagne e fiumi tempestosi,
oceani… fors’anche stelle e mondi interi.
Ci basterà chiudere gli occhi. 
Ed in meno di un baleno,
essere di nuovo sul letto. 

Gli altri non arrivano,
dove noi riusciamo..

E piangerai di gioia 
e dirai “basta”. 

Allora con un bacio,
sarò tuo. 
Sarai mia. 

Dove noi riusciamo…

 

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E’ buio a Downtown.
Cisco ha il cappello calcato, il trench stretto in vita, e fuma appoggiato al muro la sua Merit.
Piove ovunque ed aspetta fuori al Monsu’s, l’asfalto è bagnato e poche Cadillac scassate ai bordi dei marciapiedi rovinati.
La porta di servizio è chiusa per bene, sigillata ed una luce striminzita la illumina male.
E’ lì per un motivo. 
Semplice.
Limpido.
Chiaro.
Duro.
Zoe. 

Sono anni che si conoscono, entrambi diplomati lo stesso anno alle superiori poi persi e ritrovatisi in più occasioni.
Un seguirsi, rincorrersi e schermarsi. Nascondersi e bestemmiarsi.
Un giorno lui la baciò in una bisca vicino alle roulette, di nascosto agli amici ubriachi intenti a far baldoria.
Un bacio veloce, un flash stampato veloce. 
La teneva per la mascella ed immobilizzata per un braccio, era tesa come una corda ma rideva come fanno i soli delle 
giornate calde a mare. 
Aveva paura, la sentiva, con le narici, con la pelle.
I corpi vicino per un attimo. 
Un’insana voglia di non dover uscire dalla stanzetta delle roulette,
poi una mano invisibile li scaraventa fuori perché troppo forte quella sensazione,
una pistola puntata sul cuore pronta a sparare.
“L’ho hai sentito quel ferro sul cuore, Zoe?” – a denti stretti disse Cisco mentre controllava l’orologio
fuori in un vicolo a Downtown.
Fuori pioveva, il mondo piangeva.

La porta di servizio si apre, dal locale escono prima le gambe affusolate,
poi l’inconfondibile sagoma di Zoe.
I capelli coi riflessi rame, orecchini triangolari argentati, gli occhi incorniciati dal mascara 
e l’espressione indecifrabile che la bellezza si porta dietro e spesso condanna all’avidità di uomini maledetti.
Ingoia duro Cisco. Calca il cappello per bene e mani in tasca, dritto e veloce va verso Zoe.
Una macchina inchioda all’ultimo a tre dita dal suo ginocchio.
Zoe di scatto guarda in direzione…
… e si vedono, senza vedersi, negli occhi, nel cuore, nella pancia, nell’anima.
Il clacson del tassista,
il pugno sul cofano di Cisco
e Zoe scappa. 
Ancora una volta.
Stavolta no!” – un tuono , come un Zeus incazzato, dai polmoni risale atroce e rimbomba nel vicolo.
Zoe è una libellula, con gambe bianche come il latte e veloci i tacchi schiacciano i marciapiedi luridi.
Si guarda dietro, coll’affanno e la paura negli occhi.
Corre veloce, per sfuggire al destino che gli dà botte sui fianchi, per destarla, per riprenderla,
un richiamo primordiale,
un istinto insanabile,
come il sole fa posto alla luna
ed il fiume va nel mare,
come il caldo del fuoco,
e la paura della morte.
Ma non è la morte quello che la rincorreva.
E’ Cisco,
l’altra metà perfetta in un mondo perfetto
che ogni atomo teneva lontano e pure ora la inseguiva.
Stammi lontano” – la voce strozzata , i capelli di rame e lisci bagnati dalla pioggia.
Muto corre nella notte, fendendo la pioggia e l’aria, tipo una freccia scoccata 
con la sicurezza e la speranza profonda di colpire la mela sulla testa dell’amata.
Poteva sentire il cuore battere, e la disperazione assalirla.
Ancora un passo, il polso vicino e l’odore potente.
La prende dal polso, la fa girare su se stessa
e bum… a rallentatore gira su se stessa, coi capelli, con gli occhi, con la bocca,
il vestito che si alza sopra le ginocchia. 
Tutto a rallentatore, tutto perfetto. 
Fottutamente perfetto.
“Aaah….”  le spalle contro una saracinesca grigia, il rumore sordo
la pioggia aumenta. 
Cisco spinge Zoe con le mani sui polsi, contro la saracinesca.
“Cisco! Cisco! …… Cisco…” la voce si affievolisce
i seni si gonfiano ritmicamente, il fiato riprende ritmo 
lo sguardo è languido 
Cisco è fuori di sé davanti a quello che vede.
“Ho rabbia. Sei uno stronzo. Tutto questo tempo e tu ora arrivi, pretendi di notte, con la pioggia, di arrivare qui
e cosa pretendi? Cosa vuoi da me? Cosa cerchi? Lasciami stare. Lasciami stare...” – perde le forze Zoe.
Poi esplode. 
Se solo sapessi quante volte mi sono nascosta, quante volte ti ho allontanato….” 
Il petto si stringe intorno alle costole di Cisco ( non è il fiatone della corsa, né colpa della Merit bagnata ).
“Zoe… “.
Zitto. Ho paura. Non guardarmi. Non parlarmi sparisci“.
Si svincola, riprende a camminare sotto la pioggia. 
Zoe. Fermati. Stavolta non ti lascio andare. Stavolta no.”
Si ferma. China con la testa, la pioggia la picchia duro, si fa più piccola.
Ho paura. Se solo sapessi…. quel che sento, quello che voglio, quello che provo
Non dire nulla. Io lo so
Si gira verso di lui. 
Poi scappa di nuovo. Ancora una volta. 
E stavolta Cisco corre più veloce. 
La raggiunge. 
La blocca. 
La stringe verso di se. 
I corpi attaccati.
Zoe lo guarda negli occhi. Gli tira un morso al labbro
quasi per mangiarlo
per farlo suo
e Cisco… Cisco è un dio
che decide del suo destino in quei momenti
la solleva come il vento fa con le foglie 
le prende la testa tra le mani grandi e forti
guardami.. guardami negli occhi
e la bacia….. 
le labbra dure di lui, quelle morbide di lei
il corpo duro di lui, i seni morbidi di lei
la pelle dura di lui, la pelle morbida di lei
il sapore della bocca 
il contatto.

Si baciano disperatamente sotto la pioggia,
due persone passano dalla parte opposta e non se ne accorgono,
il semaforo dell’incrocio scatta sul verde e le macchine ripartono,
un uomo fuma alla finestra, con una mano sotto il mento, ed il gomito sul davanzale sporcato dagli uccelli. 

I portoni della notte 
si prendono cura dei disperati
che soli, troppo soli, troppo troppo per questo poco 
per queste briciole che qualcuno lascia
si fanno compagnia
ambendo dove gli altri, i miopi, gli stolti 
sono senza gloria
senza dei
senza Amore,
coi pali, paletti, palafreni, con le bende, coi lacci, col marcio
di chi ha paura ad aspettare qualcosa che non sanno e mai sapranno. 

Cisco e Zoe si baciano ancora. 
Disperati eppure stupendi 
Deboli e così forti
Insicuri e pure così certi
che per un attimo, un bacio, una notte, una vita
loro hanno spinto contro i portoni della notte
detto di no. 

Una insana voglia
una paura fottuta
solo baciarsi.
Un attimo in cui tutto sarebbe potuto essere,
nel mondo del condizionale,
e soltanto FURONO.

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Ho sempre voluto ambire. 
Mirare in alto.
Tirare il petto in fuori.
Essere eccezionale.
Fuori dall’ordinario.
Ammirato.
Di più.
Una continua tensione verso la gloria, il rispetto, l’essere temuto.
Una innaturale propensione all’autodistruzione.

Posso dire, come te che leggi, che ho vissuto.
Vissuto diverse vite. 
In cui ogni volta, morivo un po’.

Capita, mi dico.
Capita, che poi quando qualcuno che ne fa parte, fa il salto, e puff, lo perdi. 
Si sgancia da te. 

Ho visto molte persone nella mia vita. 
Far capolino.
Scompigliare tutto. 
Sparire. 
Chi in punta di piedi, chi sbattendo la porta.
Chi dando fuoco, chi pugnalando.

Era la gloria ad accecarmi.
La gloria.
O come si dice da qualche parte: ” a gloria”.

Voler essere diverso.
Voler essere migliore.
Sentirsi inadeguato.
Sentirsi stomacato.
Sentirsi stretto. 
Che le costole fanno male ai polmoni, che non riesci a respirare bene.

La gloria la immaginavo, la immagino, in forme disparate.
Dal guidare una nazione, una città, una multinazionale.
Passando dal prendere 10000€ al mese, o magari essere un diplomatico.

Qualcuno mi ha detto che devo fare le cose per me. 
Devo vivere in funzione mia.  Non degli altri. 

Qualcun altro invece mi insegna tanto con la sua STRAordinaria normalità.
Gente che resiste. Gente che non si smuove dalle tempeste intorno.
Gente che ti vuole ancora, che ti raccoglie nonostante quello che ti senti essere.
Un rudere. 
Un catorcio rumoroso. Che inizia anche ad arrancare. 
Che ha perso volontà di potenza, che ha perso voglia di ambire. 

Che ha capito qualcosa in più. 

Che la mia vita non è solo ora. 
Che tutto non lo puoi racchiudere in un post.
Che uno sguardo però può dire più di tante tante tante parole.

Io chiudo così. Come mi capita di dire spesso in questo periodo.
Io domani muoio. 
Quindi non me ne frega un cazzo. 

Come dice il mio amico Mario, è solo una buona scusa per fottere.
Ma alla fine… come si viene al mondo?

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