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Posts Tagged ‘Zoe’

il mondo non ti avrà

Zoe…. ti strofini contro il mondo… ma il mondo non ti avrà… 

Niente rate niente sconti. Solo viva come vuoi

Dire quello che non riesco… mentre tu vuoi ridere

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più

Esce di casa Zoe.
Il portone dà su un portico, in centro a Bologna.
Cammina veloce Zoe.
Guarda per terra, le pietre tagliate.
Gli archi riflettono la luce del meriggio
dopo la pioggia di maggio.
Cammina veloce Zoe.
Ride.
Sorride.
Alla vita, ai giorni, a quello che sarà.
Cammina veloce Zoe.
Tra le ombre dure degli uomini deboli
coi cappelli in testa e le mani in tasca.
Gli uomini dagli occhi a pesce,
squallidi come sono loro sanno essere.
Cammina veloce Zoe.
Quanti sguardi hai tenuto addosso Zoe?
Quanti ti hanno accoltellato alle spalle?
E quanti t’hanno voluta?
Quanto hai dovuto sopportare Zoe?
E come fai a sorridere così? Le tue piume dove sono?
La tua forza da dove nasce?
Cammina veloce Zoe.
Il vento l’accarezza,
la corazza è dura e resistente.
Tiene testa Zoe.
Perché lei è questa.
Sorrisi e lacrime,
occhi dolci,
sogni nascosti,
verità indicibili,
storie dense,
sangue fluido,
mani che toccano,
mani che pregano.
Prega Zoe. Prega di nascosto la sera nel letto, la luna nel cielo.
Sogna Zoe. Con gli occhi aperti, coi pensieri sciolti.
Vive Zoe. La vita sua. Non più quella degli altri.
Vorrei non dovesse tenere testa più al mondo intero.
Vorrei che riposasse i piedi.
Vorrei godesse della vita, dei sapori, dei rumori che ancora non conosce.

Quanto hai dovuto sopportare Zoe?
Zoe.. getterà la maschera. Finirà la recita.
Dovrà dire quel che vuole.
“Non avere stupide paure”.
Perderai, perderò, perderemo.
Senza cattiveria.
In pace.
Che la vita è questa.
E’ prendere una rete matrimoniale un giorno, in un centro commerciale.
E costruire castelli di carta.

Quanto hai dovuto sopportare Zoe?
Ti aggrappi agli oroscopi.
E le stelle ce le hai dentro. 
Che scoppiano. Un fuoco incontrollabile che tutto prende e tutto travolge.

Non ti conosco Zoe.
Forse in quello che dici c’è poco di quello che pensi.
Ma sento, che tu,
sola non sei.
Più.

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sottosopra

Mi dicono che devo trattenere la mia scrittura.
Non farla girare a mille e millemila giri. Che porta a spompatura.
Vero. Io mi annoierei a leggere di uno che spinge a mille e millemilagiri.
Ma tu…. tu… tu puoi capire davvero come si sente chi è qui che scrive?
Ho una tigre tra le mani, che ruggisce tanto che fa paura pure a me.
Non è domabile.
Non vuole padroni.
Non vuole consigli.
Corre forte, a volte.
Graffia e morde altre.
Spesso sonnecchia.
Ma non la stuzzicherei molto.

Se chiudo gli occhi.
E faccio partire la musica…

… io vedo Lei.
Scende delle scale in pietra.
Tre scalini.
I piedi indossano scarpe aperte con tacco allacciate sul dorso del piede.
Il colore è nero.
Scende lentamente, i capelli sono dietro l’orecchio sinistro e le arrivano sul seno.
E’ vestita di luce e bellezza. E mi fa godere come se fosse la prima volta che vedo.
Ride, sorride, mostra i denti, come la tigre. Ma dolce è. Dolce come la vita che gusti con le dita.
All’improvviso, in quella che sembra una stanza, bella grande e bella arieggiata,
vedo uomini, caterve di uomini, che devono averla amata, desiderata, scopata, perduta, lasciata, fatta soffrire o che ci hanno sofferto, insomma tutti questi Re, Papi ed omuncoli, ebbene si,
tutti, abbassare la testa, inginocchiarsi e rimanere chini.
Lei passa tra loro.
Non se ne cura.
Viene verso di me.
Io dall’altra parte.
Che rido.
Che mi ride.
Che non esiste nulla.
Che non si capisce più dove mi trovo.
Che il mondo è solo un sottosopra.
“Save me…..”
Viene verso di me Lei.
Tutto si dissolve.
Prima le mani, poi i corpi, poi la bocca e gli occhi.
Tutto si unisce.
Tutto sparisce.

Bisogna essere folli.
Bisogna avere la scintilla che Cristo in persona ci deve avere dato.
Sprecare è l’ingiustizia.
I chilometri sono una convenzione per piccoli uomini ottusi con gli occhi a palla come pesci piccoli.
Mettessero tutto il mare del mondo, tutti i muri ed i no.
Voglio vedere come si può fare.

Bisogna essere folli.
Bisogna osare.

Poi, vuoi la musica, vuoi la notte,
a me piace pensarla così.
Che mi sento un Dio,
uno stupido Eros con la sua Venere di oggi.
Che domani non esiste
e ieri non lo ricordo nemmeno.

Io sono.
Io penso.
Io voglio.

Il resto non conta.
Il mondo è sottosopra.
Io naufrago nel cielo e volo per i mari.
Il mondo è sottosopra.

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il bacio

L’allarme della banca strillava nella notte.
La piazza era vuota, solo qualcuno passava velocemente, col vento freddo ed il Natale alle porte.
Rapidissima l’ombra sul muro, passi sicuri e svelti.
Verso l’incrocio, la strada in salita, il cavallo di ferro alle spalle.
Cisco aveva preso, che brutto dire rubato, quello che doveva da quel posto.
Ora l’allarme gridava a tutta Downtown quello che era successo.
Ora tutti lo avrebbero cercato.
A Downtown in molti sono buoni, pacati, giusti, retti, innocui, saggi.
Cisco non aveva niente da condividere col quel posto. Ma da bravo figlio di buona donna aveva imparato a nascondersi, a camuffarsi.
Correva, assorto nei pensieri, nebulosi.
Era giusto quel che aveva fatto?
Si? No?
Il mondo è quel posto in cui alle domande si deve necessariamente rispondere?
Gomme frenano sull’asfalto, il motore dell’auto è su di giri.
Zoe aprì la portiera. Cisco ci si fiondò dentro. Ingranò la prima e via, per le strade della città.
Nessuno disse una parola.
Poi ad un incrocio Zoe svoltò a sinistra e si accostò vicino ad un marciapiede. La macchina in folle.
Come quella notte.
Poggiò la testa sul sedile e ridendo, con la paura attaccata al viso, si girò. Cisco era schiacciato contro il suo sedile.
Farfugliò qualcosa.
E si baciarono.
Disperatamente. Come dei disperati. Come dei condannati a morte.
Le teneva la testa, i capelli erano tantissimi e lei rideva ed affogava in una voglia che mai aveva sentito prima.
Fu come baciare una prima volta.
Come essere un ragazzino.
Fu la certezza mai saputa di un bacio perfetto come i sogni t’insegnano nelle notti d’estate dei tredicenni che possono tutto col pensiero.
“Cisco… Cisco… quanto ti ho aspettato” e lo baciava, beveva i suoi baci.
A gloria.
Una sirena s’avvicinava. Zoe pigiò l’acceleratore e schizzarono via come schegge impazzite.

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(ora)

Un sorriso triste, tragico, dipinto sul suo viso. 
Accenna una mossa con le mani, poi va al pianoforte. 
A Downtown finalmente l’alba ha preso piede. 
Un’intera notte è trascorsa. 
Cisco e Zoe sono al centro del salone principale dell’albergo. 
Tre delle quattro pareti dell’enorme stanza sono composte da finestre enormi, alte almeno 5-6 metri, di legno bianco laccato e vetri un po’ sporchi di condensa verso il soffitto. 
La luce entra come un re in parata, in città vinte,
baldanzosa e fiera, 
diretta e senza filtri, e si riflette sul pavimento a scacchiera, lucida e pulitissima.
Cisco si siede ed inizia a suonare un motivetto stupido, con puntate sul DO e sul FA.
Il cuore mio non ce la fa” 
Sembrava tutto così semplice, per quelli come noi
Senti che ci manca qualcosa, che c’è sempre una scusa, che la gioia si è offesa, che non c’è la scintilla, ma una colpa (sinceramente) non c’è“.

Adesso dirsi tutto è utile
Resta che una parte del cuore sarà sempre sospesa, Zoe
Come fosse in attesa?”
Ecco un raggio di sole entrare dalla finestra.
C’è sempre una scusa, si è spenta una stella ed una colpa non c’è“. Cisco socchiude gli occhi.

Tu ci credi a quello che non vedi..?”
Eppure…” Zoe non riesce a parlare, ha un nodo in fondo, ha capito.

Non sapevano bene cosa stava succedendo. 
Come ci erano finiti. 
Quando ci erano entrati. 

Il sole è su. 
L’aria profuma di buono.

L’amore (ora) è un’altra cosa“. 

Zoe spalanca gli occhi. 
Trema la sua bocca. 
Trema tutto il mondo. 

E domani?

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Il cubetto di ghiaccio di scatto si sposta nel bicchiere mezzo pieno di qualcosa di ambrato e molto molto alcolico.
Dietro, il fumo della sigaretta lento ed inesorabile sale verso il soffitto tappezzato con fiori verdi.
Cisco fissa perplesso il bicchiere prima, la finestra dopo, il bicchiere prima, la finestra dopo.
La tenda, bianca e trasparente, si muove col vento che ha portato via la pioggia.
La notte entra umida senza chiedere permesso in quella stanza di hotel, giù a Downtown.
Zoe è alla finestra, le luci della città negli occhi, la stanchezza degli uomini nell’aria come le mani, come le gambe.
I capelli dietro l’orecchio si sganciano all’improvviso e si gira verso Cisco. 
Dammi una risposta. Perchè? Perché? Maledizione!”
Cisco tira una boccata profonda, butta fuori dal naso, il braccio a mezz’aria, sul bracciolo del divano appoggiato.
Potevamo starcene buoni, da una parte, zitti, fermi, perché? perché?”
Cisco rimane zitto, sente un peso al centro del petto. 
Ti terrei con me, ovunque tu voglia… te lo giuro” insiste lei.

Dal palazzo vicino si sente Al Green, partire piano come i treni, che prima o poi arrivano uscendo da una galleria 
o da una nuvolona di vapore… “this broken heart

Volevo solo passare qualche giorno sola con te, per togliermi questa disperazione strisciante, questa voglia che mi sta portando all’inferno, fanculo l’orgoglio, fanculo le armature, fanculo le maschere…
Cisco la guarda con la bocca socchiusa
tell me how can you stop the rain from falling down?” – canta Al Green.
Zoe è bellissima, è una Venere, è una Madonna, è una statua a cui ci si deve inginocchiare. E’ quello che gli uomini vogliono.
O forse solo quello che Cisco vuole, come lei vuole.

I cuori si rompono. 
Le anime si strappano come fa la pelle dalla carne a volte. 
E fanno male. Fanno male. Come una zappa che violenta la terra. 
Dove nascono poi frutti succulenti, buoni, belli che danno senso al sudore, alla fatica, al nulla che intorno c’è e ci portiamo dentro.

How can a loser ever win?” – disperato Al Green dal palazzo vicino.
Qui non ci sono eroi, non ci sono vincitori, non ci sono “quelli a cui va bene”. 
Perdiamo tutti, vinciamo tutti. 

Cisco si alza. 
Col dorso accarezza il viso di Zoe, la luna è rossa di rabbia. 
La tocca. 
Con un dito. 
Non ci sono sempre perché. 
Non ci sono sempre spiegazioni.
Zoe, non ci sono sempre spiegazioni“.

Non ci sono eroi. Non ci sono santi. Solo uomini. 

E’ tutto sbagliato” 
Cisco è svuotato. Non ha più niente da dare. Da dire. 

I could never see tomorrow” …. la musica è ovunque.
Zoe non tremare. Non tremare stanotte. Non devi avere paura di nulla… siamo solo quello che siamo.
Fiato e voglia, 
mani e denti, 
cuori rotti e mai sazi,
perdenti eppure mai domi,
feriti eppure orgogliosi,
duri come la vita e le pietre

Zoe non tremare...”
e piano le sfila il vestito, perché non c’è altro da fare, altro da dire, altro da volere.
Punto

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E’ buio a Downtown.
Cisco ha il cappello calcato, il trench stretto in vita, e fuma appoggiato al muro la sua Merit.
Piove ovunque ed aspetta fuori al Monsu’s, l’asfalto è bagnato e poche Cadillac scassate ai bordi dei marciapiedi rovinati.
La porta di servizio è chiusa per bene, sigillata ed una luce striminzita la illumina male.
E’ lì per un motivo. 
Semplice.
Limpido.
Chiaro.
Duro.
Zoe. 

Sono anni che si conoscono, entrambi diplomati lo stesso anno alle superiori poi persi e ritrovatisi in più occasioni.
Un seguirsi, rincorrersi e schermarsi. Nascondersi e bestemmiarsi.
Un giorno lui la baciò in una bisca vicino alle roulette, di nascosto agli amici ubriachi intenti a far baldoria.
Un bacio veloce, un flash stampato veloce. 
La teneva per la mascella ed immobilizzata per un braccio, era tesa come una corda ma rideva come fanno i soli delle 
giornate calde a mare. 
Aveva paura, la sentiva, con le narici, con la pelle.
I corpi vicino per un attimo. 
Un’insana voglia di non dover uscire dalla stanzetta delle roulette,
poi una mano invisibile li scaraventa fuori perché troppo forte quella sensazione,
una pistola puntata sul cuore pronta a sparare.
“L’ho hai sentito quel ferro sul cuore, Zoe?” – a denti stretti disse Cisco mentre controllava l’orologio
fuori in un vicolo a Downtown.
Fuori pioveva, il mondo piangeva.

La porta di servizio si apre, dal locale escono prima le gambe affusolate,
poi l’inconfondibile sagoma di Zoe.
I capelli coi riflessi rame, orecchini triangolari argentati, gli occhi incorniciati dal mascara 
e l’espressione indecifrabile che la bellezza si porta dietro e spesso condanna all’avidità di uomini maledetti.
Ingoia duro Cisco. Calca il cappello per bene e mani in tasca, dritto e veloce va verso Zoe.
Una macchina inchioda all’ultimo a tre dita dal suo ginocchio.
Zoe di scatto guarda in direzione…
… e si vedono, senza vedersi, negli occhi, nel cuore, nella pancia, nell’anima.
Il clacson del tassista,
il pugno sul cofano di Cisco
e Zoe scappa. 
Ancora una volta.
Stavolta no!” – un tuono , come un Zeus incazzato, dai polmoni risale atroce e rimbomba nel vicolo.
Zoe è una libellula, con gambe bianche come il latte e veloci i tacchi schiacciano i marciapiedi luridi.
Si guarda dietro, coll’affanno e la paura negli occhi.
Corre veloce, per sfuggire al destino che gli dà botte sui fianchi, per destarla, per riprenderla,
un richiamo primordiale,
un istinto insanabile,
come il sole fa posto alla luna
ed il fiume va nel mare,
come il caldo del fuoco,
e la paura della morte.
Ma non è la morte quello che la rincorreva.
E’ Cisco,
l’altra metà perfetta in un mondo perfetto
che ogni atomo teneva lontano e pure ora la inseguiva.
Stammi lontano” – la voce strozzata , i capelli di rame e lisci bagnati dalla pioggia.
Muto corre nella notte, fendendo la pioggia e l’aria, tipo una freccia scoccata 
con la sicurezza e la speranza profonda di colpire la mela sulla testa dell’amata.
Poteva sentire il cuore battere, e la disperazione assalirla.
Ancora un passo, il polso vicino e l’odore potente.
La prende dal polso, la fa girare su se stessa
e bum… a rallentatore gira su se stessa, coi capelli, con gli occhi, con la bocca,
il vestito che si alza sopra le ginocchia. 
Tutto a rallentatore, tutto perfetto. 
Fottutamente perfetto.
“Aaah….”  le spalle contro una saracinesca grigia, il rumore sordo
la pioggia aumenta. 
Cisco spinge Zoe con le mani sui polsi, contro la saracinesca.
“Cisco! Cisco! …… Cisco…” la voce si affievolisce
i seni si gonfiano ritmicamente, il fiato riprende ritmo 
lo sguardo è languido 
Cisco è fuori di sé davanti a quello che vede.
“Ho rabbia. Sei uno stronzo. Tutto questo tempo e tu ora arrivi, pretendi di notte, con la pioggia, di arrivare qui
e cosa pretendi? Cosa vuoi da me? Cosa cerchi? Lasciami stare. Lasciami stare...” – perde le forze Zoe.
Poi esplode. 
Se solo sapessi quante volte mi sono nascosta, quante volte ti ho allontanato….” 
Il petto si stringe intorno alle costole di Cisco ( non è il fiatone della corsa, né colpa della Merit bagnata ).
“Zoe… “.
Zitto. Ho paura. Non guardarmi. Non parlarmi sparisci“.
Si svincola, riprende a camminare sotto la pioggia. 
Zoe. Fermati. Stavolta non ti lascio andare. Stavolta no.”
Si ferma. China con la testa, la pioggia la picchia duro, si fa più piccola.
Ho paura. Se solo sapessi…. quel che sento, quello che voglio, quello che provo
Non dire nulla. Io lo so
Si gira verso di lui. 
Poi scappa di nuovo. Ancora una volta. 
E stavolta Cisco corre più veloce. 
La raggiunge. 
La blocca. 
La stringe verso di se. 
I corpi attaccati.
Zoe lo guarda negli occhi. Gli tira un morso al labbro
quasi per mangiarlo
per farlo suo
e Cisco… Cisco è un dio
che decide del suo destino in quei momenti
la solleva come il vento fa con le foglie 
le prende la testa tra le mani grandi e forti
guardami.. guardami negli occhi
e la bacia….. 
le labbra dure di lui, quelle morbide di lei
il corpo duro di lui, i seni morbidi di lei
la pelle dura di lui, la pelle morbida di lei
il sapore della bocca 
il contatto.

Si baciano disperatamente sotto la pioggia,
due persone passano dalla parte opposta e non se ne accorgono,
il semaforo dell’incrocio scatta sul verde e le macchine ripartono,
un uomo fuma alla finestra, con una mano sotto il mento, ed il gomito sul davanzale sporcato dagli uccelli. 

I portoni della notte 
si prendono cura dei disperati
che soli, troppo soli, troppo troppo per questo poco 
per queste briciole che qualcuno lascia
si fanno compagnia
ambendo dove gli altri, i miopi, gli stolti 
sono senza gloria
senza dei
senza Amore,
coi pali, paletti, palafreni, con le bende, coi lacci, col marcio
di chi ha paura ad aspettare qualcosa che non sanno e mai sapranno. 

Cisco e Zoe si baciano ancora. 
Disperati eppure stupendi 
Deboli e così forti
Insicuri e pure così certi
che per un attimo, un bacio, una notte, una vita
loro hanno spinto contro i portoni della notte
detto di no. 

Una insana voglia
una paura fottuta
solo baciarsi.
Un attimo in cui tutto sarebbe potuto essere,
nel mondo del condizionale,
e soltanto FURONO.

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