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Archive for the ‘La cultura è un'altra cosa’ Category

Un giorno moriremo, ma il canto viene prima.
Nonna tu nei cortili dell’estate, già alzata all’alba,
sola ad aprire imposte e ricevere il sole,
accompagnando la febbre dei miei ultimi sogni con lo strofinio appena udibile dei tuoi pasi,
entrando dalla parte del giorno a restituirmi il mondo nella fragranza del caffellatte.
Non dimentico nulla, io crebbi sulla sponda della tua vestaglia e dei tuoi scialletti,
del tuo gusto per il lilla che ti fa come una cenere di colombe fra i capelli e le guance,
e sento un’altra volta il soave andare delle pantofole che ti portai dal Cile.
E sto vedendo la lunghissima treccia che tu lasci libera
quando ti alzi, come un ricordo dei tuoi anni di ragazza.
Tu non lo sai, nonna, però in te finisce il tempo, la successione dei giorni e delle spiagge, delle aule e dei pianti, dell’amore nei suoi mille specchi, dell’uomo e del bambino che riconciliano le loro distanze nei tuoi occhi, oh paese della pace.
Ti vedo e sono piccolo e sono proprio io, e niente impedisce che il piccolo e l’uomo ti diano lo stesso bacio e si rifugino nel tuo abbraccio. Questi capelli che tu accarezzi e che pettinasti per la prima volta, questa fronte che stai baciando e che lavasti dal sudore della nascita, queste mani che vanno per il mondo palpando i suoi bei vuoti, e che guidasti nel primo incontro con il cucchiaio e la palla,
tornano al posto del riposo, e non se ne vanno, nonna,
sebbene io viva alzato verso tante rotte, e non se ne vanno, nonna.

La nonna spunta con il giorno a visitare l’orto e le galline
spartisce l’acqua e il mais, ammira i pomodori e i loro progressi,
e gode del racemo che si inerpica, del lampadario delle prugne regine claudie,
e va per le profondità della casa distribuendo l’ordine.
A volte mi alzo, l’accompagno e, associato ai suoi riti,
do da mangiare agli uccelli e irrigo le veccie, sento il tremito dell’acqua sui rampicanti che bucano i muri e che la ricevono crepitando e si riempiono
di scintille.
Ho dieci anni, vivo insieme ai bruchi e alle anatre, sono tenero e crudele,
ammazzo e proteggo, ordino come un re le cose del mio regno,
e sopra di me sta la nonna, le arrivo già all’altezza delle spalle, sulla punta dei piedi arrivo a baciarla,
e i nostri occhi si scoprono nell’allegria comune dei polli nati durante la notte.

Il nostro giardino durò quanto l’infanzia. Né tu né io lo dimenticheremo,nonnina.
Non dimenticheremo il sapore delle pesche bianche,
delle barbabietole, delle zucche incendiate.
Fu il tempo del riso al latte coperto di cannella, del piacere delle pannocchie sulla tavola tesa sotto i pergolati.
Stai nella cucina in penombra, con i glicini alla porta,
e curi le cadenze delle bacinelle di gelatina,
le marmellate invernali che ordinerai nella credenza.
Io sto lì, con Giulio Verne e una botta al ginocchio,
felice, guardandoti, sicuro che niente potrà mai accadermi, che in mezzo al mare o all’assalto del polo con il capitano Hatteras, o appeso al cielo con Michel Ardan,
tu mi tieni con te, vicino al fornello da cui l’aroma
inzuccherato cresce come un soave vulcano dipinto a lapis.
Un giorno moriremo, ma prima viene il canto.
E non solo ieri, nonna. A ogni svolta stai lì, piccola
sotto l’architrave, imbacuccata nella tua vecchiezza
senza macchia, nella tua piccola salute,
e ogni volta che mi trae da porte e passi e uomini,
io so che tu stai lì. E che il tuo amore senza altra causa che se stesso
ci sostiene nella notte e ci restituisce l’alba dell’incontro,
e il tempo gira la testa e ci accetta interi,
con il bambino che piange tra le tue braccia,
con il viaggiatore che si lava della polvere nel tuo sorriso,
con la giovane nonna che corre in mezzo alla neve per rallegrare il nipote,
con questa vecchietta che sostiene sulla soglia la lampada del benvenuto.
E il primo che muoia sappia che niente muore
e che la perfezione regnò nel suo giorno.

 

Julio Cortazar

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1995.
Divano a tinte chiare sul blue, celeste, indaco, verdino e bianco con tratti floreali e curve.
Io su quel divano.
Due fette di pancarré appiccicate da uno strato densissimo di nutella.
Due bottigliette di succo di frutta alla pera poggiati ai piedi.
I miei occhi fissi su un Telefunken nero.
MTV.
Il mio pomeriggio era incuneato su quell’appuntamento alle 17.50 su TeleMonteCarlo, canale 9.
Aspettavo ogni giorno quel momento, subito dopo aver finito i compiti, facevo merenda, vedevo i cartoni, ed aspettavo le 17.50. Incurante di tutto, del mondo, dei compagni di scuola, della prima ragazzina che mi faceva sognare la notte, di mio padre a spaccarsi schiena e palle al lavoro, di mia madre che ansiosa voleva che crescessi sano bello e forte.
A me fregava niente.
Ero innocente.
MTV.
Zac, canale 9.
Una ragazza “colorata di marrone” parlava una lingua che non conoscevo ma che pian piano imparavo a conoscere, almeno quando chiamava gli artisti, o pronunciava “video” in quel modo così strano: “vereo”. La ragazza era Eden Harel, il programma era la striscia quotidiana dei migliori e più quotati video in Europa: Top Five.

Se ci ripenso a quanto cazzo ci tenevo a quel programma, riesco per ricordo a sentirmi come allora..
Lì ho iniziato a sentire musica per i fatti miei, ad ascoltare il mondo, a pensare all’Europa, alla meraviglia di pensare che in quel preciso momento un portoghese, un inglese, od uno svedese potevano essere sintonizzati davanti al proprio televisore e vedere esattamente quello che vedevo io.
Era qualcosa che mi mandava fuori di testa per la gioia.

Cazzo io che vedevo le stesse cose di una persona di un altro paese!
Era il 1995 baby.
Internet non esisteva ed i PC erano dei miseri 386i e si giocava con i GameBoy.

Il mio mondo  lì.
Se mi sforzo ricordo di aver visto qualche volta anche un tipo con i dreads biondi, pensando a che cacchio di capelli c’aveva il ragazzo che parlava inglese. Non potevo sapere che era italiano e che si chiamava Marco Maccarini…

In ogni caso aspettavo le cinque canzoni, pronto a giudicare quale posizione, quale andamento, quale permanenza, pronto a mimare le batterie e gli assoli. Sempre su quel divano. Sempre innocente.
Non esisteva niente.
Ricordo molte canzoni, molte pietre miliari, tanta felicità.
E poi ricordo due canzoni in particolar modo.
La prima, di cui ancora oggi non conservo un bel ricordo è quella di Robert Miles, Children. L’ho odiata per essere stata mesi al primo posto, una canzone che aborro davvero.
La seconda è quella per cui sto scrivendo questo post.
“These Days” dei Bon Jovi.

Mi innamorai della canzone, del ritmo, del video: di quel mondo enorme ed ignoto ma alla portata della mia mano, conscio che stava cambiando tutto….

I was walking around, just a face in the crowd 
Trying to keep myself out of the rain 
Saw a vagabond king wear a styrofoam crown 
Wondered if I might end up the same 
There’s a man out on the corner 
Singing old songs about change 
Everybody’s got their cross to bear, these days 

She came looking for some shelter with a suitcase full of dreams 
To a motel room on the boulevard 
I guess she’s trying to be James Dean 
She’s seen all the disciples and all the “wanna be’s” 
No one wants to be themselves these days 
Still there’s nothing to hold on to but these days 

These days – the stars hang out of reach 
These days – there ain’t a ladder on the streets 
Oh no no
These days – are fast, nothing lasts, in this graceless age 
There ain’t nobody left but us these days 

Jimmy shoes busted both his legs, trying to learn to fly 
From a second story window, he just jumped and closed his eyes 
His momma said he was crazy – he said momma “I’ve got to try” 
Don’t you know that all my heroes died 
And I guess I’d rather die than fade away 

Yeah
These days – the stars hang out of reach, yeah 
These days – there ain’t a ladder on the streets
Oh no no 
These days are fast, nothing lasts, it’s a graceless age 
Even innocence has caught the midnight train 
There ain’t nobody left but us these days 

I know Rome’s still burning 
Though the times have changed 
This world keeps turning round and round and round and round 
These days ….

 

Una canzone cupa, di cui non sapevo il significato.
In cui ci sguazzo.
La mia Roma brucia e suono svogliato la mia cetra.
E penso che i Bon Jovi oggi mi fanno davvero schifo.
La perdita dell’innocenza.

Tranne “These Days” ovviamente

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Tra lenzuola bianche
mi risveglio,
un mattino biancospino
luci rosse impresse forti in menti
spaccate da atroci tormenti.
Onde chiare,
stanze vuote,
sotto chiavi d’ottone.
Paure amare
ferite di zenzero
mani di grano
affanni caldi soltanto stringono
di umidi ricordi
e tragedie di carne.
Lingue di zucchero,
miscele infuocate
su acque fredde dicembrine
con voglie non capite,
con vite non vissute
pensieri inauditi
e dita violente
che premono lo stomaco.

Ancora.

 

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Camminava per la città Guglielmo.
Più grigia del solito, più umida del solito, più sporca del solito.
Eppure luccicante con quelle pietre bagnate e le luci soffuse dalla pioggia.
La sentiva addosso, scivolargli nelle ossa e nel sangue.
Assorto nei suoi pensieri, tra una boccata e l’altra di Merit, testa bassa e mani in tasca.

Fu all’improvviso, come sempre.
Come quando ti colpisce un fulmine, pensò.
Come quando ti sparano alle spalle, pensò.
Come quando t’attacchi alle labbra di qualcuno, pensò.

Ritrovò Ofelia; passeggiava svelta come un leopardo dall’altra parte della strada.
Tacchi neri, gambe nude, trench sul ginocchio, allacciato in vita e col bavaro alzato, capelli a caschetto e ciuffo sull’occhio.

Bloccò il traffico involontariamente guadando la strada in obliquo. Tre bestemmie lo sfiorarono appena, senza curarsene. Un paraurti addirittura sbatté contro il polpaccio. Lui fisso con lo sguardo su di lei. Come i leoni sulla preda.

La prese per un braccio, bruscamente.
Lei si voltò, neanche un’emozione…

La città era grigia.
Lei era grigia.
Tranne gli occhi, di ghiaccio.
Tranne le labbra, di sangue.

Il resto era tutto un grigio, un regno dimenticato dai colori.

“Che cazzo ci fai qui?” masticò Guglielmo stringendo il braccio.
Sembrava non sorpresa.

La trascinò in un vicolo.
La pioggia aumentò.

Mollò la presa del braccio e la incastonò nella rientranza di una parete.
Sembrava una statua.

“Tu… tu… dovresti essere morta, Ofelia!”
Sorrise Ofelia.
Come mai prima.

“Vero Guglielmo. Se fu vero, vero è anche che sono rinata”.
“Non capisco”.

Gli occhi di Ofelia erano ghiaccio, ma caldo. Profondi come il cielo.

Ho attraversato gli inferni dell’anima, dove il buio diventava l’unica cosa calda che sentivo, implorando che la notte scendesse presto solo per essere avvolta ed annullata. E nell’inerzia mi sono fatta travolgere passivamente dalla corrente della vita, lentamente trasportata dalle acque, come nel fiume prima di annegare. Ma il mio non era l’ultimo viaggio, perche nel mio silenzio mi sono ritrovata a scrutare ciò che accadeva attorno e dentro me. E’ stato un modo per capire dove sono e dove vorrei arrivare, la possibilità di racchiudere in un cassetto in fondo all’anima un amore lontano nel tempo e nello spazio e fare posto a qualcun altro. Ad un uomo che nel frattempo gravitava attorno a me. E sono stata io a tendergli la mano, ad accoglierlo per prima“.

“Ma Amleto?”
“Me ne fotto di lui, Guglielmo. Me ne fotto. Ha ucciso mio padre, ha ucciso me. Non so più niente di lui, e niente più importa”.

“Non posso lasciarti andare Ofelia, tu sei qui per vendicarti”.
Non hai capito niente.. Mi riscopro una donna che ha ritrovato la fame, che vuole mangiare lentamente e a volte con foga. Che vorrebbe bere dalle mani di chi amo più di quella foglia che cade o di me stessa, riscoprire se stessa nei suoi occhi … una donna che vorrebbe offrire le sue mani al mondo, che a quel mondo si è donata”.

Ancora una volta sorrise Ofelia.
Accarezzò dolcemente Guglielmo e svanì dal vicolo.

Fu sogno?
Fu desto?

Fu che smise di piovere, che una storia era finita dove un’altra era iniziata.
Guglielmo scrollò le spalle.
Ad Amleto non avrebbe detto niente.
Ammesso che fosse ancora vivo.

Poi sorrise.
E capì quello che Ofelia gli aveva detto.

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Scivoli.
Risucchiata da un mostro antico
una calamita invisibile.

Ti prendo.
A volte aggrappandomi al tuo dito
stringendo in tempo
con occhi sgranati
del beffardo tempo
ingannato all’ultimo dei suoi figli.

Ancora scivoli.
Giù,
in un vuoto pneumatico
dove niente e nero si mischiano.
Ti prendo per le mani,
intrecciando le dita,
saldando i palmi,
sfiorando i polsi.
Le linee mie e tue
diventano nostre
scorrendo in una luce fragile.

Ti lasci cadere, di nuovo.
Conficco le mie unghie nella tua carne
sopra i gomiti,
la testa indietro
i capelli sul collo
gli occhi chiusi
ti faccio del male
per prenderti
non senti..
ti tiro su.

Ed ancora cadi…
t’abbraccio,
la pelle ancora una volta a contatto.
Che ogni volta ti riconosce,
che si stende e rilassa,
la tua schiena mi appartiene
come legno lucido
con corde tirate,

Tu la chiami gravità.
Io la chiamo attrazione.

Tu dici Psiche.
Io dico Amore.

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magari è questione di troppa sensibilità

una bussola potevi almeno spiegarmelo come si usa… 

ci sono amori che non si ricordano
e baci che non si dimenticano

 

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Una bellissima intervista di Emiliano Mondonico sul Corriere della Sera edizione Bergamo.

L’occasione mancata di un simbolo di entrare nell’immaginario collettivo, nelle chiacchiere da bar, da tavolo, da birra per strada o perché no anche filosofiche riflessioni sul n.1 in campo, non per la maglia ma per lo spirito, l’affrontare compagni di squadra allibiti o la propria tifoseria nello stadio e davanti alle tv.

Niente di tutto questo.
Ominicchi, tristi figuranti, caricacchiacchiere e quaquaraquà.
Perché il calcio è anche questo.

Ed è giusto che se ne parli.

 

Mondonico sul Corriere

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