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La brulla campagna con la nebbia
del mattino di inverno
il grigio del cielo
e l’aria dura.
Alla fine del paese
lento attende un vecchio.
Ha il passo incerto
aspetta il momento giusto
per passare la strada.
La faccia è come la terra che
ha lavorato tutti i giorni
che ricorda, che solo lui può ricordare.
Rughe profonde come i solchi
che a scavato
la pelle marrone
come quel terreno troppo polveroso d’estate
troppo pesante d’inverno
gli occhi neri come i pozzi
d’acqua sempre putrida come merda
che però da lì tutto nasce.
E’ smagrito
la camicia a quadrettoni di flanella
dentro i pantaloni larghi.
Ha la dignità
la dignità che abbiamo perso
la purezza delle vecchie storie
di posti così lontani
che abbiamo sotterrato per costruire
per andare più in alto
per allontanarci da quella terra
che lui mi ricorda aver lavorato
cercato
nei pomeriggi afosi
nelle notti stellate
e le giornate gelate.
Lui è lì
che aspetta il suo turno
ancora una volta
come le stagioni
come la pioggia
come il primo timido indifeso bianco fiore di marzo
con tutte le lacrime,
le bestemmie,
le cure,
la gentilezza,
le domande,
che lo hanno portato a schiudersi.
Al mondo,
alla vita.
E’ lì.
Ha un mazzo di fiori in mano.
Mi piace pensarlo emozionato
come ad un appuntamento.
Ha un mazzo di fiori in mano.
In mani rugose e callose.
Attraversa.
E prende il viale.
Lento ed armonico lo vedo diventare piccolo
e sfuocato.
Il cimitero.
La moglie.
L’amore.
I ricordi.
Il cuore.
Una mattina di febbraio.
Il giorno di San Valentino.

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Questa è la ballata del cielo e della terra,
uniti nella notte
divisi dal giorno.
Costretti a scrutarsi immobili
ognuno stretto in cuor proprio
due amanti lontani e disperati,
naufraghi di pensieri,
negli occhi della gente,
nelle ballate di tutti i popoli
di migranti, sognatori, poeti e viaggiatori.
Il miraggio dell’orizzonte,
di poter dire “lì noi ci incontreremo”
ed un vortice continuo
la danza del sole, della luna e delle stelle tutte.
I loro figli sono nuvole e tempeste,
solo così possono toccarsi
fulmini e vento
acqua e lacrime,
sfiorarsi col vento,
un profumo di un fiore
una goccia di mare,
e correre pazzi tutti intorno
con gli uccelli messaggeri innocenti
di missive cariche di odio e disperazione
di un “perché” che corre da tempi sovrumani.
Costretti a guardarsi
senza toccarsi
custodi di segreti e di ballate di tutti i popoli della terra
di tutti gli occhi degli uomini
delle bestemmie e delle mani,
di chi lavora la terra
di chi impreca al cielo
senza che Dio ci ascolti
senza che la Madre ci accolga.
Sospesi
in bolle pressanti
tutto è in mezzo
siamo in mezzo
tra cielo e terra
tra vero ed immaginazione
tra realtà e speranza
tra bianco e nero.
Cielo e terra siamo tutti noi.
La ballata siamo noi.
Alla ricerca disperata di un orizzonte
che magari ti fa sfidare un grande mare
che fanculo la vita stessa,
io ci voglio provare.
Alla sessuale ricerca di un orizzonte
dove poter sfiorare
anche fosse solo un pensiero sfuggente
quella linea sottile
che puoi solo immaginare
ove cielo e terra
finalmente
si possono toccare
quando la notte ritorna
nessuno ti può guardare
e non c’è cielo
e non c’è terra
che nessun uomo
non può sognare..
e torneremo bambini
torneremo dove ci siamo visti la prima volta
gli stessi occhi
la stessa luce
lo stesso momento fisso
i ricordi tu non sai mai come nascono
non sai mai come ritornano
non sai mai come fissarli
eppure ci sono
sotto pelle
sopra i cuscini
vicino alle ombre allungate degli alberi
con l’erba secca e gialla
della terra
e le rondini impazzite
nel cielo.
Proprio qui
nella ballata del cielo e della terra

“La verità è che non sei mai riuscito a fare nulla nella tua vita. Non hai mai finito nulla di tutto ciò che hai iniziato a fare, e per certi versi, secondo me non hai mai iniziato davvero nulla nella tua vita”.
I capelli argento indietro, la sigaretta nell’angolo della bocca, le gambe incrociate sul tavolo, la pelle bruciata dal sole e scavata da rughe profondissime. Faceva paura quell’uomo che sapeva solo chiamarsi Stephen Long.
“La feccia, così chiamo quelli come te, mi ha sempre infastidito. Siete una insulsa serie di puntini di sospensione, un non detto sciapo che mi fa venire un gran mal di testa”.
Poggia il coltello sul tavolo. E’ grosso, lucido e ben affilato. Riflette la luce del pomeriggio caldo, tra gli assi della parete, in quella casa sperduta nel deserto, tra polvere e sudore.
“Signor Long”… non fece in tempo quello a rispondere che con gli occhi di ghiaccio fu messo a tacere.
“Feccia, tu non parli, tu non ti azzardi a rivolgerti a me in nessun modo.”
Butta la cenere per terra e lentissimo fa per alzarsi. Gli stivali affondano in un dito di polvere.
Quello che il signor Stephen Long chiama Feccia, inizia a tremare e piagnucolare. Anzi rantola quasi.
E lo fa bene, perché la mano rugosa di quell’uomo dai capelli argento e dagli occhi di ghiaccio inizia a stringere il suo collo. Una presa lenta, regolare, un crescendo mortale, un morso letale che piano piano lo strappa alla vita.
La fine è segnata.
“Tutto quello che devi fare è morire, e ti assicuro che questa cosa la porterai a termine”.
Dietro un colpo più forte e senti l’osso del collo spezzarsi tra le dita.
Muore così Feccia per mano del signor Stephen Long.
Nel bel mezzo del nulla del deserto dell’Arizona.
Ancora un incarico portato a termine, da un misterioso “datore di lavoro”.
Metà all’ingaggio, metà alla “consegna”.
Foto di rito con l’iPhone ed invio in una chat criptata.
Un lavoro semplice.
“Che puzza sempre di merda” commenta ad alta voce il signor Long, quasi ci stesse ascoltando.
Non era ancora finita la sigaretta, che subito arrivò il nuovo incarico.
La data era a due settimane da quel giorno.
Sgranò gli occhi il signor Long nel leggere il nome del nuovo obiettivo.
“Non è possibile”.

La strada è illuminata dal solito sole fuoco
il cielo rosa, le ombre dure dure dure
come certi schiaffi.
Contemplo.
Respiro piano, tutto è rallentato, tutto è ovattato
tutto è addosso, ma non provo fastidio.
Le puttane ai lati delle carreggiate sono stanche, sfatte,
con la vita che anche oggi non ha risparmiato nulla.
Un uomo guida il trattore pieno di fango.
Olive nere, piccole per il lungo caldo dei mesi scorsi,
cadono innocenti, saltellano impazzite tra buche,
un gatto maciullato, cicche di sigarette.
Alcune si ficcano nei muretti a secco,
altre spariscono nel terreno spaccato,
molte spappolate da ruote di macchine e camion.
L’aria è paurosamente secca, incombe dall’alto,
purificata da venti che non ci toccano,
lontani, da luoghi ignoti provengono, e verso altri vanno…
D’altronde, quando ti immergi in un fiume non è mai lo stesso no?
Così il vento.
Cosa toccherà mai il vento?
Quante facce, mani, quanti odori porterà, quali puzze caccerà?
Sono sotto tutto questo,
ignoro l’origine di questi pensieri,
saranno quel vento che ognuno, cazzo, deve avere dentro,
che smuove, che ci fa alzare, che ci fa fare cose,
lontane ed arcane, sconosciute, che non hanno un inizio,
che non avranno fine.
Vedo i due campanili, uno difronte l’altro.
Il sole, assurdo, lo vedo passare tra entrambi.
Ora tutto è fuoco.
Tutto è nero.
Oh quanto vorrei poter dipingere questi momenti,
quanto vorrei farti sentire quello che sento.
Odori, mestizia, peso, eco, magnificenza.
Si. Magnificenza.
E’ magnificenza quella che vedo.
Sta finendo il mio tempo di chiedermi il perché delle cose.
Sta finendo il mio tempo di infangarmi, da solo, di sgusciare in posti
umidi e vuoti, senza uscita.
E’ magnificenza quella che vedo.
Che sia una oliva che rotola,
od una puttana stanca,
o solo un trattore che torna nel paese.
Il vento me lo ha detto.
E lì miro io.
A quel posto da dove arriva il vento.

Ancora una notte
la strada che si perde nel buio
gli alberi che si strusciano col vento
e la luna fa la bambina
coi capelli d’argento
a nascondersi con piccole nuvole nere.
Sembrano chiazze di olio.
Un cane che abbaia e non sa perché
la mia sigaretta che si dissolve
nei polmoni e questa aria frizzante
che solletica la schiena e mi culla
placida e sicura come una mamma che sa
il proprio figlio al sicuro…
una ninna nanna…
sono qui.
sospeso.
qualcosa di irrisolto incombe lo sento
strusciare nel terreno
ronzare nell’aspirapolvere
volteggiare in quell’angolo nascosto
tra gli sportelli sbattuti
in cucine troppo grandi e troppo vuote.
Ci ritroviamo sempre a fare i conti
con qualcosa.
La verità è che si ha paura di essere felici,
quelli come me hanno solo paura.
Di tutto.
Ma la paura più grande è proprio la felicità.
Effimera, caduca, fugace, rapida.
Terminatore lo chiamano.
E’ quella linea che da sempre, ripeto da sempre,
corre all’impazzata. Un inconscio correre avanti senza sapere
di girare sempre in tondo, il mondo, veloce saetta, linea dritta
sul mondo storto, a proclamare chi è di qua, chi è di là.
Ieri e oggi, e domani pure.
Dove il sole e la luna vivono insieme,
nella magia di qualcosa che come la felicità,
non si può spiegare.
Il Terminatore è questo: un messaggero.
Ti dice dove stare, dove andare, cosa scegliere.
In mezzo solo lui.
Prima da una parte, subito dopo dall’altra.
Prima la luce, poi il buio.
Prima la felicità, poi l’infelicità
senza ragionare, senza tregua, senza fermate.
Taglia in due tutto, vuoi i pensieri, il fiato, lo sguardo
la pelle, le parole, le persone stesse.
E mare, città, fiumi, vette, valli
sassi e pianti
uccelli e pesci.
Tutto.
Il Terminatore fa questo.
Ma lascia sempre uno spiraglio.
Un momento, solo uno, velocissimo,
come il bicchiere che sta per riempirsi tutto e traboccare,
come le labbra che stanno per unirsi
come le porte che stanno per aprirsi.
Un attimo di ombra, di incerto, di smarrimento.
Di perdizione.
Quello è il Terminatore, la sua natura più intima,
l’estrema libertà, la ribellione al tutto, la sua certezza.
Portatore di una natura più complessa di quella che vuole fare apparire,
l’insana possibilità della terza via, del superamento, della sintesi,
del miglioramento,
del completamento.
E’ bello, troppo, essere felici.
Ma chi è felice,
lo è solo perché prima è stato infelice.
Altrimenti, è solo un povero fesso,
che del mondo, della vita, di me e del Terminatore,
un cazzo ha capito.

soleluna

Il posto dove sono nato dall’alto è a forma d’aquila.
Nessuno di noi ne parla o ci pensa mai, ma è proprio a forma d’aquila.
Le ali e la testa, piegata, sul mare, il corpo e la coda in piena campagna di ulivi e muretti a secco.
Non guarda davanti la mia città.
Sembra abbia paura del mare, quasi come si vergogni, forse.
O non riesce a guardare il sole, quando nasce.
Magari si guarda le spalle,
taciturni guardiani di una distesa d’acqua scura e profumata
che sia il ventoso inverno o la stantia estate.
E’ così il posto dove sono nato.
Tanto da dare, ma che tutto tiene.
Siamo tutti fieri, levantini, avvezzi alla parola, di lingua veloci ma fumosi
come certe albe, appunto, o giornate calde caldissime che ti tappano l’aria in gola.
Il posto dove sono nato è tutto mio, come lo è di tutti coloro che ci sono nati.
Qui si nasce, non si vive.
Non riusciamo a lasciarlo andare, come la carne con le ossa, tanto è dentro, nelle viscere,
ci sorprende nelle notti insonni, tra topi e puttane, malandrini e pazzi,
con la gente che passa, che va e viene
pronta a fregarti eppure sempre col sorriso,
quelli del “ci penso io”.
Siamo tutti ladri.
Figli di un furto, adoriamo gente che ha rubato e ne idolatriamo le gesta.
Si. Siamo ladri. Di cose, di donne, di pezzi di vita, raschiamo i fondi, non lasciamo nulla,
fin troppo avvezzi e soli alle sfide che il vento porta, che la salsedine ti salda sotto pelle.
Sognatori e scrutatori di orizzonti, temiamo il maestrale, il vento di su,
abbiamo paura. Siamo codardi.
Perché innamorati di quello che abbiamo.
Non scegliamo noi di nascere in questo posto,
e ringraziamo ogni giorno di esserci,
perché altrove, io non mi sentirei quello che ho ora dentro.
Siamo una contraddizione.
Il posto dove si nasce, ma non si vive.
Il posto dove sono nato.
I fieri del Levante.

 

mirare

Scivola tra le dita il tempo

sabbia finissima di una clessidra

quella che chiamo vita.

La ignoro girandola e rigirandola

partendo da capo

barando

ma so che mi aspetta al varco

nel momento di distrazione.

Scivola tra le dita la forza

speranza di un apice

prossimo sempre a divenire

effimero e fumoso passatempo

creato per me , da me,

a procastinare inevitabili

ruzzoloni pesantissimi

fin troppo vicini.

Scivola tra le dita la mia ignoranza,

so troppo di cose e persone

scrollare le spalle non basterà più

purtroppo

ed i tempi richiedono più petto

e meno schiene.

Scivola tra le dita quello che sono

che non so più dove vado

e non so più da dove vengo

rimanendo solo ora

il posto dove sono.

Scivola tra le dita tutto.

Stiamo solo cadendo,

non ci resta che mirare bene.